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Il trattamento manuale nelle principali disfunzioni del rachide cervico-dorsale 27-28 ottobre 2018 Palmi RC- 20 crediti ECM

Attraverso la formazione di qualità, abbattiamo l’abusivismo in RIABILITAZIONE.
Come anticipatoVi, lo SPIF AR, con la preziosa collaborazione del collega DOTT: FULVIO VITIELLO, partendo dalla Regione CALABRIA, insieme alla Basilicata, si propone ai propri soci e relativi simpatizzanti con un corso di aggiornamento ECM. Tante agevolazioni anche per chi, contestualmente al corso, vorrà iscriversi al Sindacato di categoria.

I posti disponibili, saranno pochi. 20 crediti ECM

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Brochure Iscrizione

CORSO ECM: Il TRATTAMENTO MANUALE NELLE PATOLOGIE DEL RACHIDE LOMBO-SACRALE

Corso pratico finalizzato allo sviluppo continuo professionale

Secondo incontro che verterà sulle problematiche a carico del rachide lombo-sacrale, oltre che una corretta valutazione posturale verrà data importanza a quella che è la diagnosi differenziale in fisioterapia attraverso un’attenta analisi posturo-disfunzionale.

Anamnesi, red e yellow flags, valutazione secondo la medicina manuale ortopedica di Cyriax e Maigne e la diagnosi meccanica di McKenzie.

Il trattamento oltre il ragionamento clinico sarà improntato sul pensiero di autorevoli terapeuti non trascurando gli attuali orientamenti in terapia manuale.

Ecmed

Fisioterapia e Riabilitazione…..vero e umiliante “Far West della Sanità” (di Romualdo Carini – Fisioterapista e Giornalista Pubblicista, Responsabile Blog)

Lettera Aperta alla Ministra della Salute, on. Giulia Grillo, in occasione dell’8 settembre, Giornata Mondiale della Fisioterapia

Alla cortese attenzione

dell’On. Giulia Grillo

Ministra della Salute

Gentile Onorevole Grillo bentrovata.

Se il buongiorno si vede dal mattino, sono state certamente beneaguranti, qualche mese fa, le Sue dichiarazioni di intenti, appena nominata Ministra di questo “Governo….del cambiamento”: “Mi sono insediata al ministero della Salute e sono già al lavoro sui primi Dossier. Questo è un ministero davvero centrale e mi impegnerò senza sosta per garantire la tutela della Salute dei cittadini italiani.”…..“Non vi prometto cose straordinarie, ma solo cose ordinarie, quelle che non sono mai state fatte, ma che serviranno a tutti noi per vivere meglio….”. (quotidianosanità del 4 giugno). Una promessa al pubblico.

C’è da sperare, allora, che fra i tanti Dossier alla Sua attenzione, arrivi presto anche quello che riguarda la Riabilitazione in generale e la Fisioterapia in particolare, settore da anni ormai diventato un vero e proprio “Far West” in ambito sanitario.

Una “Terra di Frontiera”, in cui spadroneggia (ed è tollerata, se non in alcuni casi addirittura favorita, dalle Istituzioni) la Legge del più furbo, del più ammanicato, del più raccomandato, del più spregiudicato, del più….tante altre cose.

Terra di Frontiera infestata da vere e proprie bande di “fuori…legge”, da avidi “cercatori d’oro”, da “sceriffi e vigilantes …al servizio di…”, da imbonitori autoreferenziatisi guru e venditori di elisir (leggasi terapie) buoni per curare tutto, da “bari” e “giocatori d’azzardo” tranquillamente seduti nei “saloon” della formazione e dell’aggiornamento (anche con il benestare del Suo Ministero, perchè “chi tace…acconsente”).

Per restare nella metafora, chi Le scrive é un navigato (nel senso terrestre) “trapper”, un esploratore, che in questa Terra di Frontiera ha trascorso 44 anni della sua vita esercitando con passione la professione del Fisioterapista, ma anche annotando e raccontando poi, come giornalista pubblicista Direttore Responsabile di “Riabilitazione Oggi”, una storica pubblicazione di settore, fatti e misfatti di cui è stato protagonista o testimone, fatti e misfatti succedutisi, in tutti quegli anni, in questa Terra “sregolata”.

Sregolata = in cui le regole, le leggi che dovrebbero conformarla e disciplinarla sono da tempo disattese, ignorate, al servizio spesso di interessi particolari.

E il Governatore, anzi la “Governatrice” di questa Terra che l’ha preceduta, nella scorsa legislatura, nel delicato e fondamentale ruolo ora da Lei ricoperto, l’on. petalosa Beatrice Lorenzin, si è ben poco impegnata per mettere le cose a posto, per portare ordine, anzi, in alcuni casi si è dimostrata sodale con i “fuori…legge”e ben disposta nei loro confronti.

E credo che Lei abbia già avuto abbondantemente modo di rendersi conto di persona, di questo Far West, quando, sempre nella precedente Legislatura, come Membro della Commissione Affari Sociali della Camera, si è trovata a discutere e a decidere su quel contestatissimo articolo, frutto di un vergognoso inciucio fra“fuori…legge” e precedente Governatrice, che ha fatto diventare, con l’art. 7 della legge 3/2018, osteopati e chiropratici professioni sanitarie “per grazia ricevuta”.

Nella Affari Sociali vi eravate subito accorti che quell’articolo, inventato “su commissione” dalla Sen.ce De Biasi al Senato, era incostituzionale, vergognosamente contra legem 43/2006, e l’on. Marazziti, Presidente della Commissione, si è dovuto arrampicare sui vetri, per farvi uscire dal tunnel in cui vi avevano infilato.

E che si trattasse in sostanza di una “mascalzonata”, l’aveva esplicitamente riconosciuto anche il Movimento 5 Stelle, di cui Lei fa parte, stanti le pesanti affermazioni del Suo collega di allora, on. Massimo Enrico Baroni, al momento della votazione in Aula: “Presidente, passiamo alle dolenti note, perché, per quanto ci riguarda, il lavoro fatto fino adesso ci ha visti favorevoli: in realtà sull’articolo 7 si inizia il gran pasticcio, di cui abbiamo una parte di responsabilità, perché come opposizione non abbiamo chiarito bene che l’articolo 7 andava soppresso, insieme all’articolo 8, a causa di un cattivo lavoro ab origine svolto dalla Lorenzin, che si è fatta scrivere articolo per articolo da altre persone questo disegno di legge, e a causa del Senato che non ha lavorato bene….” (Resoconto parlamentare Camera della seduta dell’Assemblea n. 877 del 24 ottobre 2017, pag. 45).

Si parla tanto di “certezza e rispetto della pena”, per riportare la Collettività a credere nella Giustizia, ma per la Collettività della Riabilitazione (utenti e professionisti), forse bisognerebbe prima recuperare la certezza e il rispetto della legge”, ormai da anni assente nel nostro Far West.

Le considerazioni che ora seguono, ovviamente personali, vogliono solo segnalare (o forse è meglio dire denunciare) alla Sua attenzione “situazioni” (benevolo eufemismo) presenti da anni nel Far West in cui svolgo la mia attività professionale, fatti e misfatti che non si capiscono, è difficile accettare, indignano e anche umiliano professionalmente non solo me ma anche tanti altri Colleghi, pronto però a ricredermi se mi saranno fornite chiare e documentate controdeduzioni al mio modo di vedere, interpretare e valutare certe radicate “anomalie” (sempre benevolo eufemismo) riscontrate.

Come detto: “la certezza e il rispetto della legge”.

OsteopatiTutto il mondo sa, che stanno diventando (non lo sono ancora) professione sanitaria “per grazia ricevuta”, favoriti appunto da un vergognoso inciucio tra la “Governatrice” che l’ha preceduta al Ministero e le loro associazioni rappresentative.

Stando all’art. 7 della legge 3/2018 (articolo che tratta anche dei chiropratici) la professione sanitaria di osteopata per ora è però solo INDIVIDUATA, ma non ancora ISTITUITA, mancando profilo, competenze, iter di studi, riconoscimento dei titoli pregressi.

Se le cose stanno così, può essere già ESERCITATA se non è ancora VIVA? (E per esercitarla occorre anche una ABILITAZIONE).

La sentenza del Consiglio di Stato n. 3410 del 21 giugno 2013, ha stabilito che “Le nuove professioni non possono cominciare a vivere nell’ordinamento se manca l’individuazione dei profili che le caratterizzano e la descrizione dei relativi percorsi formativi”.

E allora, i tanti per ora “fuori…legge”, presenti nel nostro settore, che si propongono come osteopati avendo frequentato, presso scuole o corsi privati (non certificati da nessuna nostra Istituzione pubblica), 6/8 seminari di 3 giorni cadauno all’anno (in totale18/24 giorni) per 5/6 anni (in totale 90/120 giorni) possono “tranquillamente” continuare (o addirittura iniziare) ad esercitare?

Dove stanno “la certezza e il rispetto della legge”?

Se “…le valutazioni di tipo scientifico non competono alla politica. La politica non fa scienza, la scienza la fanno gli scienziati” (parole sue), perchè, per la valutazione scientifica dell’osteopatia, si è sostituito questo passaggio (art. 5 comma 3 legge 43/2006) con un semplice “parere (non vincolante a quanto pare, ndA) del Consiglio Superiore di Sanità”? (art. 6 legge 3/2018)?

Dove stanno “la certezza e il rispetto della legge”? E anche del buon senso?

Se la legge 3/2018 ha stabilito che dall’11 febbraio 2108 (data della sua pubblicazione in G.U.) la pratica dell’osteopatia deve essere considerata professione sanitaria REGOLAMENTATA SOLO dallo Stato, perchè si tollera che continuino ad esistere, o addirittura iniziare, le scuole e i corsi privati di cui sopra (al modico prezzo, con un esempio preso a caso dal web, di 20.850 euro + IVA) che permettono, a chi si iscrive, dopo 5 anni, di proporsi poi come osteopata? Scuole o corsi anche autorizzati dal MIUR con “rilascio di diploma straniero”, o addirittura con “titoli in linea con la legge 3/2018”, come si legge in certi siti. Come fanno a sapere già che i loro titoli “sono in linea”? Hanno ottenuto dal Ministero promessa che verranno tutti “sanati”?

Dove stanno “la certezza e il rispetto della legge”?

Massofisioterapista post ’99. A proposito di questi “fuori…legge”, occorre rilevare prima di tutto che il Ministero della Salute, negli anni, si è distinto per avere assunto varie posizioni ambigue nei loro confronti, posizioni che hanno determinato al riguardo una “anomalia” ora fuori controllo.

E questo nonostante il D.L.vo 502/92 (del 1992!) avesse chiaramente stabilito la soppressione di tutte le figure che non fossero state riordinate, quindi anche quella del massofisioterapista.

Ma per dare tempo a quanti stavano frequentando ancora dei corsi regolari o stavano per iniziarli, venne stabilito il 17 marzo 1999, data di entrata in vigore della legge 42/99, come data “stop” dei corsi in oggetto. E tale data è ancora in vigore!

Ma nel nostro Far West, dove le leggi sembrano fatte per non essere rispettate, sono allora calati alcuni“cercatori d’oro”, che avevano intuito come fossero una vera e propria miniera quei corsi e, come corsi privati, “coperti” da alcune Delibere Regionali compiacenti, hanno continuato ad organizzarli, e a sfornare nuovi massofisioterapisti, sicuri che….“tanto ci sarà prima o poi una sanatoria”.

Dove stanno “la certezza e il rispetto della legge”?

I massofisioterapisti post ’99, diplomatisi frequentando corsi privati iniziati dopo il 31 dicembre 1995 e terminati dopo il 17 marzo 1999, che pretendono (!), rivolgendosi ai TAR, l’equivalenza, se non l’equipollenza, al Fisioterapista (alcuni hanno addirittura tentato di effettuare la pre-iscrizione al relativo Albo!) non sono neppure “professione sanitaria ausiliaria” (qualifica abolita dalla legge 42/99), ma soltanto “operatori di interesse sanitario”, per di più con nessuna autonomia, come ha sancito la sentenza n. 5/10 del TAR dell’Umbria; pronunciamento ripreso anche dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 3325/13, che li ha collocati addirittura ad un livello inferiore rispetto non solo alle Professioni Sanitarie, ma anche rispetto alle “arti ausiliarie delle professioni sanitarie”.

Ora, se il “vecchio” massofisioterapista, con diploma triennale conseguito in base alla legge 403/71 e ottenuto entro il 17 marzo 1999 da corsi iniziati entro il 31 dicembre 1995, è equipollente, come titolo, al Fisioterapista in base all’articolo 4, comma 1, della legge 42/99 e il massofisioterapista con diploma biennale, conseguito in base alla legge 403/71 e ottenuto entro il 17 marzo 1999, frequentando corsi iniziati entro il 31 dicembre 1995, è equivalente al Fisioterapista, grazie al DPCM 26 luglio 2011, ipotizzare di far nascere una nuova figura, seppure di interesse sanitario, ma che mantiene curiosamente la stessa denominazione, la stessa base normativa e cioè la 403/71 e praticamente le stesse competenze, sembra proprio vistosa “anomalia” (più che mai benevolo eufemismo).

Tanto più che la legge 43/06 e la stessa 3/2018, stabiliscono che nel creare nuove figure si devono evitare“parcellizzazioni e sovrapposizioni con le professioni già riconosciute o con specializzazioni delle stesse”.

Dove stanno “la certezza e il rispetto della legge”?

Massaggiatore capo-bagninoAltra banda che scorrazza nel nostro Far West.

Il Regio Decreto n.1334 del lontano 1928 (!), che ha permesso ai soliti “cercatori d’oro” di riesumare questa figura come arte ausiliaria delle professioni sanitarie”leggendolo sembra riferirsi, in realtà, a due figure distinte definite come specializzazioni di quell’infermiere generico: il “massaggiatore” e il “capo-bagnino” degli stabilimenti idroterapici, non si tratta di un’unica figura. Ecco cosa dice il Regio Decreto:

Art. 1.

Saranno rilasciate, a termine dell’art. 2 della legge 23 giugno 1927, n. 1264, distinte licenze per l’esercizio di ciascuna delle seguenti arti ausiliarie delle professioni sanitarie:

A) dell’odontotecnico;

B) dell’ottico;

C) del meccanico ortopedico ed ernista;

D) dell’infermiere.

La licenza per infermiere, però, riguarderà o l’esercizio generico di tale arte, o le distinte specialità del massaggiatore e del capo bagnino degli Stabilimenti idroterapici.

Si tratterebbe, quindi, in realtà, di due SPECIALIZZAZIONI distinte della istituita figura dell’infermiere generico di quell’epoca (altrimenti se fosse un’unica specializzazione credo dovrebbe essere scritto…la distintaspecialità..…).

E, per entrare nei dettagli, l’art. 15 sempre del Regio Decreto stabilisce le mansioni di questo infermiere:

Art. 15.

Soltanto sotto il controllo del medico curante è consentito agli infermieri di praticare:

A) medicazioni di ulcere e piaghe esterne;

B) medicazioni vaginali e rettali;

C) massaggi e manovre meccaniche su organi e tessuti del corpo umano.

Fare “massaggi e manovre meccaniche su organi e tessuti del corpo umano”: massaggi significa“fisioterapia”manovre meccaniche  significa “terapie fisiche strumentali”? stante il fatto che fanno tecar, ultrasuoni, laserterapia, ecc…..

Ora: se quell’infermiere NON ESISTE PIU’, avendo la legge 243 del 3 giugno 1980 soppresso tutti i corsi di formazione del personale infermieristico e psichiatrico, ponendo quindi tale figura ad esaurimento, viene da chiedersi, secondo logica, come possano sopravvivere le sue specializzazioni. E per di più assommate in un’unica figura (sempre a caso dal web: 1.000 ore in 2 anni, 200 ore di tirocinio, frequenza settimanale serale, oppure full immersion dal giovedì alla domenica una volta al mese). Che razza di anomalia è questa?

Dove stanno “la certezza e il rispetto della legge”?

Inoltre, il massaggiatore capo-bagnino può svolgere la propria attività esclusivamente in rapporto di dipendenza e sotto la supervisione e responsabilità del fisioterapista”, come ha stabilito il TAR di Milano, con sentenza n. 676/11, ad oggi esecutiva. Non può compiere atti riservati alle Professioni Sanitarie, ma solo svolgere attività meramente esecutive.

Anche per il Consiglio di Stato, si tratta di una figura formalmente esistente ma vuotaQuesto appunto il senso della sentenza del Consiglio di Stato, la n. 3410 del 21 giugno 2013, che ha smentito quanto sancito dal TAR Abruzzo che, con sentenza n.311/02, aveva sostenuto che, anche in assenza di un assetto unitario a livello nazionale, le Regioni potevano organizzare i corsi per massaggiatori capo-bagnini attingendo ai programmi svolti da coloro che chiedono il riconoscimento dei titoli conseguiti all’estero.

Ma non può essere così, perché per il Consiglio di Stato: La circostanza che il Testo Unico delle Leggi Sanitarie (T.U.L.S.) contempli ancora la figura del massaggiatore capo-bagnino è irrilevante in assenza di una compiuta disciplina di settore armonicamente ricomposta sui due livelli di competenza previsti dalla Costituzione (statale e regionale)”Questo perché, spiegano quei giuristi: “Le nuove professioni non possono cominciare a vivere nell’ordinamento se manca l’individuazione dei profili che le caratterizzano e la descrizione dei relativi percorsi formativi. La stessa sentenza (la n. 3410 del 21 giugno 2013) che dovrebbe riguardare gli osteopati.

Dove stanno “la certezza e il rispetto della legge”?

Se le cose stanno così, il “massaggiatore capo-bagnino degli stabilimenti idroterapici”, così come risulta scritto sul sito ufficiale del Ministero della Salute, non solo non dovrebbe quindi esistere come “arte ausiliaria delle professioni sanitarie”, ma neppure semplicemente esistere. La denominazione inserita dal Ministero in quale norma vigente trova la sua giustificazione?

E naturalmente “esercitano”….come se fossero fisioterapisti.

Dove stanno “la certezza e il rispetto della legge”?

Laureato in scienze motorieStorico “fuori…legge” della Riabilitazione. Abusivo principe da anni del settore, che non teme di “esercitare” la professione di fisioterapista alla luce del sole, addirittura in propri studi o centri, “coperti”, spesso, da medici compiacenti o prestanome, ma sempre pronto a mimetizzare la propria attività illegale come semplice “attività motoria” o “attività fisica adattata”.

La Legge istitutiva della loro Laurea (D.L. 8 maggio 1998 n.178, pubblicato sulla G.U. n.131 dell’8.6.1998),stabilisce infatti testualmente, al punto 7 dell’art. 2, che: “Il Diploma di laurea in scienze motorie non abilita all’esercizio delle attività professionali sanitarie di competenza dei laureati in medicina e chirurgia e di quelle di cui ai profili professionali disciplinati ai sensi dell’articolo 6, comma 3 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n.502, e successive modificazioni e integrazioni”. E tra i profili citati si trova il Profilo del Fisioterapista, per cui il laureato in scienze motorie non può attribuirsi le sue competenze.

Dove stanno “la certezza e il rispetto della legge”?

Nel 2006, in concomitanza con l’approvazione della legge 43, legge di delega al Governo per l’istituzione degli Ordini delle Professioni Sanitarie (delega poi lasciata decadere), si tentò anche subdolamente di far diventare fisioterapisti i laureati in scienze motorie tramite il famigerato art. 1-septies della legge 27 sempre del 2006 (un articolo introdotto illegalmente in una legge di urgente approvazione), che però venne fortunatamente abrogato (non senza difficoltà) il 5 aprile 2011 col DDL 572/B.

Dove stanno “la certezza e il rispetto della legge”?

I “furbetti” della legge 4/2013Questa legge venne approvata dal Governo Monti poco prima della conclusione del suo mandato, sul filo di lana. Il suo scopo era favorire il miglioramento delle professioni emergenti non organizzate in ordini o collegi, escludendole però tassativamente dall’area sanitaria.

Così infatti recita il comma 2 dell’art. 1: Ai fini della presente legge, per «professione non organizzata in ordini o collegi», di seguito denominata «professione», si intende l’attività economica, anche organizzata, volta alla prestazione di servizi o di opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale, o comunque con il concorso di questo, con esclusione delle attività riservate per legge a soggetti iscritti in albi o elenchi ai sensi dell’art. 2229 del codice civile, delle professioni sanitarie e delle attività e dei mestieri artigianali, commerciali e di pubblico esercizio disciplinati da specifiche normative”.

Ma a 5 anni dalla sua entrata in vigore, come conseguenza di una sua incontrollata applicazione, è possibile constatare il proliferare di un grande numero di “nuovi professionisti pseudosanitari”, che invece di procedere ad una regolare richiesta di riconoscimento al Ministero della Salute, si autoreferenziano (o “autocertificano”, come va di moda) come tali, utilizzando subdolamente la legge in oggetto. Molti utilizzando addirittura, nell’autodefinirsi, il suffisso “terapista”: musicoterapista, arteterapista, posturologo, chinesiologo, analogista-terapista olistico……entrando nel mondo sanitario con “certificazioni creative” di ogni tipo, autoqualificandosi arbitrariamente per quello che dicono di essere e citando sul proprio curriculum “in base alla legge 4 del 2013”.

Dove stanno “la certezza e il rispetto della legge”?

Col Governo del cambiamento….”arrivano i Nostri”?

Gentile on. Grillo, nuova “Governatrice”, in quanto Ministra della Salute, di questa Terra di Frontiera, tanti“trapper” come me, giovani e meno giovani, si chiedono se Lei ha intenzione, stante il suo Incarico, di mettere in atto qualche intervento per cercare di promuovere un “cambiamento” anche nel nostro settore..

Continuerà il Far West? Le apparenti anomalie segnalate (denunciate) a proposito dei tanti “fuori…legge”citati, se risulteranno essere tali dopo opportuna verifica normativa, verranno eliminate o continueranno ad essere tollerate o addirittura “legittimate”?

Cambiamento = sanatoria clientelare (come tante volte in passato), con garantiti ringraziamenti da parte dei vari “cercatori d’oro”“sceriffi e vigilantes”“imbonitori”“bari e giocatori d’azzardo” che pullulano in questo Far West, oppure cambiamento = certezza e rispetto della Legge a difesa della professionalità, della dignità e della (me lo consenta) onestà di chi, appunto nel rispetto della legge, è quotidianamente impegnato in questa Terra di Frontiera?

Come nei momenti più eccitanti dei migliori film western, col Governo del cambiamento….”arrivano i Nostri…”a sistemare le cose?

Ringraziandola per la paziente attenzione, un cordiale saluto e sinceri auguri di buon lavoro.

Postato il 10 settembre 2018

Romualdo Carini

Fisioterapista e Giornalista Pubblicista

Responsabile Blog www.riabilitazioneinfo.it

Riabilitazioneinfo

Il trattamento manuale nelle patologie del rachide cervicale

Il trattamento delle principali sindromi disfunzionali del rachide cervicale attraverso la terapia manuale è il primo di una serie di incontri ed è rivolto principalmente a fisioterapisti e medici che hanno un ottima conoscenza dell’anatomia, fisiologia articolare e problematiche inerenti il distretto cranio-cervico-mandibolare. Durante il corso i discenti avranno modo di visionare e mettere in atto le principali tecniche di terapia manuale ideate da illustri ed autorevoli terapeuti quali R. Maigne, M. Bienfait, J. Cyriax, e B. Mulligan oltre che apprendere una corretta valutazione. Il corso non ha la pretesa di formare terapisti manuali bensì orientarli verso un successivo approfondimento nel trattamento di tali disfunzioni.

TARANTO 22/23 SETTEMBRE 2018-40 posti  (SOLD-OUT) corso chiuso, prox edizione gennaio 2019

Scheda d’iscrizione

Programma

ecMed

Fisioterapisti in farmacia, consulti gratuiti e informazione. 8-15 settembre 2018

Dall’8 al 15 settembre un fisioterapista pronto a offrire consulti gratuiti e informazioni sarà disponibile direttamente in farmacia. Lo prevede l’iniziativa organizzata in occasione della Giornata mondiale della disciplina, che si celebrerà l’8 settembre e sarà patrocinata da Federfarma. L’obiettivo degli organizzatori è di “contrastare l’abusivismo professionale che colpisce la figura del fisioterapista e rafforzare il ruolo della farmacia quale centro per l’erogazione di servizi e di informazioni sanitarie per i cittadini”.

Saranno i professionisti dell’Associazione Italiana Fisioterapisti (Aifi), riconoscibili dalla tessera associativa, a essere disponibili nelle farmacie che aderiranno all’iniziativa. Tra i temi trattati, spiegano i promotori, ci saranno ad esempio l’importanza di una corretta postura sin da bambini, tra i banchi di scuola, o l’utilità della fisioterapia per affrontare problemi come l’incontinenza. L’occasione, per Federfarma, “rappresenta un’occasione per accrescere il rapporto di fiducia con il cittadino e offre l’opportunità di collaborare con altri professionisti sanitari per dare un servizio più articolato alla collettività”.

Salute33

AIFI

Ambulatorio abusivo nel Napoletano, denunciati due fisioterapisti

I carabinieri del Nas hanno denunciato, tra l’Abruzzo e la Campania, tre persone per esercizio abusivo di professione sanitaria.

In particolare, i militari di Pescara hanno deferito all’autorità giudiziaria il titolare di una struttura per anziani della provincia di Chieti. L’indagato è accusato del reato di esercizio abusivo della professione sanitaria in quanto, senza specifica autorizzazione comunale e in mancanza dei requisiti, ospitava nella citata struttura due persone anziane non autosufficienti.

Anche il Nas di Napoli ha denunciato due persone alla Procura della Repubblica partenopea. Dovranno rispondere del reato di esercizio abusivo della professione sanitaria di fisioterapista due uomini che, in maniera del tutto irregolare, e senza essere in possesso dei titoli abilitativi, avevano aperto un ambulatorio fisioterapico in una cittadina dell’hinterland napoletano.

Ministero della Salute

Riattivati i corsi per l’operatore d’interesse sanitario massofisioterapista

Riattivati i corsi per l’operatore d’interesse sanitario massofisioterapista, l’articolo 1, comma 2 della Legge n° 43/2006 afferma che resta la competenza delle Regioni nell’individuazione e formazione dei profili di operatori d’interesse sanitario non riconducibili alle professioni sanitarie come definite dal comma 1. Per completezza, quanto al complesso quadro ordinamentale di settore, il Collegio non può che richiamare quanto affermato dalla Sezione (con la Sentenza n° 4788/2015 e più recentemente con specifica attinenza alla valenza dei corsi, n° 219/2018) che ha posto in evidenza la non soppressione della figura del massofisioterapista, e che esso trova collocazione nell’ambito della categoria degli “operatori d’interesse sanitario”.

Deliberazione Giunta Regionale Umbria

Fisioterapia e prezzi troppo bassi: viaggio nel sospetto mondo low cost!

Il mercato dei trattamenti eseguiti da fisioterapisti diventa mese dopo mese sempre più un far west: ci vengono segnalati continuamente prezzi proposti da centri e ambulatori veramente irrisori ed economicamente quasi insostenibili.

Il problema è trasversale: dalla grande città alla piccola, la professionalità di un fisioterapista in libera professione è schiacciata da una concorrenza sospetta. Ecco allora un’inchiesta sui trattamenti low cost, i risultati vi disarmeranno!

Operatori cinesi, coupon, offerte online. L’offerta dei trattamenti fisioterapici risente fortemente di tutte le forme di risparmio fiorite in questi anni di crisi, ma non solo. Il problema è fondamentalmente di riconoscimento da parte della cittadinanza dell’importanza medica delle prestazioni che si vanno a erogare. E mentre quasi nessun cittadino andrebbe a farsi una tac con un’offerta di sconosciuti trovata sui social networks, stessa cosa non vale per un tecar o un trattamento.

Noi di AssoCareNews ci siamo finti potenziali clienti ed abbiamo sondato un pò il mercato di alcuni dei trattamenti più richiesti: ecco cosa abbiamo trovato…

Tecar

Il trattamento tecar fa miracoli, anche nel prezzo. Il macchinario ha un prezzo minimo di 5mila euro ma può arrivare anche oltre 20mila. Costi difficili da ammortizzare, sopratutto perchè in quanto elettromedicale necessita di manutenzione e controlli per legge, ulteriori piccole spese da sostenere nel tempo che vanno a gravare sul costo del solo possesso e utilizzo del macchinario. Una seduta dura dai 20 minuti ai 30/40, in base al singolo caso.

Cercando online offerte da contattare, ci imbattiamo subito nel magico mondo dei coupon online. A Roma viene offerta una seduta 10 euro, con pacchetti multipli che in rapporto mantengono questo prezzo. A Milano 5 sedute per 55 euro.

Arriviamo sui social networks: procedendo nella nebbia come i danteschi Paolo e Francesca, arriviamo ai servizi di un fkt di Napoli. Apparentemente non vi sono prezzi dichiarati ma cercando li troviamo nelle risposte ai commenti di una foto/locandina usata come elenco dei servizi. 7 euro a trattamento con l’offertona di 10 al prezzo di 55 euro totali.

Sempre sui social network, verifichiamo la segnalazione di un lettore: provincia di Palermo9 euro a trattamento ma 5 trattamenti a 30 euro.

Ultrasuoni

Anche gli ultrasuoni rappresentano un trattamento molto diffuso e richiesto. Il macchinario è molto meno costoso, ma la manutenzione, la professionalità di utilizzo e le tasse rappresentano lo stesso carico del tecar. Anche per questa prestazione, esistono i coupon. A Roma pacchetti multipli chiedono 6 euro a seduta. Il web è un posto meraviglioso e cercando ancora online troviamo un centro di Torino che offre il servizio a 5,50 euro a seduta e non in offerta! Lo raggiungiamo telefonicamente e confermano, negando però lo sconto su pacchetti di più sedute.

Taping

Il taping è una tecnica che non prevede necessariamente l’essere in possesso di abilitazione fisioterapica ma che comunque è molto diffusa nelle offerte di libero professionisti, ambulatori e attività lavorative nel mondo dello sport. Necessita di grande conoscenza sia della tecnica sia dell’anatomia e dei rapporti muscolo-scheletrici. E chi meglio di un fisioterapista è adatto a questo? In ogni caso rispetto il taping il mercato che abbiamo riscontrato è talmente selvaggio da scartare l’altra prestazione presa in considerazione per parlare di questo. I costi per il professionista sono in realtà bassi rispetto ai materiali ma come già accennato la capacità professionale è tutt’altro che scontata. E invece gli sconti ci sono, con prezzi da fame!

Per partire, i soliti coupon: a Napoli si offre trattamenti a 7 euro, in provincia di Salerno sui 6,50 euro. L’apoteosi è il video-corso a 9,90 euro, offerta purtroppo scaduta.

Forse proprio gli studenti di questo video-corso si sono poi riversati in massa sui social networks, dove troviamo cose incredibili: Bologna 5 euro a seduta, provincia di Padova 7 euro, Roma 6,50 euro.

Rullo di tamburi e standing ovation per due primizie da leccarsi i baffi: GRATIS PER IMPARARE (offerto da un ragazzo sul principale sito di annunci italiano) e 4 EURO A SEDUTA (Prato in via Filzi, piena Chinatown).

Il problema fondamentale che permette tutto questo è un deficit culturale che non corrisponde il giusto valore alla professionalità in campo sanitario. Questa mancata corrispondenza avviene prima di tutto sul piano del riconoscimento della qualità espressa in un risultato ottenuto grazie ad una competenza professionale. E è appunto non riconoscendo questa qualità che i cittadini si trovano a cercare semplicemente un risultato compiacente le loro tasche. La crisi esiste per tutti e non ci sentiamo di condannare situazioni economiche familiari difficili alle quali subentrano quindi problemi di salute.

Ma alla scelta di un prezzo inferiore corrisponde sempre una aumento del rischio di peggioramento di questi problemi di salute.

Dal punto di vista dei professionisti sanitari, commentare è drammaticamente molto semplice: come è possibile lavorare e realizzarsi in un mercato così insano?

Assocarenews

Il metodo Mézières rientra tra le attività formative delle pratiche e medicine non convenzionali ed è proponibile per le figure professionali di medico nell’ambito delle specifiche discipline e del fisioterapista.

La Commissione nazionale per la formazione continua, nel corso della riunione del 26 ottobre u.s., ha approvato una delibera inerente le “Pratiche e Medicine non convenzionali”.
Gli eventi formativi che riguardano pratiche e medicine non convenzionali, di cui alla vigente normativa, possono essere accreditati solo se prevedono nel programma contenuti tecnico-scientifici basati su prove di efficacia e medicine basate su evidenze scientifiche. Le professioni destinatarie della formazione sono, nell’ambito delle rispettive competenze professionali, quelle di medico, odontoiatra, veterinario, farmacista. Fatta salva l’esclusiva competenza tecnica delle professioni di cui sopra, tali eventi possono essere destinati anche alle altre professioni sanitarie.
Gli eventi su pratiche e medicine non convenzionali diverse dalla fitoterapia, medicina omeopatica, omotossicologia, agopuntura, medicina tradizionale cinese, medicina ayurvedica e medicina antroposofica e da quelle inserite nei LEA regionali non sono accreditabili ai fini ECM.
Il metodo Mézières rientra tra le attività formative delle pratiche e medicine non convenzionali ed è proponibile per le figure professionali di medico nell’ambito delle specifiche discipline e del fisioterapista in conformità al richiamato obiettivo formativo. 
In merito all’autoformazione, la Commissione nazionale per la formazione continua, nel corso della citata riunione del 26 ottobre u.s., ha stabilito che, fermo restando il limite del 10% dell’obbligo formativo triennale, Federazioni, Ordini, Collegi e Associazioni professionali maggiormente rappresentative hanno la facoltà di prevedere e valutare ulteriori tipologie di autoformazione sulla base delle esigenze delle specifiche professioni.

AGENAS

Treviso: Avevano il doppio lavoro, licenziati tre infermieri

Erano dipendenti della casa di cura San Camillo di Treviso, ma fuori dell’orario di lavoro erogavano prestazioni professionali in altre strutture sociosanitarie. Per questo motivo tre infermieri della struttura veneta, due uomini e una donna (tutti sulla cinquantina) di origini straniere sono stati licenziati in tronco, mentre altri tre sono stati sospesi dal lavoro e una ha scelto di dimettersi.

Il trio, in oltre 20 anni di lavoro presso la suddetta clinica, non avevano ricevuto mai alcuna contestazione sul piano professionale o deontologico, ma il fatto di non aver rispettato gli obblighi contrattuali gli è costato molto caro.

Per nulla rassegnati, i sanitari si sono rivolti a un patronato sindacale, ma… Come riportato da diverse testate giornalistiche tra cui Il Corriere della Sera, l’azienda ha già provveduto ad assumere altri tre giovani professionisti per rimpiazzare i dipendenti “infedeli”.

Nursetimes

Il Gazzettino

30 mila pre-iscrizioni all’Ordine Tsrm Pstrp

“I numeri parlano da soli. A due settimane dall’avvio delle iscrizioni ai 17 albi del cosiddetto maxi Ordine, sono 30 mila le pre-iscrizioni. Un dato molto importante che esprime una risposta sensibile e matura da parte della popolazione professionale interessata”. Così la Federazione Nazionale Ordini Tsrm Pstrp che aggiunge “Per le 19 professioni sanitarie coinvolte -le 17 per le quali il DM di marzo ha istituito gli albi più i Tecnici sanitari di radiologia medica e gli Assistenti sanitari, già ordinati negli ex Collegi Tsrm e Ipasvi- l’Ordine ha richiesto impegno politico, responsabilità e senso dello Stato (si pensi, a esempio, alla scelta di rinunciare al proprio Ordine a favore di un progetto comune). Ora che, finalmente, c’è sulla carta, costruire l’Ordine comune richiede tanto buonsenso e impegno, anche economico da parte ogni singolo professionista che vi si iscrive, così come da decenni fanno le professioni sanitarie precedentemente ordinate: Medici, Infermieri, Ostetriche, Tecnici di radiologia, Assistenti sanitari, etc… È un impegno economico che va letto come un investimento a garanzia della salute dei Cittadini, a favore della crescita culturale delle professioni sanitarie, nonché della loro tutela giuridica. La Legge 3/2018 ha ribadito in modo chiaro l’obbligatorietà di iscrizione all’albo: “Per l’esercizio di ciascuna delle professioni sanitarie, in qualunque forma giuridica svolto, è necessaria l’iscrizione al rispettivo albo” [Capo II, art. 5, comma 2]. Sui termini entro i quali i professionisti si devono iscrivere c’è, invece, ancora confusione. L’invito che rivolgiamo al mondo professionale è che in caso di dubbi o perplessità si rifaccia sempre e soltanto al quadro normativo. Tutto il resto è libera interpretazione, non necessariamente corretta, a volte pericolosa. L’esercizio di una professione sanitaria in assenza dell’iscrizione al relativo albo si configura come abusivo, perseguibile ai sensi dell’art. 348 del codice penale, così come modificato dall’art. 12 della legge 3/2018. Dal 1 luglio 2018 tutti i professionisti sono tenuti a presentare la domanda di iscrizione, essendo disponibili tutti gli elementi normativi, procedurali e tecnologici necessari: Art. 4 della legge 3/2018, DM 13 marzo 2018, procedura e portale. I 18 mesi di cui all’art. 5 del DM 13 marzo 2018 non sono un lasso temporale a disposizione dei professionisti, cioè il tempo che hanno a disposizione ed entro il quale devono provvedere a iscriversi, bensì un tempo per gli Ordini che, in assenza delle commissioni d’albo, per al massimo un anno e mezzo potranno disporre dei Ramr (Rappresentanti designati dalle Associazioni maggiormente rappresentative), per la prima delle funzioni che la legge 3/2018 pone in capo alle stesse commissioni. Se così non fosse, in assenza delle commissioni d’albo, nessuno potrebbe proporre le iscrizioni dei professionisti al Consiglio direttivo dell’Ordine, precludendo a monte la possibilità di dare corso al disposto normativo di partenza. La Fno Tsrm Pstrp, col supporto del Conaps, ha realizzato una procedura d’iscrizione completamente dematerializzata, unica nel suo genere, attraverso il sito www.tsrm.org. Il portale è altamente performante, in grado di sostenere migliaia di accessi simultanei, senza alcuna significativa criticità registrata. Di questo ci complimentiamo con Datakey, partner tecnologico, che col supporto delle opportune consulenze legali e fiscali, in poche settimane ha realizzazione il portale. I Rappresentanti designati dalle Associazioni maggiormente rappresentative entreranno presto in funzione e svolgeranno, in seno all’Ordine territoriale, la funzione tecnico-amministrativa che gli attribuisce il DM 13 marzo 2018, principalmente per la valutazione dei titoli dichiarati da ogni singolo professionista. In definitiva, la costituzione del maxi Ordine dei Tsrm Pstrp è il frutto di un coraggioso e abile gioco di squadra, nel quale Federazione nazionale, Conaps, Ordini territoriali, Associazioni maggiormente rappresentative e loro Rappresentanti valuteranno e certificheranno l’iscrizione all’Ordine dei singoli professionisti, garantendo la loro autenticità, mettendo così il Cittadino al riparo da coloro che millantano di esserlo. L’Ordine – conclude la Federazione – è l’unico concreto argine al fenomeno dell’abusivismo, fino a oggi crescente, oltre che un luogo di confronto e crescita valoriale, relazionale, progettuale e professionale”.

Panorama Sanità

ISCRIZIONI AD ALBI E ORDINI: IL PARERE DELL’ANTITRUST NON MODIFICA IL PERCORSO

In riferimento al parere dell’Antitrust su Albi e Ordini, si chiarisce che trattasi appunto di un parere che non può modificare in alcun modo la Legge Lorenzin. Pertanto nulla cambia ora e in futuro rispetto al processo di iscrizione agli Albi delle professioni sanitarie, attesi da decenni, che prosegue peraltro speditamente sul sito https://iscrizioni.alboweb.net/ .

Pur rispettando il parere di questa Istituzione, esprimeremo attraverso le vie più opportune le nostre forti perplessità rispetto ai contenuti che non considerano il fondamentale ruolo di Albi e Ordini nel combattere la piaga dilagante dell’abusivismo, vero pericolo per la salute dei cittadini, nonché nel poter intervenire nelle diffuse situazioni di sfruttamento del lavoro di professionisti sanitari. Se la sola formazione universitaria fosse stata sufficiente, come sostenuto nel parere, non avremmo assistito in questi anni al disgustoso dilagare di questi fenomeni.

Spiace inoltre constatare il persistente utilizzo della locuzione “professioni sanitarie non mediche”. Le professioni sanitarie “non mediche” non esistono nel sistema normativo. Dalla Legge 42/99 in poi, siamo “professionisti sanitari”, senza suffissi differenziali, con tutti i doveri ma anche i diritti delle altre professioni. Con il diritto quindi anche di avere Albi e Ordini che tutelino i professionisti ma soprattutto i cittadini.

AIFI

QS

La pranoterapia guarisce?

La pranoterapia è una pratica di medicina alternativa che deve il suo nome al termine sanscrito prana, ovvero “energia vitale”. Consiste nel poggiare le mani in corrispondenza della parte malata per permettere il passaggio di prana tra il corpo del paziente e quello dell’operatore che, secondo i sostenitori di questa pratica, sarebbe in grado di “sentire” le alterazioni del campo energetico del paziente così da intervenire su di esso e portargli giovamento. Secondo l’Associazione nazionale pranoterapeuti sensitivi italiani (ANPSI), “la principale azione terapeutica esercitata dal guaritore proviene da una emissione di biofotoni cerebrali. La trasmissione elettromagnetica cerebrale del pranoterapeuta stimola per biorisonanza l’attività cellulare cerebro-organica del paziente nelle stesse frequenze” [1]. La pranoterapia si è diffusa in Italia negli anni Settanta e si rifà ad antiche pratiche tradizionali, presenti solitamente nelle campagne italiane, usate da guaritori che operano con l’imposizione delle mani.  Oggi la prano-pratica è regolamentata in Italia come professione solamente nella regione Toscana in quanto “disciplina bionaturale”.

Il prana è un concetto ripreso dalla religione induista e per questo tale pratica dovrebbe essere utilizzata per il benessere spirituale. Tuttavia alcuni operatori propongono la pranoterapia come pratica terapeutica, soprattutto per emicranie, ernie, mal di schiena, traumi fisici di varia natura, dolori articolari e reumatici, disturbi gastrointestinali. Solitamente alla pranoterapia vengono affiancate anche delle diete per “aiutare il ripristino del corretto equilibrio energetico”.

Funziona?

No, la pranoterapia non ha mai avuto alcun riscontro scientifico riguardante l’efficacia, a eccezione dell’effetto placebo solo in alcuni casi.

Esistono studi che dimostrano come il rilassamento, la meditazione e il benessere mentale influenzino la frequenza cardiaca, la risposta agli stress e la reazione alle infiammazioni [2] dando quindi l’illusione che la pranoterapia agisca su questi aspetti del nostro organismo. Altri studi hanno dimostrato un moderato effetto della pranoterapia sul dolore acuto e cronico, sull’ansia, sulla qualità della vita dei pazienti oncologici. Tuttavia, le prove scientifiche finora raccolte sono insufficienti per dimostrarne il reale beneficio terapeutico come analgesico [3,4].

Inoltre, è ancora dubbia la capacità del pranoterapeuta di riuscire a percepire il campo energetico del paziente.  Uno degli studi più celebri sull’argomento è stato pubblicato sul Journal of the American Medical Association nel 1998 [5]. I ricercatori convocarono 21 pranoterapeuti con diversa esperienza e li fecero sedere davanti a uno schermo con dietro, non visibile, una bambina. I pranoterapeuti dovevano mettere le mani in un contenitore e capire, grazie alla loro capacità di “percepire i fluidi energetici”, se l’aura della bambina fosse più vicina alla loro mano destra o la sinistra. I risultati furono chiari e deludenti: solo il 44% dei pranoterapeuti identificò la mano giusta.  Gli autori hanno concluso che è ingiustificato l’uso di questa pratica da parte dei professionisti sanitari.

Questa pratica, quindi, non guarisce malattie organiche e per questo non può essere considerata una terapia.

FNOMCeO

Professioni sanitarie, il «super-ordine» ai nastri di partenza: ecco gli step della procedura

Professioni sanitarie in rampa di lancio verso una nuova vita ordinistica. Dal primo luglio circa 250mila professionisti – dai fisioterapisti ai tecnici di laboratorio, dai logopedisti agli ortottisti – dovranno obbligatoriamente avviare la procedura d’iscrizione ai 17 albi istituiti con Dm 13 marzo 2018 e confluiti nel nuovo Maxi Ordine dei Tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (Fno Tsr Pstrp) . L’ingresso nel nuovo ordine riguarda anche altre due professioni, tecnici di radiologia e assistenti sanitari, che già avevano un proprio albo.

L’iscrizione
L’iscrizione sul portale www.tsrm.org sarà interamente dematerializzata e a gestire la procedura saranno i 61 ordini territoriali dei Tecnici sanitari di radiologia medica, che si avvalgono di rappresentanti di associazioni maggiormente rappresentative (Ramr). Primo passo per il professionista è la registrazione al portale, con l’inserimento dei dati anagrafici, del titolo formativo e l’indicazione dell’albo cui intende iscriversi. Il modulo di autocertificazione così compilato andrà stampato, firmato e scansionato. Il tutto andrà caricato sul portale insieme al documento di identità. A questo punto i Ramr avranno 60 giorni per valutare la domanda ed esprimeranno la loro decisione in un verbale. In caso di assenso la pratica è automaticamente inviata al Consiglio direttivo dell’Ordine che potrà fare ulteriori verifiche. Contestualmente, una volta ricevuto un alert sul buon esito della valutazione da parte dei Ramr, il professionista stampa il modulo di autocertificazione verificato, appone la marca da bollo da 16 euro ed effettua i pagamenti richiesti: tassa di concessione governativa (168 euro) e tassa di iscrizione annua (da 80 a 120 euro). Le ricevute vanno caricate sul portale insieme alla foto per il tesserino. Dal momento in cui il professionista perfeziona la domanda decorrono tre mesi entro i quali il Consiglio direttivo deve esprimersi.

Il nodo del titolo di formazione
Non ci saranno maglie larghe sulla validazione dei titoli di formazione: il professionista dovrà indicare il proprio sul portale (ci sarà un elenco a tendina pre-selezionato) o flaggare la voce “altro titolo abilitante” cui allegherà la scansione del titolo autocertificato e i riferimenti normativi, giurisdizionali o amministrativi che ritiene lo rendano abilitante (per esempio una sentenza ad hoc che ne attesti l’equivalenza a titoli noti). Su questo punto si giocherà la partita più delicata, perché gli “altri titoli” saranno attenzionati con maggiore sensibilità. «Come abbiamo da subito chiarito – spiega Alessandro Beux, presidente Fno Tsrm Pstrp – le maglie dell’Ordine saranno strettissime, pertanto dobbiamo ipotizzare dei casi in cui il professionista che ne fa richiesta non può iscriversi perché il titolo che possiede non rientra tra quelli abilitanti o equipollenti o equivalenti, l’elenco dei quali è stato più volte controllato dalle Associazioni maggiormente rappresentative». Un certo numero di contenziosi è stato già messo in conto: «Ci aspettiamo dei ricorsi – conclude Beux- e ci stiamo preparando ad affrontarli, supportati dal lavoro istruttorio che è stato fatto, dai legali e confortati dalle chiare ed efficaci prese di posizione che negli ultimi anni il Ministero della salute ha assunto sul tema, anche nei tribunali».

Stop all’abusivismo 
Non un semplice adempimento burocratico, quindi, ma una vera svolta che consentirà tra l’altro di censire per la prima volta i professionisti abilitati a operare nel Sistema sanitario e sul mercato della libera attività. «Ci aspettiamo una grande adesione – sottolinea Antonio Bortone, presidente Coordinamento nazionale associazioni professioni sanitarie (Conaps) – a prova che la popolazione professionale è sensibile. Come in passato lo era in termini di libera adesione alle associazioni maggiormente rappresentative per combattere il fenomeno dell’abusivismo». I tempi dell’iter sono normati ma ai fini legali e assicurativi farà fede la data della pre-iscrizione da parte del professionista.

L’obbligo scatta quindi «senza se e senza ma» dal primo luglio, tuttavia per il personale dipendente una circolare del ministero della Salute indirizzata agli assessorati ha chiesto «di informare le strutture sanitarie pubbliche e private del periodo transitorio» – che scade a settembre 2019 – per la implementazione degli albi professionali. La circolare chiede «di dare indicazioni alle strutture sanitarie medesime, affinché siano ammesse con riserva le persone abilitate all’esercizio di una delle sopra citate 17 professioni sanitarie, qualora risultassero ancora non in possesso della certificazione attestante l’iscrizione all’albo professionale quale requisito indispensabile ai fini dell’assunzione o della partecipazione ai concorsi pubblici. Tale requisito dovrà essere richiesto dalle strutture e, pertanto, esibito dall’interessato al termine del perfezionamento della relativa iscrizione all’albo».

Gli step dell’iscrizione all’ordine multi-albo
1) A partire dal primo luglio il professionista effettua la registrazione al portale www.tsrm.org, indica la propria professione, l’albo al quale intende iscriversi e il titolo abilitante, stampa il modulo di autocertificazione e lo sottoscrive, lo scansiona e lo carica sul portale, paga i diritti di segreteria (circa 35 euro)

2) I rappresentanti delle associazioni maggiormente rappresentative avranno 60 giorni per valutare la domanda ed esprimeranno la loro decisione in un verbale di valutazione. In caso di assenso la pratica è automaticamente inviata al Consiglio direttivo dell’Ordine che potrà fare ulteriori verifiche

3) Una volta ricevuto un alert sul buon esito della valutazione, il professionista stampa il modulo di autocertificazione verificato, appone la marca da bollo da 16 euro ed effettua i pagamenti richiesti: tassa di concessione governativa (168 euro) e tassa di iscrizione annua (da 80 a 120 euro). Le ricevute vanno caricate sul portale insieme alla foto per il tesserino

4) Dal momento in cui il professionista perfeziona la domanda decorrono tre mesi entro i quali il Consiglio direttivo deve esprimersi. Da un punto di vista legale e assicurativo vale tuttavia la data di avvio della preiscrizione. Per informazioni, il professionista può contattare all’associazione maggiormente rappresentativa di riferimento o al proprio Ordine di riferimento provinciale

Il Sole 24 ore

Decreto Ordini 13 marzo 2018

Professionisti sanitari, scatta dal primo luglio l’obbligo di iscrizione all’Ordine multi-albo

Parte dal primo luglio la procedura d’iscrizione dei professionisti sanitari ai 17 albi istituiti con Dm 13 marzo 2018 e confluiti nel nuovo Maxi Ordine dei Tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (Fno Tsr, Pstrp). L’iter da seguire è stato presentato oggi a Roma da Alessandro Beux, presidente Fno Tsrm Pstrp, e Antonio Bortone, presidente Conaps nel corso di un incontro con i Presidenti degli Ordini e delle Associazioni maggiormente rappresentative.

L’iscrizione sul portale www.tsrm.org sarà interamente dematerializzata e a gestire il processo saranno i 61 ordini territoriali dei Tecnici di radiologia medica, che si avvalgono di rappresentanti di associazioni maggiormente rappresentative, che possono essere da uno a cinque su base regionale e per ogni professione, a seconda della numerosità della popolazione professionale di ciascuna categoria. «L’avvio delle iscrizioni – spiega Beux – rappresenterà il passaggio dalle parole ai fatti. Quel che per anni è stato auspicato e che negli ultimi mesi è stato progettato nel dettaglio, diventerà qualcosa di concreto, di reale. Ci saranno delle inevitabili difficoltà iniziali, nonostante le numerose simulazioni e i conseguenti correttivi apportati, ma quel che più ci preoccupa è l’eventualità che la popolazione professionale interessata, a partire dalla sua classe dirigente, me compreso, non sia in grado di cogliere appieno l’opportunità che ci troviamo di fronte. Bisogna assolutamente evitare di entrare nel nuovo Ordine con le modalità concettuali, relazionali, organizzative e operative sedimentate nei Collegi e nelle Associazioni maggiormente rappresentative. La nostra storia istituzionale e associativa è un patrimonio preziosissimo, da rispettare, grazie al quale siamo arrivati a questo punto, ma l’Ordine richiede qualcosa di più e di meglio, abbiamo tutte le potenzialità per realizzarlo, dobbiamo impegnarci tutti per garantirlo».

Non un semplice adempimento burocratico, quindi, ma una vera svolta che consentirà tra l’altro di censire i professionisti abilitati a operare nel Sistema sanitario e sul mercato della libera attività. «Punto di forza di questa procedura – sottolinea Bortone – è che è tutta dematerializzata, al di là del risultato atteso. Ci aspettiamo una grande adesione che dimostrerà che la popolazione professionale è sensibile. Come in passato lo era in termini di libera adesione alle associazioni maggiormente rappresentative per combattere il fenomeno dell’abusivismo oggi ancor più lo è andandosi a iscrivere come previsto dalla legge 3/2018. Altrimenti il rischio è che proprio l’operatore abilitato incorra nell’esercizio abusivo della professione».

I tempi della procedura sono normati. «Ma ai fini legali e assicurativi – avverte Bortone – farà fede la data della pre-iscrizione da parte del professionista».

L’obbligo scatta quindi «senza se e senza ma» dal primo luglio, ma una circolare del ministero della Salute indirizzata agli assessorati ha chiesto «di informare le strutture sanitarie pubbliche e private del periodo transitorio» per la implementazione degli albi professionali delle 17 professioni sanitarie in via di prima applicazione della legge 3 del 2018. Al contempo, la circolare chiede «di dare indicazioni alle strutture sanitarie medesime, affinché siano ammesse con riserva le persone abilitate all’esercizio di una delle sopra citate 17 professioni sanitarie, qualora risultassero ancora non in possesso della certificazione attestante l’iscrizione all’albo professionale quale requisito indispensabile ai fini dell’assunzione o della partecipazione ai concorsi pubblici. Tale requisito dovrà essere richiesto dalle strutture e, pertanto, esibito dall’interessato al termine del perfezionamento della relativa iscrizione all’albo».

Il Sole 24 ore

Con il reiki si guarisce?

Cosa è il reiki?

Si tratta di uno dei metodi riferiti alla cosiddetta “guarigione energetica”, basati sull’idea che il corpo sia circondato o permeato da un campo energetico, capace comunque di sfuggire a qualsiasi tentativo di misurazione con strumenti tradizionali. I terapeuti sarebbero in grado di facilitare il percorso di guarigione rafforzando o riequilibrando tali forze energetiche. La parola stessa è composta da due termini giapponesi: rei (universale) e ki (energia vitale).
Solitamente, chi si sottopone a una sessione è seduto o sdraiato restando vestito. Il terapeuta posiziona le proprie mani a poca distanza dal corpo dell’utente, o toccandolo appena. Ciascuna delle 10-15 posizioni solitamente assunte viene conservata per un tempo variabile tra i 2 e i 5 minuti. Fino a quando, comunque, il terapeuta abbia percepito il cambiamento auspicato nel flusso di energia.

Chi è un convinto seguace di questa pratica ama ricordare che il reiki è stato utilizzato nei suoi secoli di storia per il trattamento di quasi tutti i disturbi e le patologie conosciute. Da quelle più lievi – problemi dermatologici, emicrania e cefalea, difficoltà di memoria, insonnia, raffreddore e forme influenzali, ecc. – alle più gravi: sclerosi multipla, patologie oncologiche, fino al trattamento delle fratture.

La letteratura scientifica sul reiki è generalmente di bassa qualità: studi disegnati scorrettamente, poche persone arruolate, distorsioni che rendono i risultati poco affidabili.

Uno studio che ha analizzato tutte le ricerche precedentemente condotte per verificare l’efficacia del reiki nella pratica clinica (una revisione sistematica della letteratura scientifica esistente) è giunto a conclusioni negative: il reiki non apporta benefici significativi (Lee, 2008).

Un articolo pubblicato su una rivista specialistica in ambito infermieristico espone i risultati di diversi studi che hanno valutato gli effetti del reiki sui livelli di ansia e sul dolore. Anche in questo specifico caso, il primo dato da considerare è quello della modesta qualità metodologica delle ricerche condotte, che ha portato a escludere dalla valutazione un numero considerevole di lavori. Inoltre, la disomogeneità delle popolazioni studiate (con il termine “popolazione” si intende il tipo di persone coinvolte nelle ricerche in termini di età, genere, livello di gravità del disturbo o della malattia) ha determinato una bassa fiducia nei risultati degli studi stessi. Tutto ciò premesso, gli autori di questa ricerca hanno notato un possibile effetto positivo del reiki nel controllo del dolore e nel ridurre i livelli di ansia, al punto di augurarsi siano condotti nuovi e più rigorosi studi su questo argomento.

Una lettera pubblicata sul Journal of the American College of Cardiology (JACC) ha riportato i risultati di uno studio randomizzato su una piccola popolazione di pazienti ricoverati per sindrome coronarica acuta, studio che aveva l’obiettivo di valutare l’impatto del reiki sul ritmo cardiaco (Friedman, 2010). Il trial suggerisce qualche effetto positivo.

Alla luce delle conoscenze consolidate di fisica e di chimica non è possibile rispondere affermativamente a questa domanda (Gorski, 2014). In altre parole, il reiki non può essere considerato una forma di terapia. A meno – spiega l’autore dell’editoriale su Nature Reviews Cancer – di accettare di ripensare l’intero corpus teorico delle discipline scientifiche di base. È possibile – ed è l’ipotesi avanzata dagli autori della lettera alla rivista dell’American College of Cardiology – che alcune delle modalità insite nello svolgimento di questa pratica possano avere un’influenza positiva sull’esito della prestazione stessa. In altri termini, è possibile che abbia un impatto positivo sul ritmo cardiaco il fatto stesso che un’infermiera tenga “gentilmente” la mano a una persona ricoverata in terapia intensiva successivamente a un infarto miocardico acuto. In conclusione, il reiki non è una cura che funziona, ma un atteggiamento empatico del curante che preveda forme di contatto con il paziente può dare dei benefici.

FNOMCeO

Equipollenza massofisioterapisti e fisioterapisti. Consiglio di Stato sospende una sentenza del Tar che la riconosce ma rinvia la decisione finale all’adunanza plenaria

Secondo la sezione del Consiglio di Stato che ha rimesso la decisione finale all’adunanza plenaria,  il massofisioterapista è un operatore di “interesse sanitario” e come tale l’equipollenza del titolo al diploma universitario dovrebbe valere in termini molto ristretti, “solo per il periodo transitorio di due anni dal 1 gennaio 1994 in cui si sarebbe dovuto compiere il riordino, e solo per i diplomi conseguiti all’esito di un corso già regolamentato a livello nazionale, ovvero solo in presenza di moduli formativi la cui uniformità ed equivalenza fossero già state riconosciute nel regime pregresso”

Niente equipollenza di titoli tra massofisioterapista e fisioterapista. O meglio, per ora il primo titolo non dà spazio per accedere (al terzo anno) ai corsi del secondo, ma dovrà decidere l’adunanza plenaria del Consiglio di Stato a cui si è rimesso la sesta sezione dello stesso organo che in sede giurisdizionale ha respinto l’equiparazione invece accettata dal Tar Marche.

Il fatto
Alcuni titolari di diplomi di massofisioterapista rilasciati ai sensi della l. 19 maggio 1971 n.403 e conseguiti in un caso nel 2009 presso l’istituto “Fermi” di Perugia, e negli altri due nel 2007 presso l’istituto “Fleming” di Ancona, al termine di un corso di studi triennale al quale si può accedere immediatamente dopo l’assolvimento dell’obbligo scolastico,  hanno chiesto all’Università la “riconversione creditizia” del titolo predetto, la valutazione dei crediti formativi e la conseguente iscrizione al terzo anno del corso di laurea in Fisioterapia esistente presso l’università stessa.

L’Università ha respinto la domanda e  ha reso noto di aver previsto, per l’anno accademico 2016/2017, solo ingressi al primo anno di corso, subordinati come per legge al superamento di un “concorso per esami”. Ha poi precisato di non aver programmato posti per l’iscrizione alla laurea triennale a seguito del riconoscimento delle attività formative svolte nei corsi di diploma universitario o titoli equipollenti, ovvero di riconversione creditizia, accesso per il quale comunque richiede una selezione. In conclusione ha affermato di non poter accettare, per l’anno in questione, una iscrizione automatica al terzo anno di corso.

Il TAR ha accolto il ricorso presentato dagli interessati contro il rifiuto, affermando in sintesi che l’Università, salva una valutazione del loro percorso formativo, deve ammetterli all’iscrizione, in particolare senza test di ingresso, posto che il titolo da loro conseguito non va ritenuto inutile o inefficace ai fini in questione, ma l’Università ha impugnato questa decisione al Consiglio di Stato per due motivi:

– “con il primo – si legge nella sentenza del Consiglio di Stato – deduce violazione della legge 2 agosto 1999 n.264, nel senso che per l’accesso al corso di laurea indicato, anche per gli anni successivi al primo, sarebbe necessario comunque il superamento del test di ingresso, subordinato al possesso di un diploma di scuola secondaria di secondo grado di durata quinquennale;

– con il secondo motivo, deduce violazione della legge l. 26 febbraio 1999 n.42, nel senso che il diploma posseduto dai ricorrenti appellati non consentirebbe, in particolare, l’accesso in parola”.

La sentenza
Secondo la sezione del Consiglio di Stato – e in base anche ad altre sentenze precedenti sempre del Consiglio di Stato –   il massofisioterapista è un operatore di “interesse sanitario” e come tale l’equipollenza del relativo titolo al diploma universitario dovrebbe valere in termini molto ristretti, “ovvero – spiega la sentenza – solo per il periodo transitorio di due anni dal 1 gennaio 1994 in cui si sarebbe dovuto compiere il riordino, e solo per i diplomi conseguiti all’esito di un corso già regolamentato a livello nazionale, ovvero solo in presenza di moduli formativi la cui uniformità ed equivalenza fossero già state riconosciute nel regime pregresso”.

Dello stesso avviso, si legge ancora nella sentenza, il Ministero della Salute, con una nota 5 aprile 2018.

Secondo i giudici “un diploma la cui validità ai fini dell’esercizio professionale fosse limitata nel tempo e condizionata non potrebbe considerarsi secondo logica valido senza limiti ai fini di un’iscrizione universitaria. Ciò però anche nel caso particolare, perché ai diplomi dei ricorrenti appellati, addirittura conseguiti in data molto posteriore al periodo transitorio di cui s’è detto, non potrebbe riconoscersi equipollenza alcuna, neanche sotto il profilo dell’esercizio professionale”.

I ricorrenti quindi “dovrebbero al pari di ogni altro aspirante iscriversi al primo anno di corso superando il relativo test, salva la possibilità, da verificare caso per caso, che in base al diploma posseduto vengano loro riconosciuti in qualche misura crediti formativi”.

Secondo la sentenza, “non si potrebbe applicare, lo si dice per completezza, alla fattispecie il principio stabilito da C.d.S. a.p. 28 gennaio 2015 n.1, che esenta, a certe condizioni, dal test di ingresso gli studenti di Medicina che si trasferiscano da una facoltà straniera all’omologa facoltà italiana. Il caso deciso è infatti molto diverso, poiché si trattava di stabilire non una equipollenza, ma i requisiti per proseguire presso altra sede il medesimo corso di studi già intrapreso presso una sede all’estero”.

QS

Ordinanza CDS

Sanità, Aifi: “Su iscrizioni massofisioterapisti rivedere quadro normativo”

ROMA – “Anche la sentenza del Tar della Puglia dichiara l’infondatezza dei ricorsi presentati dagli studenti contro l’annullamento, disposto dal Miur, delle iscrizioni di massofisioterapisti al terzo anno del corso di laurea in Fisioterapia dell’Universita’ di Foggia. I giudici amministrativi, infatti, hanno stabilito che l’annullamento e’ legittimo perche’ sussiste ‘specifico interesse pubblico’ che verrebbe leso per ‘una violazione del principio di parita’ di trattamento’, se si considera il vantaggio garantito nei confronti degli studenti che su tutto il territorio nazionale hanno affrontato e superato il test di ammissione’”. Lo affermano in una nota Sara Befani, responsabile per la Formazione di base, e Roberto Marcovich, consigliere nazionale dell’Associazione Italiana Fisioterapisti (AIFI).

Ma non e’ finita. Secondo AIFI “i giudici vanno oltre e affermano che ‘in assenza di prova selettiva e della effettiva frequenza ai precedenti due anni di corso, vi sarebbe la non remota possibilita’ che gli studenti non abbiano maturato concrete e adeguate competenze sanitarie e, dunque, l’effettiva capacita’ ad operare, anche autonomamente, in un settore quale appunto quello sanitario, in cui una preparazione non adeguata potrebbe avere conseguenze rilevanti sulla salute dei pazienti’.

Dunque questa situazione sarebbe potenzialmente idonea, per la sentenza, ‘a violare il fondamentale diritto alla salute sancito dall’art. 32 della Costituzione’: una presa di posizione che ci sembra innovativa da parte della giurisprudenza”. D’altra parte, “dare lo stesso titolo di studio a persone che seguono percorsi sostanzialmente diversi da quelli della laurea, e che sono anche diversificati tra le scuole per l’assenza di un riferimento normativo unico, mette i cittadini a rischio di salute”.

Per Marcovich e Befani occorre “ridefinire il quadro normativo, fortemente atteso non soltanto dai professionisti ma anche dai cittadini bisognosi di trattamenti sempre piu’ efficaci”.

Soprattutto, “si tratta di decidere per un innalzamento dei livelli formativi nel campo della Fisioterapia come di altre professioni sanitarie che da tempo lo richiedono e non di far proliferare corsi che gia’ la riforma sanitaria del 1992 (d.lgs. 502/92) prevedeva di riordinare sopprimendo le figure legate a concezioni e pratiche superate dall’evoluzione delle discipline della salute”. Da tempo AIFI aveva richiesto un parere anche dal Ministero della Salute che ha da poco “definitivamente chiarito la non equipollenza dei titoli conseguiti dopo il 17 marzo 1999”.

In conclusione, dunque, “perche’ continuare a investire in tale formazione invece di sviluppare quella universitaria? E perche’ farlo se questo, come dicono anche i giudici, puo’ mettere a rischio la salute delle persone? Confidiamo che su queste linee si sviluppino le politiche che Governo e Regioni sono deputate a fare. Su questo AIFI e’ impegnata e continuera’ a esserlo”.

Dire.it

QS

Fisioterapia in RSA: troppi pazienti, poche ore, zero risultati!

Lavorare come fisioterapista in RSA non rispecchia certamente la soddisfazione più pura rispetto alle ambizioni che ogni professionista ha per la propria carriera ma rappresenta sicuramente un inizio da cui partire. Tra mancanza di ore, numeri eccessivi di pazienti e ambiente non collaborante, quali sono le possibilità di fare un buon lavoro?

Il collega Giulio, fisioterapista presso una nota residenza sanitaria di Firenze, ci racconta come sia difficile riuscire a fare fisioterapia in una RSA.

Quali sono le maggiori difficoltà che si incontrano?

Da dove inizio? (ride).

Si può riassumere essenzialmente in: poche ore, troppi trattamenti e nessuna collaborazione da parte delle altre figure professionali.

Da dove vuoi partire per analizzarle e parlarcene?

La mia realtà è un buon livello per quanto riguarda l’assistenza clinica ma veramente pessima dal punto di vista fisioterapica. Ho a disposizione una modestissima palestrina e non è poco. Parliamo però del numero dei pazienti: 60. Parliamo di ore: 8 alla settimana di cui 6 per trattamenti di gruppo e 2 per i trattamenti singoli. Una follia.

Devi trattare tutti singolarmente?

Ovviamente no, però nel mio caso sono comunque diversi, io riesco a dedicargli 10 minuti ciascuno, forse un quarto d’ora quando qualcuno è fuori residenza per qualche visita o permesso. Ma non sono eventi che capitano spesso, purtroppo.

Come mai così poche ore?

Ovviamente nessuno ti fa un contratto per 8 ore, quindi sono a partita iva. Per arrivare a fare quasi 30 ore sono impiegato in un’altra struttura e faccio il massaggiatore per una squadra di volley maschile, tramite un amico. Poi ci devi pagare le tasse. A volte riesco a trovare qualche lavoro a domicilio ma sono sempre saltuari.

Con così poche ore come è possibile riuscire a tirar fuori qualche miglioramento/mantenimento delle funzionalità efficaci?

Non puoi. Anche perchè questo si mescola con l’assoluta mancanza di collaborazione di altre figure. Li mettono in carrozzina, gli fanno tutto, surrogano i movimenti per fare prima. Gli anziani sono lenti e loro sono sempre di corsa, non per colpa loro. Il risultato però è la perdita di autonomia, di massa muscolare e di capacità articolare.

Pensi che cambiando posto di lavoro riusciresti a trovare situazioni migliori?

Assolutamente sì se fossi tra i fortunati che lavorano in centri riabilitativi. Ma lavorando in RSA, ovunque è così. Tutto il mondo è paese, come si suol dire. Si dovrebbe cambiare mentalità ma purtroppo la fisioterapia è un servizio esclusivamente di interesse perchè aumenta i punteggi nell’accreditamento. La realtà è questa.

Grazie Giulio, in bocca al lupo per la tua carriera!

Assocarenews

Il superamento del test d’ingresso, qualora previsto,  è ineludibile.

Essa sarebbe, altresì, idonea a ledere l’effettiva tutela di ulteriori diritti costituzionalmente garantiti.

Come correttamente affermato dalle parti resistenti, l’ammissione diretta dei massofisioterapisti al terzo anno, comporterebbe un’ingiustificata lesione del principio di parità di trattamento, consentendo ai ricorrenti di eludere la normativa prevista in materia di accesso ai corsi universitari, a detrimento di tutti gli altri studenti iscritti a corsi di laurea a numero chiuso.

Aggiungasi che da tale generalizzata ammissione, deriverebbe un concreto vulnus all’esercizio della professione di fisioterapista in regime di libera concorrenza, scaturente dall’immissione nel “mercato” delle professioni di un numero di operatori spropositato ed esorbitante rispetto alla domanda, con notevoli ripercussioni a livello occupazionale.

Né può escludersi che l’ammissione diretta al terzo ed ultimo anno di un corso di laurea nel settore delle professioni sanitarie sia idonea, seppur potenzialmente, a violare il fondamentale diritto alla salute sancito dall’art. 32 Cost.

In assenza di prova selettiva e della effettiva frequenza ai precedenti due anni di corso, infatti, vi sarebbe la non remota possibilità che gli studenti non abbiano maturato concrete ed adeguate competenze sanitarie e, dunque, l’effettiva capacità ad operare, anche autonomamente, in un settore, quale appunto quello sanitario, nel quale una preparazione non adeguata potrebbe avere conseguenze rilevanti sulla salute dei pazienti.

A fortiori, tale timore sussiste, laddove si consideri che la L. n.403/71, istitutiva della professione di massofisioterapista, non detta norme sul relativo percorso formativo, di talché, in seguito al trasferimento di detta competenza alle Regioni, lo stesso risulta essere disciplinato in modo non unico sul territorio nazionale.

Il titolo in questione, pertanto, può essere rilasciato sulla base di corsi con monte ore di insegnamento teorico-pratico e programmi, in concreto, variabili, con conseguente incertezza in ordine alle competenze acquisite dai singoli discenti (sul punto vedasi CdS n.219/2018: “Nel caso dei massiofisioterapisti, vale precisare che la L. n. 403/1971, istitutiva di tale professione sanitaria ausiliaria, non detta norme sul relativo percorso formativo, di talché – una volta trasferita alla Regioni la relativa competenza – lo stesso è stato disciplinato in modo difforme sul territorio nazionale. In concreto, il titolo in questione risultava quindi rilasciato, a seconda dei casi, sulla base di corsi dalla durata indifferentemente triennale o biennale e con un monte ore di insegnamento teorico-pratico conseguentemente variabile. Ai sensi dell’art. 7 del d. lgs. 7 dicembre 1993 n. 517, modificativo dell’art. 6, co. 3, del d. lgs. n. 502 del 1992, il quale disciplina la formazione del personale della riabilitazione, il Ministro della Sanità avrebbe dovuto individuare le figure professionali da formare ed i relativi profili, con conseguente soppressione, entro due anni dal 1 gennaio 1994, dei corsi di studio relativi alle figure professionali così individuate e previste dal precedente ordinamento, che non fossero stati già riordinati ai sensi dell’art. 9 della l. 19 novembre 1990 n. 341.

TAR Puglia

Linee guida per la diagnosi e la terapia delle spondiloartriti

Antonino Cartabellotta, Stefano Salvioli, Tiziano Innocenti, Giovanni Arioli

Evidence 2018;10(2): e1000178 doi: 10.4470/E1000178

Copyright: © 2018 Cartabellotta et al. Questo è un articolo open-access, distribuito con licenza Creative Commons Attribution, che ne consente l’utilizzo, la distribuzione e la riproduzione su qualsiasi supporto esclusivamente per fini non commerciali, a condizione di riportare sempre autore e citazione originale.

Le spondiloartriti comprendono un insieme di condizioni infiammatorie con alcune caratteristiche comuni, tra cui manifestazioni extra-articolari che possono verificarsi in occasione della prima presentazione oppure successivamente. La presente linea guida (LG) distingue tra spondiloartriti a predominanza assiale o periferica (box 1), tenendo comunque conto che le prime potrebbero avere caratteristiche periferiche e viceversa.

Box 1: Tipologie di spondiloartriti

Predominanza assiale

  • Spondilite anchilosante (o spondiloartrite assiale radiografica)
  • Spondiloartite assiale non-radiografica

Predominanza periferica

  • Artrite psoriasica
  • Artrite reattiva, spesso conseguente a infezioni gastrointestinali o genitourinarie (es. da Campylobacter, Chlamydia, Salmonella, Shigella, Yersinia, etc)
  • Artrite enteropatica, associata a malattie infiammatorie croniche intestinali

I professionisti sanitari in setting non specialistici spesso non riconoscono segni e sintomi delle spondiloartriti. Le presentazioni assiali spesso vengono diagnosticate erroneamente come lombalgie di tipo meccanico, con conseguente ritardo nel trattamento. Tra insorgenza dei sintomi e diagnosi intercorre un ritardo medio di 8,5 anni: solo il 15% circa dei casi riceve una diagnosi entro 3 mesi dalla presentazione iniziale (1). Contrariamente alle credenze comuni, l’incidenza delle spondiloartriti assiali è simile tra uomini e donne, non è sempre evidente alla radiografia standard e si presenta in persone sieronegative per l’antigene leucocitario umano B27 (HLA-B27). Le presentazioni periferiche vengono spesso interpretate come problemi articolari o tendinei non collegati tra loro, generando diagnosi errate perché possono migrare tra diverse articolazioni. Anche in persone con comorbidità note (es. psoriasi), le spondiloartriti periferiche possono non essere riconosciute.

Questo articolo sintetizza le più recenti raccomandazioni provenienti dal National Institute for Health and Care Excellence (NICE), per la diagnosi e il trattamento delle spondiloartriti in persone di età =16 anni (2). La LG mira innanzitutto ad accrescere la consapevolezza delle caratteristiche delle spondiloartriti e a fornire raccomandazioni chiare sulle azioni da intraprendere quando persone con segni e sintomi si presentano in setting non specialistici. La LG fornisce inoltre consigli sugli interventi farmacologici, non farmacologici e chirurgici per i pazienti con diagnosi di spondiloartrite, oltre a suggerire modelli organizzativi e modalità di informazione e supporto.

Le raccomandazioni del NICE sono basate su revisioni sistematiche delle migliori evidenze disponibili e su una esplicita considerazione della costo-efficacia. Quando le evidenze disponibili sono limitate, le raccomandazioni sono basate sull’esperienza del gruppo che ha prodotto la linea guida – Guideline Development Group’s (GDG) – e sulle norme di buona pratica clinica. I livelli di evidenza delle raccomandazioni cliniche sono indicati in corsivo tra parentesi quadre.

1. Sospetto di spondiloartrite
Nessun singolo test è sufficientemente accurato per confermare o escludere la diagnosi di spondiloartrite: di conseguenza, le decisioni diagnostiche non possono essere basate sulla presenza o l’assenza di singoli segni, sintomi o risultati di test. Infatti:

  • Le spondiloartriti possono presentarsi con sintomi differenti, difficili da identificare, con conseguente diagnosi ritardata o mancata.
  • Segni e sintomi potrebbero essere:
    • muscolo-scheletrici: lombalgia infiammatoria, entesite (infiammazione nel punto in cui un tendine si inserisce sulla parte ossea) e dattilite (infiammazione di un intero dito, incluse le articolazioni, i tendini e le entesi);
    • extra-articolari: uveite, psoriasi incluso il coinvolgimento ungueale.
  • I fattori di rischio includono recenti infezioni genitourinarie e storia familiare di spondiloartrite o psoriasi.
    [Raccomandazione basata su studi di qualità da molto bassa ad alta da studi di accuratezza diagnostica]

2. Consulto specialistico
2.1. Spondiloartriti assiali

  • Nelle persone di età <45 anni con lombalgia che persiste da oltre tre mesi richiedere un consulto reumatologico per sospetta spondiloartrite in presenza di almeno quattro criteri riportati nel box 2. [Raccomandazione basata su evidenze di elevata qualità da studi di accuratezza diagnostica e da un modello di analisi economica recentemente sviluppato]
  • In presenza di almeno tre dei criteri riportati nel box 2, eseguire un test HLA-B27. Se il test è positivo, richiedere un consulto reumatologico per la valutazione della spondiloartrite. [Raccomandazione basata su evidenze di elevata qualità da studi di accuratezza diagnostica e da un modello di analisi economica recentemente sviluppato]
  • Se la persona non soddisfa i criteri per il consulto specialistico riportati nel box 2, ma rimane il sospetto clinico di spondiloartrite assiale, consigliare una rivalutazione in caso di successiva insorgenza di uno o più segni, sintomi o fattori di rischio riportati nel box 2, in particolare se la persona ha una diagnosi di malattia infiammatoria cronica intestinale (morbo di Crohn o colite ulcerosa), psoriasi o uveite. [Raccomandazione basata sull’esperienza e l’opinione del GDG]
Box 2: Criteri per il consulto specialistico per spondiloartrite assiale nelle persone con lombalgia insorta prima dei 45 anni di età e di durata superiore a tre mesi

  • Lombalgia insorta prima dell’età di 35 anni (più probabile che sia dovuta a spondiloartrite rispetto a quella insorta tra 35 e 44 anni)
  • Risvegli durante la seconda metà della notte a causa dei sintomi
  • Dolore mammario
  • Miglioramento con il movimento
  • Miglioramento entro 48 ore dalla somministrazione di FANS
  • Parente di primo grado affetto da spondiloartrite
  • Artrite, attuale o pregressa
  • Entesite, attuale o pregressa
  • Psoriasi, attuale o pregressa

Richiedere un consulto reumatologico se sussistono ≥4 criteri. In presenza di 3 criteri, eseguire un test HLA-B27 e richiedere un consulto reumatologico se il test è positivo.

2.2. Artrite psoriasica e altre spondiloartriti periferiche

  • Richiedere un consulto reumatologico urgente per sospetta spondiloartrite nelle persone con sospetta artrite infiammatoria di nuova insorgenza, tranne nel caso in cui si sospetti artrite reumatoide, gotta o artrite acuta da pirofosfato di calcio (pseudogotta). Nel sospetto di artrite reumatoide, valutare i criteri per l’invio al trattamento specialistico riportati nella LG NICE sull’artrite reumatoide negli adulti. [Raccomandazione basata sull’esperienza e l’opinione del GDG]
  • Richiedere un consulto reumatologico per sospetta spondiloartrite nelle persone con dattilite. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da bassa a moderata da studi di accuratezza diagnostica]
  • Richiedere un consulto reumatologico per sospetto di spondiloartrite nelle persone con entesite senza apparenti cause meccaniche, se è:
    • persistente, oppure
    • presente in più sedi, oppure
    • presente almeno una delle seguenti condizioni:
      • lombalgia senza apparente causa meccanica;
      • uveite, attuale o pregressa;
      • psoriasi, attuale o pregressa;
      • infezione gastrointestinale o urogenitale;
      • malattia infiammatoria cronica intestinale (morbo di Crohn o colite ulcerosa);
      • familiare di primo grado con spondiloartrite o psoriasi.

    [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da bassa a moderata da studi di accuratezza diagnostica e sull’esperienza e l’opinione del GDG]

3. Diagnosi di spondiloartrite
In setting specialistici la diagnosi di spondiloartrite si basa su vari elementi: dati clinici, risultati del test HLA-B27, esami strumentali quali radiografia (Rx) e risonanza magnetica (RM) e può essere coadiuvata dall’uso di criteri diagnostici validati per le spondiloartriti. La Rx non costituisce un test appropriato di primo livello nelle persone con scheletro non completamente maturo. Le caratteristiche delle spondiloartriti assiali possono non essere evidenziate dalla RM tradizionale del rachide, che spesso non include le articolazioni sacroiliache e non contiene le immagini pesate in sequenza STIR, necessarie per rilevare l’edema osseo.

4. Trattamento della spondiloartrite
Il box 3 riporta le principali opzioni farmacologiche e non farmacologiche per il trattamento delle spondiloartriti. Se la terapia con farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS) può essere già avviata a livello di cure primarie prima della conferma diagnostica, i farmaci antireumatici che modificano l’andamento della malattia – Disease-Modifying AntiRheumatic Drugs (DMARD) – standard o biologici, dovrebbero essere prescritti solo in setting specialistici. Il monitoraggio continuo della terapia farmacologica e le eventuali modifiche in caso di riacutizzazione possono essere eseguiti sia a livello di cure primarie che secondarie. Il GDG ha convenuto che non possono essere formulate raccomandazioni generali per il trattamento delle riacutizzazioni, perché le esperienze dei pazienti sono variabili e possono richiedere approcci differenti; tuttavia, la LG stabilisce dei princìpi generali per un’assistenza efficace.

Box 3: Trattamento farmacologico e non farmacologico delle spondiloartriti

Spondiloartrite assiale

  • Terapia farmacologica
    • Il trattamento di prima linea è la minore dose efficace di FANS, con adeguata valutazione e monitoraggio clinico
    • Se la dose massima tollerata per 2-4 settimane non fornisce un adeguato miglioramento, passare ad un altro FANS o utilizzare DMARD (l’uso di DMARD biologici per spondiloartrite assiale è stato oggetto di un report HTA del NICE (3,4))
  • Terapia non farmacologica
    • I pazienti con spondiloartrite assiale dovrebbero essere inviati a un fisioterapista specializzato per un programma strutturato di riabilitazione
    • Considerare l’idroterapia per gestire il dolore o il consulto di altre figure riabilitative sanitarie specializzate (terapista occupazionale, fisioterapista, ortottista, podologo, etc.) per i pazienti con limitazioni delle attività quotidiane

Artrite psoriasica ed altre spondiloartriti periferiche

  • Terapia farmacologica
    • Le opzioni di trattamento di prima linea per le spondiloartriti periferiche includono infiltrazioni di steroidi per la monoartrite non progressiva e DMARD standard per la poliartrite periferica, l’oligoartrite e la monoartrite progressiva
    • I DMARD biologici sono un’opzione per il trattamento dell’artrite psoriasica che non ha risposto a 2 DMARD standard (l’uso di DMARD biologici per l’artrite psoriasica è stato oggetto di un report HTA del NICE (5-8))
    • I FANS alla minima dose efficace a breve termine, le infiltrazioni di steroidi o la terapia con steroidi orali a breve termine possono essere utilizzati in aggiunta a DMARD standard o biologici
  • Terapia non farmacologica
    • Considerare l’invio a figure riabilitative sanitarie specializzate (fisioterapista, terapista occupazionale, ortottista, podologo, etc.) per i pazienti con limitazioni delle attività quotidiane

5. Gestione del paziente con riacutizzazioni

  • Informare i pazienti con spondiloartrite della possibilità di riacutizzazioni e sintomi extra-articolari. [Raccomandazione basata sull’esperienza e l’opinione del GDG]
  • Considerare l’elaborazione di un piano terapeutico per le riacutizzazioni in base alle necessità, alle caratteristiche e alle preferenze individuali del paziente. [Raccomandazione basata sull’esperienza e l’opinione del GDG]
  • Quando si discute il piano terapeutico per le riacutizzazioni fornire informazioni su:
    • accesso alle cure in caso di riacutizzazione, inclusi i recapiti di un professionista sanitario di riferimento;
    • self management: es. esercizi, stretching e protezione articolare;
    • trattamento del dolore e dell’astenia;
    • potenziali modifiche della terapia farmacologica;
    • modalità per gestire l’impatto dei sintomi sulla vita quotidiana e sull’attività lavorativa.

    [Raccomandazione basata sull’esperienza e l’opinione del GDG]

  • Nella gestione delle riacutizzazioni nell’ambito delle cure primarie richiedere un consulto specialistico se necessario, in particolare per i pazienti che:
    • hanno riacutizzazioni ricorrenti o persistenti;
    • assumono DMARD biologici;
    • presentano comorbidità che potrebbero influenzare la terapia delle spondiloartriti o delle sue riacutizzazioni.

    [Raccomandazione basata sull’esperienza e l’opinione del GDG]

6. Complicanze a lungo termine
Sulla valutazione delle complicanze a lungo termine delle spondiloartriti e dei relativi trattamenti farmacologici esistono evidenze limitate, che rendono impossibile sviluppare un piano standardizzato di assistenza a lungo termine. Tuttavia, la LG rileva specifiche criticità e sottolinea la necessità di un percorso assistenziale coordinato.

  • Nell’ambito delle cure primarie considerare gli effetti avversi associati ai FANS, ai DMARD standard e a quelli biologici durante il follow-up delle spondiloartriti. [Raccomandazione basata su evidenze di bassa qualità da studi di coorte]
  • Informare i pazienti che il trattamento con alfa-inibitori del fattore di necrosi tumorale (TNF) può aumentare il rischio di neoplasie. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità molto bassa da studi di coorte]
  • Discutere con tutti i pazienti con diagnosi di spondiloartrite dei fattori di rischio per le comorbidità cardiovascolari. [Raccomandazione basata su evidenze di bassa qualità da studi di coorte]
  • Nei pazienti con spondiloartriti assiali considerare valutazioni periodiche dell’osteoporosi (ogni due anni) tenendo conto che con la densitometria a raggi x a doppia energia (DEXA) spinale la densità minerale ossea potrebbe risultare elevata, a causa della presenza di sindesmofiti e calcificazioni legamentose, mentre le misurazioni a livello dell’anca potrebbero essere più affidabili. [Raccomandazione basata sull’esperienza e l’opinione del GDG]
  • Informare i pazienti con spondiloartriti assiali che hanno un rischio aumentato di fratture e che dovrebbero rivolgersi ad un professionista sanitario dopo una caduta o un trauma, in particolare se aumenta il dolore muscoloscheletrico. [Raccomandazione basata sull’esperienza e l’opinione del GDG]

7. Organizzazione dei servizi

    • I policy maker dovrebbero garantire accordi locali per coordinare i servizi di assistenza primaria e specialistica, relativamente a:
      • prescrizione e monitoraggio di FANS e DMARD standard e biologici;
      • trattamento delle riacutizzazioni;
      • accesso immediato al consulto reumatologico quando necessario;
      • accesso immediato ad altri servizi specialistici per il trattamento di comorbidità e sintomi extra-articolari.

[Raccomandazione basata sull’esperienza e l’opinione del GDG]

  • Garantire ai pazienti con spondiloartrite un accesso all’assistenza specialistica in setting di cure primarie o secondarie, durante tutto il corso della malattia, al fine di garantire un trattamento ottimale a lungo termine. [Raccomandazione basata sull’esperienza e l’opinione del GDG]

8. Raccomandazioni per la ricerca futura

  • Quali sono i criteri ottimali per la richiesta di consulto specialistico nelle persone con sospetta spondiloartrite assiale?
  • Qual è l’incidenza di complicanze a lungo termine, in particolare osteoporosi, malattie cardiovascolari e sindrome metabolica, in pazienti con spondiloartriti vs popolazione generale?
  • Esistono specifiche caratteristiche delle spondiloartriti o fattori di rischio associati all’incidenza e agli outcome di queste complicanze?
  • Qual è l’efficacia e la costo-efficacia degli interventi formativi per i professionisti sanitari, finalizzati ad aumentare la tempestività della diagnosi di spondiloartrite?
  • Qual è l’efficacia comparativa e la costo-efficacia dei DMARD standard per il trattamento delle spondiloartriti periferiche? L’efficacia è influenzata dalle differenze nei protocolli di incremento graduale della dose?
  • Qual è l’efficacia e la costo-efficacia dei DMARD biologici in pazienti con spondiloartriti periferiche persistenti (esclusa l’artrite psoriasica) o con spondiloartriti indifferenziate?

Gimbe

Bologna, controlli sull’esercizio abusivo della professione sanitaria. 22 persone denunciate. Sotto sequestro due strutture sanitarie del valore complessivo di 1 milione di euro

Continua l’attività di vigilanza dei Carabinieri del N.A.S. di Bologna allo scopo di contrastare l’insidioso fenomeno dell’esercizio abusivo delle professioni sanitarie,perpetrato diffusamente da spregiudicati millantatori.

I diffusi controlli eseguiti nel corso del secondo semestre dello scorso anno e proseguiti fino ad oggi, che hanno interessato oltre 60 strutture (studi medici, poliambulatori, studi dentistici, studi fisioterapici) nelle province di Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, hanno permesso di individuare situazioni di non conformità con risvolti di rilevanza penale e amministrativa:

  • pseudo dietologi che prescrivevano diete dimagranti;
  • odontotecnici e assistenti alla poltrona colti nello svolgimento di mansioni di esclusiva pertinenza dell’odontoiatra;
  • pseudo fisioterapisti, che agivano su pazienti con difficoltà motorie;
  • pseudo infermieri.

Complessivamente sono 22 le persone denunciate a piede libero per avere svolto o tollerato l’esercizio abusivo della professione medica, nello specifico:

  • 5 persone operanti nel ferrarese, svolgevano, all’interno di due strutture ricettive per anziani, la professione sanitaria di infermiere in assenza di titoli di abilitazione dello Stato;
  • 13 persone denunciate nel bolognese, dove venivano scoperti falsi dentisti operare nel cavo orale dei loro pazienti con la complicità del medico – dentista, un falso medico – biologo prescrivere, presso un centro estetico, piani alimentari e diete dimagranti, un fisioterapista praticare massaggi terapeutici, laser terapia e tecarterapia in assenza di titoli abilitativi, un medico chirurgo per aver sottratto e fatto uso improprio di farmaci ad azione anestetizzante,
  • 4 persone denunciate nella provincia di Forlì – Cesena, dove venivano scoperti degli odontotecnici svolgere mansioni riservate prettamente al medico – dentista, truffando gli ignari pazienti. Sottoposte a sequestro due strutture sanitarie del valore complessivo di 1 milione di euro, in quanto prive dei requisiti organizzativi e strutturali previsti dalla normativa vigente.

Ministero della Salute

GDPR Day, state calmi e seguite le istruzioni!

25 maggio 2018: alla fine siamo arrivati al GPDR Day!!!

Il nuovo regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali(Gdpr), entrato in vigore il 25 maggio 2016, si applica in tutti gli Stati Membri a partire da oggi, 25 maggio 2018. Il Regolamento intende dare vita ad un quadro più solido e coerente in materia di privacy, affiancato da efficaci misure di attuazione e rafforzare la certezza giuridica e operativa tanto per le persone fisiche quanto per gli operatori economici che per le autorità pubbliche.

Il Regolamento UE si articola in 11 capi per un totale di 99 articoli. Ai fini dell’adeguamento della disciplina italiana nelle meterie oggeto del Regolamento il Governo Gentiloni ha varato un apposito decreto legislativo che è stato trasmesso  per i parei alle Commissioni speciali di Camera e Senato o scorso 10 maggio (vedi altro articolo).

Per quanto riguarda la sanità il decreto legislativo se ne occupa all’articolo 6 dello che detta disposizioni specifiche per il trattamento dei dati personali in ambito sanitario, intervenendo sugli articoli da 75 a 94 del Codice della privacy. Innanzitutto, nel Capo I, relativo ai principi generali, con la modifica dell’articolo 75, la riforma delinea la cornice di liceità del trattamento dati effettuato per finalità di tutela della salute e dell’incolumità fisica dell’interessato, di terzi o della collettività, richiamando le pertinenti disposizioni del Regolamento UE e della parte generale del Codice.

Tale trattamento può riguardare dati particolari (es. origine razziale o etnica, convinzioni religiose, dati genetici, dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica, dati relativi alla salute o alla vita sessuale o all’orientamento sessuale della persona) purché:
 il trattamento sia necessario per finalità di medicina preventiva o di medicina del lavoro, di valutazione della capacità lavorativa del dipendente, di diagnosi, assistenza o terapia sanitaria o sociale ovvero gestione dei sistemi e servizi sanitari o sociali sulla base del diritto dell’Unione o degli Stati membri o conformemente al contratto con un professionista della sanità (art. 9, par. 2, lett. h) del Regolamento UE). Tale professionista deve essere soggetto al segreto professionale (art. 9, par. 3, del regolamento UE);

• il trattamento sia necessario per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica, quali la protezione da gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero o la garanzia di parametri elevati di qualità e sicurezza dell’assistenza sanitaria e dei medicinali e dei dispositivi medici, sulla base del diritto dell’Unione o degli Stati membri (art. 9, par. 2, lett. i) del Regolamento UE).

Quando ricorrono queste condizioni il consenso dell’interessato non è richiesto.

Il trattamento dati in ambito sanitario, inoltre, deve rispettare le misure di garanzia per i dati genetici, biometrici e relativi alla salute. In base a tale disposizione, spetta al Garante adottare misure di garanzia ed eventualmente ulteriori condizioni sulla base delle quali il trattamento è consentito. Questa possibilità è offerta agli Stati dall’art. 9, par. 4, del Regolamento UE che, per questi dati – oltre che per i dati biometrici e genetici – consente di mantenere o introdurre ulteriori condizioni e limitazioni. Dalla lettura dell’art. 2-septies, comma 6, che consente al Garante in relazione ai dati genetici ed ai dati sanitari, diagnostici e relativi alle prescrizioni di medicinali di “individuare in caso di particolare ed elevato livello di rischio, il consenso come ulteriore misura di protezione dei diritti dell’interessato“, si desume che il Garante potrà reintrodurre il consenso per il trattamento di alcuni specifici dati relativi alla salute e per i dati genetici.

In presenza di questi presupposti e requisiti il trattamento dati è lecito e, in base al nuovo comma 2 dell’articolo 75, l’interessato non può esercitare il diritto all’oblio (articolo 17 del Regolamento) e il diritto alla portabilità dei dati (articolo 20 del Regolamento). Tali limitazioni ai diritti sono espressamente fondate sull’articolo 23 del Regolamento che le consente per salvaguardare la sanità pubblica (par. 1, lett. e).

Coerentemente con l’eliminazione del requisito del consenso, la riforma abroga l’articolo 76 del Codice che distingue, per la sanità pubblica, i trattamenti dati che possono essere effettuati anche senza il consenso dell’interessato, ma previa autorizzazione da parte del Garante, da quelli che necessitano del consenso.

Il Capo II è dedicato alle modalità particolari per informare l’interessato del trattamento dati e per trattare i dati stessi. Si tratta di disposizioni che dovranno applicare tutti gli esercenti professioni sanitarie e le strutture sanitarie e socio-sanitarie tanto pubbliche quanto private, nonché gli altri soggetti pubblici operanti in ambito sanitario o della protezione e sicurezza sociale in base all’art. 80 del Codice. Tutti questi soggetti dovranno, anzitutto, informare l’interessato del trattamento dati.

Anche dall’articolo 77 è eliminato ogni riferimento al consenso dell’interessato.

L’articolo 78, relativo alle informazioni che devono rendere il medico di medicina generale o il pediatra, è coordinato con la modifica dell’articolo 77, e dunque con il rinvio alle informazioni previste dagli articoli 13 e 14 del Regolamento, che questi medici potranno rendere con un’unica informativa, relativa al complesso del rapporto medico/paziente che si protrarrà nel tempo.

È inoltre integrato l’elenco dei trattamenti rispetto ai quali le informazioni devono evidenziare specifici rischi per i diritti e le libertà fondamentali: alla ricerca scientifica, alla teleassistenza o telemedicina ed ai servizi resi attraverso la comunicazione elettronica si aggiungono ora il fascicolo sanitario elettronico e i sistemi di sorveglianza ed i registri nel settore sanitario (disciplinati dall’art. 12 del decreto-legge n. 179 del 2012).

Il fascicolo sanitario elettronico (FSE) è l’insieme dei dati e documenti digitali di tipo sanitario e socio-sanitario generati da eventi clinici presenti e trascorsi, riguardanti l’assistito. Il FSE – che deve consentire anche l’accesso da parte del cittadino ai servizi sanitari on line – è istituito dalle regioni e province autonome, a fini di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione; studio e ricerca scientifica in campo medico, biomedico ed epidemiologico; programmazione sanitaria, verifica delle qualità delle cure e valutazione dell’assistenza sanitaria. Al fascicolo sanitario elettronico si accompagna il dossier farmaceutico, aggiornato a cura della farmacia che effettua la dispensazione.

sistemi di sorveglianza e i registri di mortalità, di tumori e di altre patologie, di trattamenti costituiti da trapianti di cellule e tessuti e trattamenti a base di medicinali per terapie avanzate o prodotti di ingegneria tessutale e di impianti protesici sono istituiti ai fini di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, programmazione sanitaria, verifica della qualità delle cure, valutazione dell’assistenza sanitaria e di ricerca scientifica in ambito medico, biomedico ed epidemiologico allo scopo di garantire un sistema attivo di raccolta sistematica di dati anagrafici, sanitari ed epidemiologici per registrare e caratterizzare tutti i casi di rischio per la salute, di una particolare malattia o di una condizione di salute rilevante in una popolazione definita.

Con queste due integrazioni all’articolo 78, lo schema di decreto legislativo può procedere all’abrogazione degli articoli 91 e 94 del Codice, rispettivamente relativi ai dati trattati mediante carte e ai registri in ambito sanitario.

Finalità di coordinamento normativo hanno anche le modifiche all’articolo 79 del Codice, in relazione alle informazioni che devono rendere le strutture sanitarie pubbliche e private, e all’articolo 80 del Codice, in relazione agli altri soggetti pubblici operanti in ambito sanitario o della protezione e sicurezza sociale: anche queste strutture potranno utilizzare un’unica informativa, in riferimento a una pluralità di prestazioni erogate da distinti reparti o articolazioni della struttura.

L’articolo 81 del Codice, relativo alla prestazione del consenso, è abrogato.

L’articolo 82, relativo alla possibilità di rendere le informazioni sul trattamento dati successivamente all’erogazione della prestazione sanitaria – in presenza di una emergenza – è coordinato con la previsione delle informazioni di cui agli articoli 13 e 14 del Regolamento ed è integrato, quanto alla possibilità di rendere le informazioni ai congiunti, da un richiamo alle unioni civili (legge n. 86 del 2016) e al fiduciario disciplinato nell’ambito delle disposizioni anticipate di trattamento (legge n. 219 del 2017, art. 4).

Gli articoli 83 84, che specificano alcune cautele a tutela della privacy da osservare da parte degli organismi sanitari e degli esercenti professioni sanitarie nell’organizzazione delle prestazioni e dei servizi, nonché nella comunicazione di diagnosi o referti all’interessato, sono abrogati. In merito interviene ora l’articolo 2-septies del Codice, che individua misure di garanzia per il trattamento dei dati genetici, biometrici e relativi alla salute e che prescrive al Garante, nel provvedimento che ogni due anni delinea le misure di garanzia, di individuare anche cautele relativamente a “b) profili organizzativi e gestionali in ambito sanitario; c) modalità di comunicazione diretta all’interessato delle diagnosi e dei dati relativi alla propria salute” (comma 4).

Il Capo III del titolo dedicato ai trattamenti in ambito sanitario, composto dagli articoli 85 e 86 del Codice, che attribuiscono la qualifica di rilevante interesse pubblico a una serie di attività del Servizio sanitario nazionale e alle attività amministrative inerenti a maternità, tossicodipendenze e handicap, è abrogato. Le corrispondenti qualificazioni sono sostanzialmente contenute ora nell’articolo 2-sexies del Codice, con particolare riferimento alle lettere q), r) ed s).

La riforma abroga gli articoli 8788 e 89 del Codice, che disciplinano le prescrizioni mediche. Viene infatti inserito un nuovo articolo 89-bis, per disciplinare il caso in cui la prescrizione di medicinali non richieda l’inserimento del nominativo dell’interessato. In tal caso si rinvia comunque alle cautele particolari che dovrà dettare il Garante nell’ambito del provvedimento contenente le misure di garanzia in base all’articolo 2- septies.

La riforma abroga il Capo V, composto dal solo articolo 90, relativo ai dati genetici. Si tratta della disposizione che oggi consente il trattamento di tali dati solo previa autorizzazione rilasciata dal Garante sentito il Ministro della salute e con il parere del Consiglio superiore di sanità.

A seguito dell’abrogazione, si applica il Regolamento UE, che anzitutto definisce i dati genetici come “i dati personali relativi alle caratteristiche genetiche ereditarie o acquisite di una persona fisica che forniscono informazioni univoche sulla fisiologia o sulla salute di detta persona fisica, e che risultano in particolare dall’analisi di un campione biologico della persona fisica in questione”. Si tratta di dati personali particolari (art. 9 del Regolamento) che possono essere trattati solo con il consenso espresso dell’interessato ovvero se ricorrono altri presupposti di liceità espressamente elencati dall’art. 9, par. 2, del regolamento (come, ad esempio, esigenze di diagnosi in ambito sanitario). Inoltre, in base al par. 4 dell’art. 9 “Gli Stati membri possono mantenere o introdurre ulteriori condizioni, comprese limitazioni, con riguardo al trattamento di dati genetici, dati biometrici o dati relativi alla salute”.

In merito, interviene l’articolo 2-septies del Codice che, fermo il divieto di diffusione dei dati genetici, consente al Garante di dettare – per i dati genetici e sanitari – misure di garanzia, sentito il Ministro della salute che, a tal fine, acquisisce il parere del Consiglio superiore di sanità, che possono spingersi fino a prevedere il consenso come ulteriore misura di protezione dei diritti dell’interessato (comma 6).

Infine, quanto al Capo VI, che reca disposizioni varie, la riforma:
– abroga l’articolo 91, sui dati trattati mediante carte anche non elettroniche. L’abrogazione è compensata dall’introduzione del richiamo dal fascicolo sanitario elettronico all’articolo 78;
– apporta limitati interventi di coordinamento all’articolo 92, sulle cartelle cliniche;
– non modifica l’articolo 93 sul certificato di assistenza al parto;
– abroga l’articolo 94, su banche dati, registri e schedari in ambito sanitario. Anche questa abrogazione è compensata dall’inserimento nell’articolo 78 di un riferimento ai sistemi di sorveglianza ed ai registri di cui all’art. 12 del decreto-legge n. 179 del 2012.

In relazione al trattamento dati in ambito sanitario, il nuovo articolo 166 del Codice, sanziona la violazione degli obblighi di tenuta delle cartelle cliniche (art. 92) e di redazione del certificato di assistenza al parto con la possibile applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria fino a 10 milioni di euro o, per le imprese, fino al 2% del fatturato mondiale totale annuo dell’esercizio precedente, se superiore.

QS

Aifi e il caso Umbria, l’associazione replica: “Inaccettabile l’attacco alla professione”

ROMA – Un “inaccettabile attacco alla professione” del fisioterapista, che “mette a repentaglio i corretti percorsi di salute dei cittadini, esposti a false definizioni di competenze” oltre che “affermazioni false e lesive delle norme che regolano l’esercizio della fisioterapia in Italia”. Questo il commento dell’AIFI, l’Associazione italiana fisioterapisti, all’audizione in commissione Sanità e Servizi sociali della Regione Umbria del presidente dell’Istituto ‘Enrico Fermi’ di PerugiaFabrizio FornariAudizione in 3 Commissione

Al centro delle discussioni, la delibera di giunta 1031/2017 con cui si stabilisce che ‘a partire dal prossimo piano di formazione 2018-2020 e fino a un intervento di disciplina nazionale tramite accordo Stato-Regioni, non si procederà ad autorizzare la formazione di massaggiatore masso-fisioterapista e di massaggiatore sportivo‘.

Secondo AIFI “probabilmente il timore di vedere toccati i propri interessi ha spinto Fornari a definire la nostra associazione, rappresentativa della professione del fisioterapista e riconosciuta con decreto ministeriale, come ‘nemico storico‘ e a rilasciare una falsa e gravissima affermazione secondo cui ‘i nostri diplomati fanno riabilitazione ortopedica e i fisioterapisti agiscono in quella neurologica, dove servono le competenze dei laureati’”.

AIFI, quindi, “diffida Fornari, e chiunque altro portatore di interessi particolari, a fornire affermazioni false e lesive delle norme che regolano l’esercizio della fisioterapia in Italia, che mai affermano una cosa simile. Tali affermazioni, infondate e strumentali, oltre a generare sdegno per essere state proferite nel palazzo che rappresenta le istituzioni umbre, mettono a repentaglio i corretti percorsi di salute dei cittadini che ricevono false definizioni di competenze. Il fisioterapista, infatti, è il professionista che non solo opera in campo ortopedico e neurologico, ma come riportato nel profilo professionale “nelle aree della motricità, delle funzioni corticali superiori, e di quelle viscerali conseguenti ad eventi patologici, a varia eziologia, congenita od acquisita” e cioè in campo cardiorespiratorio, reumatologico, nella riabilitazione del pavimento pelvico, disordini muscolo-scheletrici, in ambito pediatrico, geriatrico, sportivo, palliativo e preventivo.

Per il presidente dell’AIFI, Mauro Tavarnelli, “non serve commentare ulteriormente se non per aggiungere che l’Associazione italiana fisioterapisti tutelerà la propria immagine e il diritto dei propri iscritti e di tutti i professionisti nelle sedi deputate. AIFI- conclude- è nemica solo dell’arrogante ignoranza di chi contribuisce a rendere peggiore questo Paese oltre che confondere il diritto di parola con il rispetto della legge”.

Dire.it

Massofisioterapisti, attacco preventivo

Gentile Direttore,
ebbene sì, lo confessiamo questo è un attacco preventivo, vista la consolidata sfiducia che nutriamo verso quelle istituzioni che avrebbero dovuto, da tempo, garantire una soluzione seria e coerente della problematica. Sui Massofisioterapisti (Mft), post ’99, il ministero della Salute si è distinto, negli anni, per tutta una serie di posizioni ambigue che hanno portato ad una situazione ormai fuori controllo.

Il 22 maggio la dott.ssa Ugenti, D.G delle professioni sanitarie e delle risorse umane del S.S.N, ha convocato l’ennesimo tavolo tecnico per affrontare l’annosa faccenda.
Questo, nonostante il D.Lgs 502/92 fosse del tutto chiaro quando disponeva la soppressione di tutte le figure che non fossero state riordinate.
Sarà comunque bene precisare, e lo facciamo per l’ennesima volta, che il Mft, del pregresso ordinamento, così come il vecchio Terapista della riabilitazione (Tdr), anche se non sono mai stati formalmente soppressi, cosa questa, per altro, che non è avvenuta per nessuna figura professionale, sono stati in realtà riordinati nella figura del Fisioterapista che ne ha assorbito le competenze.

Infatti sia il Tdr che il vecchio Mft sono stati resi equipollenti/equivalenti al Fisioterapista, nei termini previsti dalla legge.
Tutte le ambiguità nascono anche dal fatto che un istituto privato, il Fermi di Perugia, vinse all’epoca un ricorso al Tar contro la chiusura dei corsi.
L’allora ministero della Sanità predispose, tramite l’Avvocatura dello Stato, un ricorso decisivo al CdS. Incredibilmente, però, questo andò perso e non fu mai discusso. Nessuno riuscì a spiegarne l’omissione.

Lo stesso ministero della Salute si è reso poi responsabile di un altro episodio alquanto discutibile.
Aveva, infatti, inserito sul suo sito istituzionale, questa figura come “Professione sanitaria non riordinata prevista da leggi vigenti”. Un azzardo, “contra legem”, difficilmente comprensibile, sul quale dovette poi fare una frettolosa retromarcia modificandola con: “Operatore di interesse sanitario”.
Non vorremmo trovarci oggi, nel 2018, ad assistere ad ulteriori pasticci.

La vicenda dei Mft fa il paio con la figura del Massaggiatore Capo Bagnino degli stabilimenti idroterapici (Mcb). La sua riesumazione postuma nasce, infatti, come conseguenza di una serie di svarioni di cui solo formalmente il ministero della Salute può dichiararsi estraneo.

Esempio lampante fu quando regione Lombardia, in una fase particolarmente creativa della sua storia, convertì la formazione del Mft in tre nuove figure, poi cancellate dai tribunali. Si trovò in forti difficoltà e, senza alcuna opposizione da parte ministeriale, pensò bene di togliere dalla naftalina il Mcb, ancora formalmente contemplato dal Regio Decreto n. 1334 del 1928.

Il tutto per evitare più che probabili ricorsi e richieste danni, da parte di chi aveva conseguito quei titoli regionali, come il Massaggiatore e operatore della salute, l’Operatore del massaggio sportivo e l’Operatore di tecniche del massaggio orientale, improvvisamente trasformatisi in carta straccia.
Peccato, però, che il Mcb o meglio le distinte figure del Massaggiatore e del Capo bagnino, fossero all’epoca delle specializzazioni dell’infermiere.

Chiaro sul punto il R.D: “La licenza per infermiere, però, riguarderà o l’esercizio generico di tale arte, o le distinte specialità del massaggiatore e del capo bagnino degli stabilimenti idroterapici”.

Concetto, questo, ribadito, senza dubbio alcuno, dall’art. n. 15 dal quale si evince che il Mcb è privo di qualsiasi competenza, perché mansioni attribuite all’allora infermiere: “Soltanto sotto il controllo del medico curante è consentito agli infermieri di praticare: a) medicazioni di ulceri e piaghe esterne; b) medicazioni vaginali e rettali; c) massaggi e manovre meccaniche su organi e tessuti del corpo umano”.

Comunque sia, a mettere una pietra tombale sulle velleità di questo operatore ci ha pensato il CdS che, con sentenza n. 3410/13, ha sancito che quella del Mcb è una figura esistente, ma vuota e, per giunta, superata dal nuovo ordinamento sanitario.

Ma, a questo punto, il ministero della Salute cosa sta facendo? Secondo noi, ma ci dica se siamo in errore, non è che stia favorendo l’esercizio abusivo di attività riservate ad altre professioni sia sanitarie che di altra natura?

Con questa sentenza le cose non vanno meglio nemmeno per i Mft perché, se per Palazzo Spada, le nuove professioni non possono nascere nei tribunali, scricchiola anche la definizione loro attribuita di “Operatore di interesse sanitario”, nata per l’appunto al Tar Umbria nel 2010.

Chiudiamo ricordando che l’Operatore Socio Sanitario, unica figura regolarmente istituita in Conferenza Stato Regioni, come operatore di interesse sanitario, è di supporto trasversale a tutte le professioni sanitarie per quei compiti di assistenza rivolti alla persona e risponde appieno alle necessità del settore senza che ci sia necessità di creare ulteriori figure.

Facciamo, quindi, appello al ministero della Salute perché cessi ogni velleità creativa e si affronti la problematica con scelte coerenti con le necessità del sistema e dei cittadini di questo Paese. Non pensiamo di chiedere la luna.

Mauro Gugliucciello e Gianni Melotti
Fisioterapisti 

  QS              

Bologna, controlli a tappeto dei Nas sull’esercizio abusivo della professione sanitaria

Continua l’attività di vigilanza dei Carabinieri del N.A.S. di Bologna allo scopo di contrastare l’insidioso fenomeno dell’esercizio abusivo delle professioni sanitarie, perpetrato diffusamente da spregiudicati millantatori. I diffusi controlli eseguiti nel corso del secondo semestre dello scorso anno e proseguiti fino ad oggi, che hanno interessato oltre 60 strutture (studi medici, poliambulatori, studi dentistici, studi fisioterapici) nelle province di Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, hanno permesso di individuare situazioni di non conformità con risvolti di rilevanza penale e amministrativa: pseudo dietologi che prescrivevano diete dimagranti; odontotecnici e assistenti alla poltrona colti nello svolgimento di mansioni di esclusiva pertinenza dell’odontoiatra; pseudo fisioterapisti, che agivano su pazienti con difficoltà motorie; pseudo infermieri.

Complessivamente sono 22 le persone denunciate a piede libero per avere svolto o tollerato l’esercizio abusivo della professione medica, nello specifico: – 5 persone operanti nel ferrarese, svolgevano, all’interno di due strutture ricettive per anziani, la professione sanitaria di infermiere in assenza di titoli di abilitazione dello Stato;
– 13 persone denunciate nel bolognese, dove venivano scoperti falsi dentisti operare nel cavo orale dei loro pazienti con la complicità del medico – dentista, un falso medico – biologo prescrivere, presso un centro estetico, piani alimentari e diete dimagranti, un fisioterapista praticare massaggi terapeutici, laser terapia e tecarterapia in assenza di titoli abilitativi, un medico chirurgo per aver sottratto e fatto uso improprio di farmaci ad azione anestetizzante,
– 4 persone denunciate nella provincia di Forlì – Cesena, dove venivano scoperti degli odontotecnici svolgere mansioni riservate prettamente al medico – dentista, truffando gli ignari pazienti. Sottoposte a sequestro due strutture sanitarie del valore complessivo di 1 milione di euro, in quanto prive dei requisiti organizzativi e strutturali previsti dalla normativa vigente.

Il quotidiano italiano

La coppettazione fa bene?

È una novità?
Nonostante qualcuno sia rimasto sorpreso nel vedere il corpo di alcuni nuotatori alle Olimpiadi di Rio de Janeiro coperto da vistosi segni rossi di forma circolare e abbia pensato a una straordinaria innovazione, la coppettazione non è l͛’ultimo strillo della moda: la medicina tradizionale cinese la consiglia da centinaia (migliaia?) di anni per i disturbi più diversi. Dal mal di schiena (lombosciatalgia) ai dolori cronici, fino ad alcune malattie respiratorie.
In cosa consiste la coppettazione?
Sono applicati dei vasetti di vetro sulla pelle e, mediante l’accensione di una fiammella si crea un vuoto e un’aspirazione della cute. I vasetti restano a contatto con la pelle per un tempo variabile (di solito tra i 5 e i 15 minuti), ma le tecniche sono molto diverse a seconda di chi le pratica. Sono noti almeno 15 diversi modi di manipolare le coppette e 10 protocolli differenti di trattamento (Chen et al. 2014). Nel 2010 il governo cinese ha proposto una standardizzazione delle pratiche di coppettazione (Gao & Liu 2010).
Perché la coppettazione dovrebbe far bene?
Il beneficio per il paziente sarebbe dovuto al miglioramento della circolazione sanguigna nelle zone trattate. Come è stato sottolineato da una rassegna sul Quarterly Journal of Medicine della Oxford university press, gli articoli che studiano i possibili meccanismi di azione della coppettazione sono ancora molto infrequenti (Chen et al. 2014).
Quali evidenze abbiamo che la coppettazione sia efficace

Occorre premettere che per un trattamento utilizzato per un numero così ampio di disturbi e patologie non è facile giungere a conclusioni certe riguardo la sua efficacia. Possiamo dire che, a oggi, non sono state prodotte prove scientifiche che dimostrino che la coppettazione sia efficace nel trattamento del mal di schiena, così come di qualsiasi altro disturbo. Uno studio sistematico dei risultati delle ricerche svolte dal 1980 al 2013 e pubblicate su riviste comprese nella banca dati più conosciuta in ambito biomedico (Medline) ha reperito 29 studi di cui solo uno era una sperimentazione controllata randomizzata. La maggior parte degli articoli riportava singoli casi di pazienti trattati. Gli autori della revisione sono giunti alla conclusione che le evidenze sono troppo deboli per avere una certezza dell’utilità di questa pratica (Huang, et al 2013). Uno studio pubblicato sulla rivista PLoS Medicine ha analizzato solo sperimentazioni controllate randomizzate (il tipo di metodo di studio che dovrebbe promettere, se non garantire, risultati più solidi) svolte tra il 1992 e il 2010 (Cao & Liu, 2012). La coppettazione era sperimentata per il trattamento dei disturbi di più varia origine, dal dolore lombare all’acne, dalla dispnea all’herpes zoster. Ebbene, anche in questo caso le conclusioni degli autori non sono state incoraggianti soprattutto a causa della scarsa qualità della metodologia degli studi svolti. Un’altra ricerca su circa 60 pazienti ha messo a confronto la coppettazione con un massaggio rilassante per valutare l’efficacia delle due strategie nel ridurre il dolore del tratto cervicale della colonna vertebrale (Lauche et al. 2013). Non sono state rilevate differenze tra i due trattamenti.

Possiamo fidarci della coppettazione perché in fondo non fa male?
Come spiega il medico Salvo Di Grazia nel proprio blog (un sito molto utile per orientarsi sulle vere e false terapie), “in realtà il cupping, oltre a non avere ovviamente base scientifica, può esporre ad alcuni pericoli. Rottura di vasi sanguigni, dolore, ematomi, emorragie, infezioni ed altro”. “Se nella stragrande maggioranza dei casi il cupping prevede l’applicazione di poche coppette ‘risucchianti’” prosegue Di Grazia “in alcuni casi se ne applicano a decine, esponendo il malcapitato a rischi ancora più elevati. (…) Sono reperibili in rete immagini impressionanti, in alcune delle quali si nota addirittura la fuoriuscita di abbondante sangue dalla cute che finisce nella coppetta, spesso di vesciche o di trasudazione di liquidi, una tortura inutile e pericolosa. Questo dimostra la potenza dell’effetto ventosa che riesce addirittura a rompere i capillari e far trapassare il sangue dalla cute, ma anche la mancanza di limiti e buon senso dei ciarlatani.”

Una revisione sistematica di studi svolti in Corea suggerisce che gli effetti avversi possano essere evitati affidandosi a operatori esperti e siano, comunque, di lieve entità (Kim et al. 2014).

Bibliografia

  • 1. Cao H, Li X, Liu J (2012) An Updated Review of the Efficacy of Cupping Therapy. PLoS ONE7(2): e31793.
  • 2. Chen B, Li MY, Liu PD, Guo Y, Chen ZL. Alternative medicine: an update on cupping therapy. QJM: An International Journal of Medicine. 2014 Nov 15;108:523-5.
  • 3. Gao SZ, Liu B. Study on standardization of cupping technique: elucidation on the establishment of the National
  • 4. Standard Standardized Manipulation of Acupuncture and Moxibustion, Part V, Cupping. Zhongguo zhen jiu. Chinese acupuncture & moxibustion. 2010 Feb;30:157-9.
  • 5. Huang C, Choong M, Li T. Effectiveness of cupping therapy for low back pain: a systematic review. Acupuncture in Medicine 2013;31:336-7.
  • 6. Lauche R, Materdey S, Cramer H, Haller H, Stange R, Dobos G, Rampp T. Effectiveness of home-based cupping massage compared to progressive muscle relaxation in patients with chronic neck pain—a randomized controlled trial.
  • 7. PloS one 2013 Jun 7;8:e65378.
  • 8. Kim TH, Kim KH, Choi JY, Lee MS. Adverse events related to cupping therapy in studies conducted in Korea: a systematic review. European Journal of Integrative Medicine 2014 Aug 31;6:434-40.
  • 9. Panciera N. Che cos’è la coppettazione. Wired 2016; 6 agosto.

FNOMCeO

Ordini medici: omeopatia non ha basi scientifiche, è un placebo

“ALLO stato attuale non ci sono prove scientifiche né plausibilità biologica che dimostrino la fondatezza delle teorie omeopatiche secondo i canoni classici della ricerca scientifica”. Da questa mattina sul sito di Fnomceo, la Federazione che unisce tutti gli Ordini dei medici italiani, c’è una presa di posizione molto netta, destinata a far nascere polemiche da parte di chi prescrive e di chi utilizza la disciplina inventata nell’Ottocento dal medico tedesco Samuel Hahnemann, seguita da tantissimi italiani e praticata da molti dottori ai quali non piacerà quanto sostenuto dall’organismo che tine l’albo professionale al quale sono iscritti.

• LA SCHEDA ON LINE
La scheda sull’omeopatia si trova nella sezione del sito di Fnomceo recentemente creata e intitolata “Dottore, ma è vero che…?”. Si tratta di uno spazio dove si vuole fare chiarezza su una serie di falsi miti legati alla medicina con l’aiuto di esperti che valutano la credibilità scientifica di varie teorie e credenze, con risposte a domande tipo “L’olio di palma fa male” o “Gli esami preveccinali possono prevenire gli effetti collaterali dei vaccini?”. Riguardo all’omeopatia, tra l’altro, la Federazione in fondo al testo annuncia una novità per il futuro. “Il Consiglio Nazionale del 24 marzo 2018 ha accolto la richiesta del presidente Anelli di istituire una commissione che riveda la posizione della Fnomceo in tema di omeopatia”. A cosa questo preluda, si capirà nei prossimi mesi, di certo c’è che l’Europa nel 2000 ha chiesto di regolamentare questa pratica e successivamente sono stati presi provvedimenti anche in Italia e si è pure inserito un articolo nel codice deontologico medico dedicato a “Sistemi e metodi di prevenzione, diagnosi e cura non convenzionali” dove si spiega tra l’altro che “il medico può prescrivere e adottare, sotto la sua diretta responsabilità, sistemi e metodi di prevenzione, diagnosi e cura non convenzionali nel rispetto del decoro e della dignità della professione. Il medico non deve sottrarre la persona assistita a trattamenti scientificamente fondati e di comprovata efficacia”.

La nuova scheda sul sito è stata scritta da Salvo Di Grazia, ginecologo da anni impegnato a smascherare le bufale sanitarie attraverso il suo sito Medbunker e pure con alcuni libri, e la sua pubblicazione ha richiesto un po’ di tempo visto la delicatezza del tema. Nel testo si spiega che “diversi studi condotti con una metodologia rigorosa hanno evidenziato che nessuna patologia ottiene miglioramenti o guarigioni grazie ai rimedi omeopatici. Nella migliore delle ipotesi gli effetti sono simili a quelli che si ottengono con un placebo (una sostanza inerte)”.

• EFFETTO PLACEBO
Riguardo al fatto che ci siano persone sicure di aver tratto benefici dall’utilizzo dell’omeopatia, “questi potrebbero essere facilmente spiegabili con l’effetto placebo, con il normale decorso della malattia o con l’aspettativa del paziente. L’effetto placebo è conosciuto da tempo, ha una base neurofisiologica nota e funziona anche su animali e bambini, ma il suo uso in terapia è eticamente discutibile e oggetto di dibattito”. Nella scheda si fa anche notare come i presunti meccanismi di funzionamento “sono contrari alle leggi della fisica e della chimica” e si ricorda come l’utilizzo da parte dei cittadini di questa tecnica è in diminuzione continua. C’è poi un chiarimento proprio sul fatto che l’ordine si è espresso su questo tema a suo tempo inserendo il passaggio nel codice deontologico. Nel 2013 c’era stata una presa di posizione dello Stato-Regioni in base alla quale presso gli Ordini provinciali dei medici devono essere tenuti gli elenchi dei professionisti che esercitano l’omeopatia. “In Italia l’omeopatia può essere praticata solo da medici chirurghi abilitati alla professione – si ribadisce ora sul sito –  Questa norma non intende attribuire una base scientifica a questa pratica, ma solo garantire da una parte il diritto alla libertà di scelta terapeutica da parte del cittadino e dall’altro un uso integrativo e limitato alla cura di disturbi poco gravi e autolimitanti, evitando il rischio di ritardare una diagnosi più seria o che il paziente stesso sia sottratto a cure di provata efficacia”. I medici comunque in base al codice deontologico devono “specificare che il prodotto non agisce su basi scientificamente provate e raccogliere il consenso da parte del cittadino”. Non risulta che i dottori che praticano l’omeopatia oggi facciano compilare il consenso informato

Repubblica.it

FNOMCeO

POS, niente sanzioni per chi non l’ha. Il parere del Consiglio di Stato

Commercianti e professionisti hanno l’obbligo di accettare pagamenti con carta di debito e di credito, ma la sanzione da 30 euro prevista in mancanza di POS vìola il principio della “riserva di legge”, perché non è adeguatamente regolamentato da una norma primaria. La scelta del ministero di aggirare il problema rifacendosi alle sanzioni previste dall’articolo 693 del codice di procedura penale, dunque, non è sufficiente a garantire la correttezza formale della disciplina sanzionatoria, anche perché di fatto comporta l’applicazione di una sanzione precedente alla norma relativa all’obbligo da rispettare.

E’ questo il parere del Consiglio di Stato, riportato dal sito delle piccole-medie imprese pmi.it, sullo schema di decreto del ministero dello Sviluppo economico che prevede l’applicazione delle sanzioni per chi non rispetta l’obbligo di POS. Il provvedimento viene rispedito al mittente con la richiesta di una relazione tecnica che illustri le soluzioni ritenute possibili per superare i profili di incostituzionalità legati alle considerazioni sopra esposte.
 L’obbligo di POS, previsto dal dl 179/2012, è in vigore dal 2014. Ma non è sanzionato. Una carenza che, sottolinea lo stesso Consiglio di Stato, “ha determinato finora la mancata applicazione dello specifico obbligo vanificando, di fatto, la previsione legislativa”. Il MiSE ha messo a punto un decreto sulle sanzioni e lo ha inviato al Consiglio di Stato per il necessario parere il 28 marzo 2018. La giustizia amministrativa sottolinea che il punto debole dell’impianto normativo è rappresentato dal fatto che “la norma primaria, nel rinviare al decreto attuativo la predisposizione della disciplina in materia di modalità, termini e importo delle sanzioni amministrative pecuniarie, anche in relazione ai soggetti interessati, non ha fornito criteri e limiti specifici quali: importo minimo massimo, indicazione dell’autorità competente ad irrogare la sanzione, procedure applicabili”.

Proprio per questo il ministero ha predisposto un provvedimento che fornisce un’interpretazione limitata della delega, non prevedendo nuove sanzioni ma applicando quelle già previste dall’articolo 693 del codice di procedura penale, che sanziona il rifiuto di un esercente di accettare monete aventi corso legale. In base a questa norma, se un negoziante o un professionista non accetta un pagamento con bancomat o carta di credito, rischia una sanzione di 30 euro. Il Consiglio di Stato nel parere richiesto sottolinea l’importanza della misura di obbligo di POS ai fini della lotta al riciclaggio, all’evasione e all’elusione fiscale. Ma, aggiunge, l’obiettivo deve: “necessariamente essere conseguito con l’adozione di provvedimenti rispettosi, sotto l’aspetto formale e sostanziale, dei principi fondamentali dell’ordinamento giuridico”. E in questo specifico caso, si evidenzia: “l’assenza di un’esplicita previsione legislativa di taluni parametri necessari per la individuazione degli elementi essenziali ai fini della individuazione della sanzione da irrogare”. Cosa che ha indotto il ministero a: “prospettare come unico riferimento normativo “assimilabile” al rifiuto di accettazione di pagamenti con carte di debito e carte di credito la condotta considerata dall’articolo 693 c.p. e conseguente applicazione, in via estensiva, della sanzione ivi prevista”.

Non è dunque possibile prescindere dalla verifica della compatibilità della norma con riferimento, innanzitutto, all’articolo 23 della Costituzione, in base al quale “nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”. Tecnicamente, questa è la garanzia della riserva di legge che, anche in base a pronunce della Corte Costituzionale (sentenza 350/2007), richiede che: “la concreta entità della prestazione imposta sia desumibile chiaramente dagli interventi legislativi che riguardano l’attività dell’amministrazione”.

Il principio della legalità è ulteriormente ribadito dall’articolo 1 della legge 689/1981, secondo cui: “nessuno può essere assoggettato a sanzioni amministrative se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima della commissione della violazione”.

In conclusione, l’articolo 15, comma 4, del dl 179/2012, secondo il parere del Consiglio di Stato non rispetta: “il principio costituzionale della riserva di legge in quanto carente di qualsiasi criterio direttivo, sostanziale e procedurale”. Una mancanza di copertura costituzionale riconosciuta dallo stesso ministero nella sua relazione laddove dubita che l’individuazione della sanzione sia: “legittimamente delegata ad un atto secondario la facoltà di introdurre nuove sanzioni in assenza di precisi criteri direttivi già contenuti nella norma primaria”.

Quifinanza

Guida alla dichiarazione dei redditi delle persone fisiche relativa all’anno d’imposta 2017: spese che danno diritto a deduzioni dal reddito, a detrazioni d’imposta, crediti d’imposta e altri elementi rilevanti per la compilazione della dichiarazione e per l’apposizione del visto di conformità

Le spese sostenute per le prestazioni sanitarie rese alla persona dalle figure professionali elencate nel DM 29 marzo 2001, sono detraibili senza necessità di una specifica prescrizione medica (ad esempio fisioterapista, dietista) (Circolare 1.06.2012 n. 19, risposta 2.2).

Le prestazioni del massofisioterapista sono detraibili solo se rese da soggetti che hanno conseguito entro il 17 marzo 1999 il diploma di formazione triennale. La detrazione spetta a condizione che, oltre alla descrizione della figura professionale e della prestazione resa, sia attestato il possesso del diploma a tale data (Circolare 24.04.2015 n. 17, risposta 1.1). La detrazione spetta, inoltre, per le prestazioni rese da massofisioterapisti che hanno conseguito entro il 17 marzo 1999 il diploma di formazione biennale, a condizione che il titolo sia considerato equivalente alla laurea di fisioterapista di cui al DM n. 741 del 1994 con Decreto Dirigenziale del Ministero della Salute. Anche relativamente alle prestazioni dei terapisti della riabilitazione, la detrazione spetta solo se resa da soggetti che hanno conseguito il diploma o l’attestato entro il 17 marzo 1999 (entrata in vigore della legge n. 42 del 1999), in quanto tali titoli sono da considerarsi equipollenti ai titoli universitari di fisioterapista, logopedista, terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva e terapista occupazionale e pertanto il terapista rientra tra le professioni sanitarie (Parere del Ministero della Salute del 06 marzo 2018). La detrazione spetta a condizione che, oltre alla descrizione della figura professionale e della prestazione resa, sia attestato il possesso del titolo a tale data.

Circolare Agenzia delle Entrate

Professioni sanitarie, Beux: «La macchina del nuovo ordine multi-albo è in marcia»

Accelera il passo la macchina del nuovo Ordine multi-albo, istituito dalla legge Lorenzin, che accoglierà 19 professioni sanitarie. E 225mila professionisti, a partire da giugno, dovranno avviare le procedure per l’iscrizione al nuovo Ordine dei Tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (Fno Tsrm Pstrp). Il cronoprogramma della complessa operazione è stato già fissato nel corso della Prima Convention del 18 aprile scorso all’Exposanita di Bologna. E le procedure da diramare a tutte le associazioni maggiormente rappresentative saranno definite entro maggio. «Non è una passione burocratica ma un vademecum indispensabile – spiega Alessandro Beux, presidente del nuovo Ordine – per rendere il più possibile certo e omogeneo il percorso e per garantire tutti: da un lato i professionisti, che saranno trattati nello stesso modo ovunque. Dall’altro per blindare i rappresentanti che gestiranno le selezioni e le iscrizioni ai relativi albi dall’ondata di ricorsi che sicuramente arriverà». Perché “Tutti alzeranno la mano, ma non tutti potranno entrare. Solo chi ha seguito un adeguato percorso formativo”.

Il processo sarà lungo e faticoso da un punto di vista organizzativo, quale sarà il primo passo?
Intanto andranno nominati i rappresentanti delle associazioni delle singole professioni – potranno essere da uno a cinque per ogni regione- che dovranno istruire le pratiche di iscrizione ai nuovi albi (17 più i due preesistenti dei tecnici radiologi e degli assistenti sanitari). Si è convenuto di scegliere persone con una conoscenza normo-giuridica adeguata, perché oltre a vagliare la documentazione, dovranno conoscere molto bene la storia dei percorsi formativi, riconoscendo gli idonei.

La gestione del percorso di avvio del nuovo ordine sarà per forza di cose informatizzata?
La gestione dematerializzata del processo è unica strada per accelerare i tempi e rispettare i 18 mesi di scadenza per la messa a regime del nuovo organismo, a settembre 2019.

Che fine faranno le associazioni, una volta che il nuovo Ordine sarà completamente operativo?
Fatta salva la funzione di predisposizione del fascicolo per l’iscrizione all’ordine finché non ci saranno le commissioni d’albo rimarranno lì dove sono a fare ciò che hanno sempre fatto. Nessuna apocalisse quindi.

Il professionista dovrà mettere in conto una spesa di circa 300 euro per iscriversi all’Ordine multi-albo. Ci sarà qualche agevolazione?
Si parla di circa 300 euro. Ma l’obiettivo è di limare il più possibile la cifra e agevolare il pagamento. Quel che è certo è che andrà pagata la tassa di concessione governativa, che è richiesta da una legge dello Stato. A noi arriverà solo una ricevuta. Stiamo invece valutando cosa far pagare per la prima iscrizione del 2018, ma lo stesso trattamento sarà riservato a chi si iscrive per la prima volta nel 2019, tra tassa annua e contributo di segreteria. Su questo stiamo aspettando i pareri dei nostri legali e dei nostri commercialisti, per avere una certezza sia legale che fiscale su quello che si può fare.

Una volta terminata l’operazione di popolamento dell’Super-Ordine, si apre la questione degli operatori che restano esclusi dal processo di selezione dei titoli formativi. Che accadrà ai tanti giovani che magari hanno sbagliato percorso formativo in buona fede?
Alcune associazioni stanno pensando di avviare dei percorsi formativi integrativi che concedano al professionista una chance per rientrare nel mondo del lavoro. Il tema è molto delicato e per certi versi drammatico. Le regole del gioco sono chiare. Per lavorare bisogna essere iscritti all’ordine e per iscriversi all’ordine serve un titolo adeguato. Questo resta un punto di riferimento, non si allargano le maglie e non si faranno sanatorie. Però c’è un passato. Tra gli operatori che non hanno il titolo giusto, ci sono quelli che non l’hanno mai cercato e hanno approfittato delle lacune normative, altri invece che in buona fede hanno seguito i percorsi che erano disponibili e laddove sarà possibile faremo di tutto per creare opportunità che consentano alle persone di recuperare lo scarto, in sei mesi o un anno. Ma il concetto che deve passare è che l’asticella è stata fissata e per passare bisogna superarla almeno di un millimetro.

Il Sole 24 ore

Cronoprogramma

Aifi: “Noi con gli studenti di Palermo per tutelare i loro diritti

ROMA – Gli aspiranti fisioterapisti di Palermo si mobilitano contro “le innumerevoli richieste” di iscrizione al terzo anno del corso di laurea in Fisioterapia da parte di massofisioterapisti con diploma di scuole regionali. L’iniziativa degli studenti siciliani, nata per “difendere il futuro di professionisti da chi non ha titoli per frequentare“, nelle scorse settimane ha vissuto vari momenti di confronto. Il 27 marzo, ad esempio, è stata organizzata una manifestazione per esternare la loro “grande preoccupazione”, espressa anche tramite un incontro con il rettore dell’Università di Palermo che, però, “non ha dato una risposta chiara e univoca riguardo a un suo attivo coinvolgimento, quindi nel farsi da portavoce del problema soprattutto presso il Crui e i ministeri competenti”.

Gli studenti, infatti, ribadiscono “il danno subito da questa ripetuta lesione del diritto allo studio, portata avanti da parte di soggetti in possesso del titolo regionale di Massofisioterapia“. Un problema sorto con la “strumentalizzazione e l’interpretazione capziosa” della legislazione vigente legata alla sentenza del 2015 del Consiglio di Stato, con cui sono stati accolti i ricorsi di alcuni massofisioterapisti esclusi dalle università.

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Per questo gli studenti chiedono al ministero della Salute e al Miur di emanare, alle luce delle ultime sentenze del Consiglio di Stato, un Decreto ministeriale che dia direttive alle università sul fatto che le attività formative post scuole di primo grado o di formazione ausiliaria non possono essere convertite in crediti formativi universitari.

Sulla vicenda AIFI già da anni ha posto la propria attenzione alla questione e, quando ha potuto, è intervenuta ‘ad adiuvandum’ delle università che avevano ricevuto i ricorsi. L’Associazione nazionale dei Fisioterapisti continuerà dunque a chiedere “con forza” l’intervento dei ministeri rafforzando la sua azione fino a raggiungere la soluzione definitiva del problema, oltre che a supportare gli studenti nel diffondere il movimento che si è generato facilitando la creazione di una rete con tutte le sedi universitarie italiane.

Dire.it

Carabinieri NAS, truffe in sanità. Denunciate 5 persone

I Carabinieri del NAS di Bari, a seguito della denuncia presentata dalla Direzione generale della locale ASL, nel corso di un controllo ispettivo, hanno accertato che presso un centro privato di riabilitazione della provincia, venivano erogate prestazioni sanitarie ambulatoriali e domiciliari, in particolare attività di riabilitazione fisioterapica e psicologica, a pazienti in regime di esenzione totale le cui cure erano a totale carico del Servizio Sanitario Nazionale. Nei confronti della struttura sanitaria privata, tuttavia, già dalla fine del 2017, era intervenuta la revoca dell’accreditamento istituzionale con il Servizio sanitario regionale a causa di reiterate violazioni in materia contributiva e previdenziale. I militari hanno, pertanto, sottoposto a sequestro preventivo il presidio di riabilitazione che potrà erogare unicamente prestazioni sanitarie con oneri a carico dei pazienti nonché documentazione attestante l’esecuzione di trattamenti sanitari a carico del SSR. Il titolare del centro riabilitativo è stato denunciato alla locale Autorità Giudiziaria per tentata truffa ai danni del Servizio sanitario nazionale e inosservanza di un provvedimento dell’autorità.

Il NAS di Campobasso ha condotto un’attività di indagine al termine della quale ha denunciato il Sindaco di un Comune, due dirigenti della Regione Molise e il presidente di una Cooperativa Sociale per concorso in abuso d’ufficio, omissione in atti d’ufficio e frode in pubbliche forniture. I militari hanno accertato che il Sindaco e gli altri pubblici ufficiali avevano deliberatamente omesso di adottare i provvedimenti doverosi e necessari ad interrompere la gestione del servizio socio- assistenziale del Comune svolto illecitamente dalla cooperativa privata senza autorizzazione e senza i requisiti strutturali idonei richiesti dalla normativa di settore. Uno dei dirigenti regionali aveva, altresì, nell’ambito delle sue competenze, concesso al presidente della società gerente la casa di riposo comunale, una proroga illegittima per consentire a questi di provvedere all’adeguamento strutturale. Gli esiti investigativi hanno portato il Comune a disporre la chiusura della struttura socio-assistenziale, trasferendo gli ospiti in un’altra casa di riposo idonea.

Ministero della Salute

La riforma della privacy europea è legge

Pubblicato in Gazzetta UE il regolamento relativo al trattamento e alla libera circolazione dei dati personali delle persone fisiche. Il regolamento entra ufficialmente in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, data che si identifica nel prossimo 24 maggio, mentre la disciplina troverà piena applicazione a decorrere dal 25 maggio 2018.

Di seguito la guida del garante

Garante Privacy

Carabinieri NAS di Bologna e di Catania: controlli sull’esercizio abusivo della professione sanitaria, 18 persone denunciate e tre strutture sanitarie sequestrate

Negli ultimi mesi i Carabinieri del NAS di Bologna hanno effettuato numerosi controlli tesi a contrastare l’insidioso fenomeno dell’esercizio abusivo delle professioni sanitarie. Le attività ispettive, che hanno interessato oltre 50 strutture (studi medici, poliambulatori, studi dentistici, studi fisioterapici), hanno permesso di sgominare situazioni di non conformità con risvolti di rilevanza penale e amministrativa. In particolare, è stata rivelata la presenza di:

  • pseudo dietologi che prescrivevano diete dimagranti;
  • odontotecnici e assistenti alla poltrona colti nello svolgimento di mansioni ad esclusiva pertinenza dell’odontoiatra;
  • pseudo fisioterapisti, che agivano su pazienti con difficoltà motorie;
  • pseudo infermieri.

Complessivamente sono state denunciate 12 persone a piede libero per aver svolto o tollerato l’esercizio abusivo della professione medica. Nello specifico:

  • 2 persone operanti nel ferrarese che svolgevano, all’interno di due strutture ricettive per anziani, la professione sanitaria di infermiere in assenza dei titoli di abilitazione dello Stato;
  • 6 persone denunciate nel bolognese, dove sono stati scoperti falsi dentisti mentre operavano nel cavo orale dei loro pazienti con la complicità dell’odontoiatra. Sempre nella stessa provincia, inoltre, sono stati segnalati all’Autorità Giudiziaria un falso medico biologo che prescriveva pani alimentari e diete dimagranti, e un fisioterapista che praticava massaggi terapeutici, laser terapia e tecarterapia in assenza di titoli abilitativi;
  • 4 persone denunciate nella provincia di Forlì – Cesena, dove venivano scoperti degli odontotecnici intenti a svolgere mansioni riservate esclusivamente al medico dentista, truffando gli ignari pazienti. Nella medesima provincia, inoltre, sono state sequestrate due strutture sanitarie dal valore complessivo di 1 milione di euro, in quanto prive dei requisiti organizzativi e strutturali previsti dalla normativa vigente.
  • Il NAS di Catania ha deferito in stato di libertà 6 persone per esercizio abusivo della professione sanitaria e attivazione di ambulatorio fisioterapico senza autorizzazione sanitaria. Le indagini dei Carabinieri sono iniziate dall’ispezione di una casa di cura, parte della quale era stata indebitamente destinata ad ospitare degli ambulatori per la riabilitazione, ove esercitavano delle persone sprovviste dei titoli di studio autorizzativi ad effettuare la professione di fisioterapista.

Ministero della Salute

Ministero della Salute

EXPOSANITÀ

 

21a mostra internazionale al servizio della sanità e dell’assistenza

18-19-20 aprile 2018 | aperti tutti i Saloni
21 aprile | rimarranno aperti solo:
Horus, Mit e Primo Soccorso

Un’occasione di business, conoscenza e crescita professionale

Una manifestazione che presenta servizi, prodotti e soluzioni di ultima generazione che le aziende e gli operatori del settore studiano, progettano e innovano ogni giorno, per rendere più efficiente la gestione del sistema sanitario e più efficace il percorso di cura alla persona.

Exposanità 2018 sarà in contemporanea il 20 e il 21 aprile con Cosmofarma Exhibition

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Exposanità

Il complesso universo del “mal di schiena”. Possibili cause e gestione nel lungo periodo, Tre articoli pubblicati sulla prestigiosa rivista The Lancet evidenziano gli aspetti principali per un corretto inquadramento del disturbo

Per mal di schiena si intende innanzitutto un problema di dolore nella parte lombare della schiena con o senza irradiazione agli arti inferiori. Circa la metà delle persone adulte prova tale dolore almeno una volta nella vita. Il mal di schiena colpisce soprattutto le persone dopo i 40 anni e maggiormente il sesso femminile.  Dal 1990 al 2015, l’ impatto della disabilitá provocato dal mal di schiena é aumentato del 50% su scala mondiale, soprattutto a causa dell’ aumento della popolazione e dell’ avanzamento dell’età media. I costi di questo disturbo vanno calcolati sia in termini diretti per i sistemi sanitari che indiretti per la perdita di produttività lavorativa, e sono pari ai costi di altre noti disturbi di salute quali le malattie cardiovascolari, i tumori, i disturbi mentali, e le malattie autoimmuni. In generale, le persone con mal di schiena possono provare importanti limitazioni funzionali nella vita di tutti i giorni.

POSSIBILI CAUSE DEL MAL DI SCHIENA

Una vera e propria causa di dolore lombare é riscontrabile solo in pochissime persone con mal di schiena; un esempio può essere la presenza di una frattura ad una vertebra. Nella grande maggioranza dei casi non é invece possibile identificare nessuna causa specifica ed il dolore viene definito come aspecifico. Infatti, diversi studi hanno dimostrato come alterazioni della colonna vertebrale come un’ernia del disco possano essere presenti anche in persone che non hanno dolore lombare. Un’ ernia del disco può invece venire considerata come causa del dolore se si presenta assieme ad un dolore persistente agli arti inferiori.

COME EVOLVE IL MAL DI SCHIENA NEL TEMPO

Diversi studi mostrano come che la maggior parte delle persone con un episodio di mal di schiena migliori in maniera spontanea ma circa 2/3 delle persone continua ad avere un dolore residuo dopo 3 e 12 mesi. Circa la metà delle persone con mal di schiena ha un dolore leggero che é continuo o fluttuante nel corso del tempo. La ricerca ha chiaramente dimostrato che chi ha già avuto un episodio di mal di schiena é a maggior rischio di averne un altro in futuro. Aspetti dello dello stile di vita quali il fumo, l’ obesità ed un basso livello di attività fisica sono associati ad un maggior rischio di sviluppare uno stato di salute generale più precario e, conseguentemente, anche la presenza di mal di schiena.

IL MAL DI SCHIENA É SOLO UN PROBLEMA FISICO?

Se il mal di schiena diventa persistente nel tempo, non é probabilmente causato da un problema fisico ma da una combinazione di fattori fisici, biologici, psicologici, sociali ed altri disturbi di salute. Jan Hartvigsen, Professore Ordinario di Biomeccanica Clinica e Ricerca Muscoloscheletrica presso la University of Southern Denmark (Danimarca) é l’autore principale del primo articolo apparso su The Lancet e sottolinea la natura multidimensionale del problema: «Il mal di schiena ha anche un impatto profondo sulla vita delle persone che vivono con questo disturbo che possono avere una perdita di identità sociale, una perdita di autostima, problemi famigliari, e mancanza di denaro per pagare le terapie. Per questo motivo é importante migliorare la formazione dei professionisti sanitari che si occupano di gestire questo problema, abbandonando un approccio biomedico per adottare un approccio multidisciplinare che prenda in considerazione le persone da un punto di vista bio-psicosociale».

LE TECNICHE DIAGNOSTICHE PER IMMAGINI 

Le Linee Guida internazionali per la gestione del mal di schiena fanno una distinzione tra dolore in fase acuta (cioè presente da meno di 6 settimane) e dolore in fase cronica (presente da almeno 12 settimane).  Per l’inquadramento clinico, in entrambe le fasi, non esistono studi che dimostrino come sottoporre una persona con mal di schiena ad indagini radio-diagnostiche (come radiografia o risonanza magnetica) aiuti effettivamente a migliorare il suo dolore lombare, perciò l’ utilizzo di tali indagini in tutte le persone con mal di schiena é fortemente sconsigliato dalla comunità scientifica internazionale.

QUALI TRATTAMENTI SONO CONSIGLIATI

Le Linee Guida internazionali suggeriscono per il mal di schiena in fase acuta di rimanere ’attivi’ nella vita di tutti i giorni e viene sottolineata l’ importanza di una adeguata rassicurazione dei pazienti su questo problema di salute, sulla sua natura aspecifica e sulla probabile prognosi positiva. Come seconda opzione terapeutica, sono suggeriti trattamenti passivi, quali le manipolazioni vertebrali, il massaggio e l’agopuntura, o i farmaci anti-infiammatori non-steroidei (aspirina). Paracetamolo ed altri tipi di farmaci antidolorifici come gli oppiacei (codeina, morfina) non sono consigliati. Per il mal di schiena in fase cronica, oltre al consiglio di rimanere ‘attivi’, vengono anche consigliati l’ esercizio terapeutico e la terapia cognitivo-comportamentale come prime opzioni terapeutiche. Opzioni secondarie sono trattamenti passivi come manipolazioni vertebrali e massaggio, terapie farmacologiche a base di anti-infiammatori non-steroidei, e terapie integrate come la riabilitazione multidisciplinare in cui la persona é seguita da più di un professionista sanitario. La chirurgia é assolutamente sconsigliata per il mal di schiena aspecifico, ma é invece consigliata come seconda opzione nel caso di dolore lombare con irradiazione agli arti in cui chiari disturbi della colonna come un’ ernia del disco vengano riscontrati.

DIFFERENZE TRA RACCOMANDAZIONI SCIENTIFICHE E PRATICA CLINICA

Nadine Foster, Professore Ordinario dell’NIHR in Salute Muscoloscheletrica presso la Keele University (Regno Unito) é l’ autore principale del secondo articolo pubblicato su The Lance ed evidenzia che: «Prendendo in considerazione l’ evidenza scientifica, abbiamo riscontrato che in tutti i paesi ad alto reddito vi é un modo poco utile e poco scientifico di trattare le persone con mal di schiena. Vi é anche evidenza del fatto che i professionisti sanitari tendano ad attribuire il mal di schiena ad una qualche patologia della colonna vertebrale, e che quindi siano necessari per i pazienti riposo, farmaci, indagini radio-diagnostiche e trattamenti invasivi per “aggiustare” la colonna. Abbiamo inoltre riscontrato che diversi sistemi sanitari tendono a finanziare o rimborsare in maniera inadeguata i trattamenti efficaci (educazione, esercizio terapeutico, terapia psicologica), e che tali sistemi tendono invece a finanziare farmaci e trattamenti invasivi come le infiltrazioni e la chirurgia».

COME SI PUÓ MIGLIORARE LA GESTIONE DEL MAL DI SCHIENA

Rachelle Buchbinder, Professore Ordinario di Epidemiologia Clinica presso la Monash University (Australia) é l’ autore principale del terzo articolo che é un vero e proprio invito ad agire affinché venga ridotto il fardello collettivo crescente provocato dal mal di schiena: «Vorremmo che i decisori politici, i professionisti sanitari e la popolazione capiscano meglio il mal di schiena ed il modo migliore per gestirlo. Vorremmo che politica, sanitá pubblica, professionisti sanitari, servizi sociali e datori di lavoro diano una prioritá maggiore a questo disturbo, lavorando in maniera unitaria affinché vengano ridotte le cure di bassa qualitá attualmente imperanti, in quanto superflue, inefficaci ed in alcuni casi anche dannose». La Buchbinder propone anche delle soluzioni, e rivolgendosi alle forze governative dice: «Per i trattamenti che non sono stati ancora testati vorremmo che i governi finanziassero trial clinici di alta qualitá e che garantiscano ai pazienti l’ accesso alle terapie in questi trial; qualora i risultati dei trial dovessero essere negativi, vorremmo che venisse rimosso il finanziamento a quei trattamenti ma se i risultati fossero positivi vorremmo che ogni persona avesse la possibilitá di accedervi».  Poi, rivolgendosi in maniera diretta ai pazienti esprime un ulteriore desiderio: «Vorremmo che i pazienti e la popolazione in generale adottassero il concetto di “salute positiva”, secondo cui il mal di schiena può essere autogestito rimanendo attivi e facendo esercizio fisico».

LA SITUAZIONE IN ITALIA

Uno studio condotto dal team di ricerca di Giorgio Della Rocca (Professore Ordinario in Anestesiologia dell’ Universitá di Udine) e focalizzato sull’ accesso al Pronto Soccorso, ha evidenziato come molto spesso le persone con mal di schiena si rechino in pronto soccorso e che, al 72% di loro venga somministrato un farmaco anti-infiammatorio non-steroideo, al 42% un farmaco oppiaceo, ed al 56% venga eseguita un’ indagine radio-diagnostica. Queste procedure terapeutiche (in particolare farmaci oppiacei ed indagini radiologiche) sono apertamente in contrasto con quanto raccomandato dalle Linee Guida internazionali. Lo studio ha anche evidenziato che solo una mnima parte dei pazienti ha richiesto il ricovero ospedaliero: la stragrande maggioranza veniva inviata al proprio medico curante.

INDICAZIONI GENERALI PER CHI SOFFRE DI MAL DI SCHIENA

Paolo Pillastrini, Professore Ordinario presso l’ Universitá di Bologna ed esperto in riabilitazione muscoloscheletrica, fa una sintesi estrema degli articoli pubblicati su The Lancet: «Questa serie di articoli non può non stimolare l’interesse di chi si occupa di riabilitazione muscoloscheletrica.  I punti chiave da seguire per orientare i cittadini e il personale sanitario interessati da questa patologia sono i seguenti: essere ben informati ed eseguire un autotrattamento sotto supervisione, favorire l’adozione di uno stile di vita corretto, praticare attività fisica generale ed eseguire esercizi terapeutici specifici, senza fare ricorso a terapie fisiche strumentali.  Le Linee Guida internazionali inoltre raccomandano di non abusare delle tecniche diagnostiche per immagini, a meno che non siano strettamente necessarie. La persona, quindi, può e deve diventare protagonista nella gestione e nel trattamento del proprio mal di schiena, con il sostegno di professionisti sanitari qualificati e competenti».

La Stampa

Gazzetta Ufficiale, è stato pubblicato il decreto che istituisce gli Albi delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione.

Gazzetta Ufficiale

Massofisioterapisti. Il Miur ricorre contro equipollenza con fisioterapisti. E il Consiglio di Stato rinvia il giudizio sulla materia

Il Consiglio di Stato in una sentenza del 2011 aveva riconosciuto che i diplomi di massofisioterapista conseguiti dopo il 1997 potevano essere riconosciuti ai fini della “riconversione creditizia” per il conseguimento della laurea triennale. Successivamente, la Sezione nella camera di consiglio lo scorso luglio, aveva escluso l’equipollenza del titolo di massofisioterapista con il diploma universitario in fisioteraipa. La decisione definitiva è stata rinviata al prossimo 10 maggio. Ordinanza CDS

Il Ministero dell’Istruzione e della ricerca ha deciso di impugnare uno dei tanti ricorsi da parte dei massofisioterapisti con il quale si chiedeva la riconversione dei crediti formativi con l’iscrizione al terzo anno del corso di laurea in Fisioterapia. La domanda era stata respinta dalla Seconda Università degli Studi Napoli poiché, essendo il corso di laurea a numero chiuso, la valutazione dei crediti relativi avrebbe potuto essere effettuata dagli organi accademici solo dopo il superamento della prova di ammissione nel limite dei posti messi a concorso.

Il primo giudice aveva invece riconosciuto la valutabilità a fini creditizi del diploma triennale di massofisioterapista, richiamando una sentenza della sesta Sezione del Consiglio di Stato in data 30 maggio 2011 n. 3218, riguardante l’Università di Chieti, che aveva indetto un’apposita selezione indirizzata ai possessori di diploma di massofisioterapista per la riconversione del loro titolo, escludendo però coloro i quali avevano conseguito il diploma dopo il 1997.

Veniva dunque stabilito che i diplomi di massofisioterapista conseguiti dopo il 1997 (epoca finale quest’ultima stabilita per la dichiarazione di equipollenza) possono essere riconosciuti dall’Università ai fini della “riconversione creditizia” per il conseguimento della laurea triennale, tenuto conto che il D.M. 27 luglio 2000, sull’equipollenza di diplomi e di attestati al diploma universitario di fisioterapista ha stabilito la sola equipollenza tra i diplomi e gli attestati conseguiti prima della riforma (al di fuori di strutture universitarie) e il diploma universitario di fisioterapista.

La Sezione nella camera di consiglio del giorno 20 luglio 2017 ha quindi ritenuto, pur nella sommaria delibazione della fase cautelare, di poter escludere la formale equipollenza del titolo conseguito dall’appellato (diploma di Massaggiatore/Massofisioterapista) al diploma universitario di fisioterapista.

Ora, il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), evita di pronunciarsi definitivamente sulla questione, rinviando ogni decisione all’udienza pubblica del 10 maggio 2018.

QS

Human Bodies The Exibition – 21/3 -24/6 Città della Scienza – Napoli

Il corpo umano quel mondo affascinante e misterioso che appassiona sempre.
Una mostra scientifica e didattica che trasporterà il visitatore all’interno del proprio corpo.
Un’occasione unica per scoprire come funziona il nostro corpo e preservarlo al meglio!

ORARI:
Dal lunedi’ al sabato: dalle 09.00 alle 17.00 con orario continuato
domenica e festivi : dalle 10.00 alle 18.00 con orario continuato

Biglietto online

Biglietto online

Riforma Ordini. Ecco il decreto Lorenzin che istituisce i nuovi Albi. Si completa così il quadro normativo per tutte le 22 professioni sanitarie

Si tratta del decreto richiamato dalla legge Lorenzin che istituisce gli albi delle 17 professioni sanitarie, fino ad oggi regolamentate e non ordinate, che entreranno a far parte dell’Ordine dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione. Tali albi si aggiungono a quelli già preesistenti dei Tecnici sanitari di radiologia medica e degli Assistenti sanitari. Il Decreto

14 MAR – È stato firmato dal Ministro della salute Beatrice Lorenzin il primo decreto attuativo della legge sulla riforma degli Ordini professionali. Si tratta del decreto che istituisce gli albi delle 17 professioni sanitarie, fino ad oggi regolamentate e non ordinate, che entreranno a far parte dell’Ordine dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione. Tali albi si aggiungono a quelli già preesistenti dei Tecnici sanitari di radiologia medica e degli Assistenti sanitari.

Si completa in tal modo il quadro normativo per tutte le 22 professioni sanitarie, ognuna delle quali avrà un Ordine di riferimento. Un traguardo, atteso da dodici anni, che rappresenta un altro tassello di riforma per tutto il sistema sanitario nell’ottica di una sempre maggiore valorizzazione del ruolo delle professioni sanitarie e, contestualmente, di una migliore tutela del diritto alla salute dei cittadini.

Al fine di garantire che la nuova cornice normativa fosse non solo condivisa ma anche rispondente alle esigenze dei professionisti sanitari interessati, il testo del decreto è stato definito anche con il contributo del Presidente dei Tecnici sanitari di radiologia medica e del Presidente del Coordinamento nazionale delle associazioni delle professioni sanitarie (CONAPS), e a seguito di una lettura condivisa con le Associazioni maggiormente rappresentative delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione.

Qui di seguito i nuovi albi delle professioni sanitarie istituiti presso gli Ordini dei Tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione:
a) albo della professione sanitaria di Tecnico sanitario di laboratorio biomedico;
b) albo della professione sanitaria di Tecnico audiometrista;
c) albo della professione sanitaria di Tecnico audioprotesista;
d) albo della professione sanitaria di Tecnico ortopedico;
e) albo della professione sanitaria di Dietista;
f) albo della professione sanitaria di Tecnico di neurofisiopatologia;
g) albo della professione sanitaria di Tecnico fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare;
h) albo della professione sanitaria di Igienista dentale;
i) albo della professione sanitaria di Fisioterapista;
j) albo della professione sanitaria di Logopedista;
k) albo della professione sanitaria di Podologo;
l) albo della professione sanitaria di Ortottista e assistente di oftalmologia;
m) albo della professione sanitaria di Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva;
n) albo della professione sanitaria di Tecnico della riabilitazione psichiatrica;
o) albo della professione sanitaria di Terapista occupazionale;
p) albo della professione sanitaria di Educatore professionale
q) albo della professione sanitaria di Tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro

Ministero della Salute

Esercizio abusivo della professione: cosa cambia con la legge Lorenzin

Con l’approvazione della Riforma Lorenzin sono intervenuti dei cambiamenti importanti in merito all’ esercizio abusivo della professione. Ecco quali

Con la definitiva approvazione della Riforma Lorenzin molte cose sono cambiate e, tra queste, anche il reato di esercizio abusivo della professione.

Un tema molto sentito anche in sanità, dove reati di questo tipo sono purtroppo molto frequenti.

La legge, infatti, si occupa anche di aggravanti specifiche per reati commessi da falsi medici. Così come di chi esercita abusivamente un’arte ausiliaria e di chi detiene farmaci scaduti.

Con l’approvazione della riforma Lorenzin, il reato di esercizio abusivo della professione ha assunto nuovi connotati, che passano anche per l’introduzione di previsioni particolarmente stringenti per i falsi medici.

La legge varata nei giorni scorsi ha apportato diverse novità.

Innanzitutto ha riscritto l’articolo 348 del codice penale. Inoltre ha previsto delle aggravanti speciali per alcuni reati se commessi da chi esercita abusivamente una professione sanitaria.

Ma vediamo nel dettaglio cosa cambia nel nuovo reato di esercizio abusivo della professione.

Innanzitutto, il nuovo articolo 348 del codice penale prevede la reclusione da sei mesi a tre anni e la multa da 10mila a 50mila euro per chi esercita abusivamente una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato.

Alla condanna seguono poi la pubblicazione della sentenza e la confisca delle cose che furono destinate a commettere il reato.

Laddove il reo eserciti regolarmente una professione o un’attività, è prevista anche la trasmissione della sentenza di condanna al competente ordine, albo o registro. Quest’ultimo applicherà l’interdizione da uno a tre anni dalla professione o dall’attività regolarmente esercitata.

La disposizione si occupa anche di chi ha determinato altri a esercitare una professione in maniera abusiva e di chi ha diretto l’attività delle persone che sono concorse nel reato. Per tali soggetti, è prevista la reclusione da uno a cinque anni e la multa da 15mila a 75mila euro.

L’articolo in commento si applica anche a chi esercita l’attività di mediazione in assenza di iscrizione nell’apposito ruolo ed è già stato sanzionato amministrativamente in forza di quanto previsto dall’articolo 8 della legge numero 39/1989.

Prima che la legge fosse varata, per la rilevanza penale della condotta era necessario essere incorsi nella sanzione amministrativa almeno tre volte, mentre oggi è sufficiente una sola reiterazione.

Quanto ai beni immobili confiscati ora è prevista una speciale destinazione, in quanto utilizzati per la commissione del reato di esercizio abusivo della professione.

In caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti, in particolare, tali beni sono trasferiti al patrimonio del Comune ove sono siti, per essere poi destinati a finalità sociali e assistenziali.

Ci sono poi delle nuove aggravanti.

In particolare, quelle per l’omicidio colposo e per le lesioni personali colpose nel caso in cui il fatto sia commesso nell’esercizio abusivo di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato o di un’arte sanitaria.

Nel primo caso, la pena aggravata è quella della reclusione da tre a dieci anni. Nel secondo, è quella della reclusione da sei mesi a due anni per le lesioni gravi. Prevista invece la reclusione da un anno e sei mesi a quattro anni per le lesioni gravissime.

Qualora l’abuso riguardi un’arte ausiliaria delle professioni sanitarie, esercitata senza la licenza prescritta dall’articolo 140 del regio decreto numero 1265/1934 o senza l’attestato di abilitazione richiesto dalla normativa vigente, la sanzione è quella amministrativa pecuniaria da 2.500 euro a 7.500 euro.

Infine, la riforma Lorenzin si occupa anche del caso in cui in una farmacia siano detenuti medicinali scaduti, guasti o imperfetti.

La novità è che la sanzione non è più quella penale prevista dall’articolo 443 del codice penale (rubricato “commercio o somministrazione di medicinali guasti”).

Adesso la sanzione è solo amministrativa pecuniaria e va da 1.500 a 3.000 euro. Questo però se sussistono alcune condizioni. Ovvero, se la modesta quantità di farmaci, le modalità di conservazione e l’ammontare complessivo delle riserve facciano escludere che i medicinali siano destinati al commercio.

Responsabilecivile

Massofisioterapisti. Consiglio di Stato: “Sono operatori di interesse sanitario con funzioni ausiliarie”

Dopo una prima comunicazione ex art. 10 bis L. 241/90, il Ministero della Salute adottava nei loro confronti rispettivi provvedimenti di diniego all’equivalenza – conseguente all’inammissibilità delle domande, valutata dalla Conferenza di servizi, sentito il parere del rappresentante dell’Associazione Italiana Fisioterapisti, AIFI – così motivati: “risulta che la S.V. abbia svolto il relativo percorso formativo biennale negli anni scolastici 1996/1997 e 1997/1998, in violazione di quanto prescritto dal comma 3 dell’art. 1 e dal comma I art. 5 dell’Accordo Stato Regioni 10.2.2011, recepito nel DPCM 26.7.2011“.

Tali provvedimenti venivano impugnati dinanzi al Tar Lazio, che – con sentenza n. 929/2016 – respingeva il ricorso, dichiarandolo inammissibile ed infondato.

 il Ministero della Salute puntualizza che, nel giudizio di primo grado, è stata posta la questione di inammissibilità del ricorso, “in quanto i motivi del diniego al riconoscimento dell’equivalenza risiedevano nelle disposizioni contenute nel citato DPCM 26 luglio 2011” (di recepimento dell’accordo Stato Regioni 10 febbraio 2011), tra cui “quelle relative al periodo in cui si è svolto il corso di massofisioterapista frequentato dagli istanti, oltre il termine stabilito dal DPCM medesimo (31.12.1995)”;

La permanente validità dei corsi di formazione regionale, per il mancato riordino della figura professionale, non implica che al massofisioterapista possa essere riconosciuta – come anche nella specie gli appellanti sostengono – l’equivalenza del titolo al di fuori dello stretto ambito prescritto per il periodo transitorio (non oltre due anni dal 1° gennaio 1994).

Infatti, la richiamata (e condivisa) dal Collegio sentenza n. 3325/2013 ha, altresì, avuto modo di precisare (cfr. capo 26.3) che l’ordinamento prevede una categoria, quella degli “operatori di interesse sanitario”, nell’ambito della quale possono trovare posto attività di interesse sanitario sprovviste delle caratteristiche della professione sanitaria in senso proprio, che si connotano per la mancanza di autonomia professionale ed alle quali corrisponde una formazione di livello inferiore.

Poiché le attività sanitarie (in senso lato) non mediche sono tutte comprese nell’art. 1 della l. n. 43 del 2006 [che reca “Disposizioni in materia di professioni sanitarie infermieristiche, ostetrica, riabilitative, tecnico-sanitarie e della prevenzione e delega al Governo per l’istituzione dei relativi ordini professionali”, prevedendo – accanto alle professioni sanitarie infermieristiche, riabilitative, tecnico-sanitarie e della prevenzione (comma 1) – anche (comma 2), “i profili di operatori di interesse sanitario non riconducibili alle professioni sanitarie come definite nel comma 1”], occorre, quindi, concludere che quella del massofisioterapista – non espressamente soppressa come attività o figura professionale e che si connota per la mancanza di autonomia professionale e per una formazione di livello inferiore – sopravvive e trova collocazione nell’ambito della predetta categoria di “operatori”.

Si deve desumere dall’eterogeneo quadro normativo, stratificatosi nel tempo – prosegue il capo 27 di detta sentenza – che la figura del massofisioterapista, il quale abbia conseguito solo un titolo di formazione regionale, ben può rientrare nel novero degli operatori di interesse sanitario, con funzioni ausiliarie.

Non essendo stato però prontamente riordinato il quadro normativo, la situazione formativa è rimasta invariata nei termini del vecchio ordinamento, con conservazione dei pregressi corsi di formazione: alla luce di tale prospettiva, il mantenimento “di fatto” dei corsi regionali per la formazione dei massofisioterapisti deve essere necessariamente contestualizzato all’interno di un quadro giuridico/normativo che in generale prevede ormai, anche per l’esercizio delle professioni sanitarie (non mediche), il conseguimento del diploma universitario a livello statale.

CdS 14 dicembre 2017

Master Universitario gratuito: Riabilitazione domiciliare e a distanza supportata dalle tecnologie

Università di Genova promuove il Master universitario gratuito di I livello “Riabilitazione domiciliare e a distanza supportata dalle tecnologie”. Il Master fa parte di 21 Master universitari gratuiti finanziati da Regione Liguria tramite Fondo Sociale Europeo ed è destinato a laureati, inoccupati o occupati, in Fisioterapia. 

Il Master ha l’obiettivo di formare fisioterapisti specializzati nella riabilitazione domiciliare e a distanza, attraverso lo sviluppo di competenze specifiche intese al supporto e alla terapia di persone con disabilità acute o croniche utilizzando strumenti innovativi basati sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) per il monitoraggio e l’assistenza a distanza.

Bando

Depliant

Titoli di studio all’estero e tirocini

La questione genera parecchia confusione, perché di solito i percorsi effettuati in altri Paesi non sono spendibili nel nostro, o addirittura vengono considerati non validi, costringendo a intraprendere ulteriori strade formative. Per questo l’AIFI, l’Associazione italiana fisioterapisti, vuole fare chiarezza compilando una breve guida per i futuri colleghi sui titoli di studio esteri.

Prima di tutto va ricordato che la legge 4 del 1999 prevede la cosiddetta ‘filiazione’, secondo cui “università o istituti superiori di insegnamento a livello universitario aventi sedi nel territorio di Stati esteri ed ivi riconosciuti giuridicamente quali enti senza scopo di lucro possono svolgere in Italia parte dei propri corsi (intesi come materie, e non interi corsi di laurea, compresi i periodi di tirocinio) se prima dell’inizio della loro attività in Italia trasmettono al ministero dell’Università, al ministero dell’Interno e al ministero degli Esteri “copia dell’atto con cui è stato deliberato l’insediamento in Italia, copia dello statuto e ogni altra documentazione legalizzata dalla rappresentanza diplomatica o consolare italiana competente per territorio”.

L’attività della filiazione è autorizzata con decreto del ministro dell’Università e si intende concessa trascorsi 90 giorni dal ricevimento della comunicazione”. Solo in questo caso, autorizzata cioè la filiazione, un Ateneo è legittimato a far svolgere il tirocinio formativo presso le strutture sanitarie italiane: in caso contrario, il tirocinio svolto potrebbe non essere valutato come utile ai fini didattici. Ne conseguirebbe l’impossibilità per il titolo formativo rilasciato dall’Università di ambire al riconoscimento perché non sufficientemente in grado di attestare “un livello di qualifica professionale equivalente al livello immediatamente precedente a quella prevista dalle normative nazionale”. Allo stesso modo va ricordato che le strutture sanitarie utilizzate dall’Università straniera devono essere convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale, pena la non riconoscibilità del titolo.

Attualmente, sulla base delle informazioni diffuse dall’apposita Conferenza di Servizi istituita presso il ministero della Salute, risulta che nessuna università abbia richiesto la necessaria autorizzazione. Inoltre, alcuni Consolati e Ambasciate italiane all’estero hanno dichiarato con certezza che i periodi di tirocinio svolti in Italia, in assenza dell’autorizzazione prescritta, sono da considerare al di fuori del curriculum di studi: ne consegue che il monte ore del percorso di studi è inferiore a quello previsto in Italia, il che rappresenta presupposto per applicare una misura compensativa, ovvero un ulteriore periodo di tirocinio o il superamento di una prova di esame, per i quali deve essere corrisposta una somma che varia in relazione alla misura compensativa applicata. In alcuni casi, le Autorità competenti del Paese di origine del titolo (ovvero le istituzioni che hanno la competenza su quella specifica professione) hanno dichiarato che determinate Università (private) non hanno avuto l’autorizzazione neanche nel Paese di origine. Le situazioni più critiche riguardano al momento università della Repubblica Ceca, dell’Ungheria, della Slovenia e della Spagna.

Neanche l’Unione europea segue una strada univoca: nel caso della professione del fisioterapista, infatti, le Direttive comunitarie sul riconoscimento dei titoli non prevedono un riconoscimento automatico. L’istanza deve quindi essere presentata al ministero della Salute, che valuterà ogni singolo caso per la decisione finale, così come previsto dalle normative.
Per concludere, AIFI raccomanda estrema attenzione nella scelta dell’università, considerati anche gli elevati costi da affrontare. Ecco perché il consiglio è quello di richiedere informazioni dettagliate alle Autorità competenti (di solito i ministeri della Sanità), per verificare che le università in questione siano effettivamente riconosciute come tali ed autorizzate, e che la formazione non preveda un titolo il cui percorso formativo viene svolto in un terzo Paese.

A.I.FI.

Disturbi posturali. Arrivano dal Ministero della Salute le linee guida per individuarli e prevenirli

Ad oggi, non si hanno dati certi sul peso epidemiologico dei disturbi posturali, così come mancano percorsi ben codificati per la presa in carico degli individui affetti da tali disfunzioni. Dal Ministero arrivano indicazioni sulla classificazione, inquadramento e misurazione della postura e delle relative disfunzioni.

Le linee guida

Ad oggi, non si hanno dati certi sul peso epidemiologico dei disturbi posturali, così come mancano percorsi ben codificati per la presa in carico degli individui affetti da tali disfunzioni.

Il Ministero della salute ha promosso l’elaborazione del documento Linee guida nazionali sulla classificazione, inquadramento e misurazione della postura e delle relative disfunzioni, per fornire alle diverse professionalità sanitarie coinvolte nella prevenzione, diagnosi e cura del disturbo posturale, indicazioni univoche, condivise e basate sulle migliori evidenze scientifiche disponibili.

In considerazione dello stato dell’arte, si e deciso, in prima istanza, di procedere ad un inquadramento generale della tematica, sulla base dei dati ad oggi disponibili in letteratura, con particolare attenzione a quali sono le modalità anamnestiche e obiettivo-cliniche da adottare per identificare un individuo con sospetta disfunzione posturale.

Il documento è stato prodotto da un apposito Gruppo di lavoro, composto da figure scientifiche, accademiche e laiche coinvolte nei processi di prevenzione, diagnosi, assistenza e cura delle problematiche oggetto delle presenti Linee Guida.

Gli esperti che hanno preso parte al gruppo di lavoro, sono stati nominati con Decreto Ministeriale (D.M.) del 23 novembre 2016 e D.M. del 27 gennaio 2017.

Il documento prodotto è stato sottoposto al vaglio del Consiglio Superiore di Sanità che ha espresso parere favorevole in merito ai contenuti tecnici ed alla qualità metodologica utilizzata per la stesura dello stesso.

Ministero della Salute

Massofisioterapista post 99: l’esaurimento dei posti disponibili ben potrebbe impedire l’iscrizione al relativo corso di laurea a coloro che non abbiano regolarmente superato il test di ingresso

Non può, invece, essere accolta la richiesta relativa all’accertamento della fondatezza della pretesa in quanto non può esser valutato con compiutezza il numero dei crediti formativi riconducibili al pregresso diploma; tale valutazione, infatti, è oggetto di una valutazione tecnico-discrezionale dell’ateneo.

Inoltre, non è nota al Tribunale la situazione relativa all’eventuale esistenza di posti disponibili nel corso di laurea a cui si pretende di iscriversi. Come si è avuto modo di affermare in decisioni afferenti alla stessa materia, infatti, trattandosi di facoltà cd. “a numero chiuso”, l’esaurimento dei posti disponibili ben potrebbe impedire l’iscrizione al relativo corso di laurea a coloro che non abbiano regolarmente superato il test di ingresso (v. tra le altre, Sent. n. 04170/2017, ord. caut. nn. 1488/2017 e 01981/2017).

La delibazione della fondatezza della pretesa, quindi, è esclusa (art. 31 co. 3 c.p.a.) per la ricorrenza di “ulteriori margini di esercizio della discrezionalità” e per la necessità di ulteriori “adempimenti istruttori” (questi ultimi relativi alla presenza di posti disponibili).

TAR Campania 21 febbraio 2018

L’identikit del fisioterapista, un professionista per la cronicità

di Mauro Tavernelli (presidente nazionale Aifi -Associazione italiana Fisioterapisti)

La normativa italiana che regola l’esercizio professionale è costituita da diverse leggi che hanno come parole chiave distintive responsabilità, autonomia e competenze. Prima di tutto, però, stabiliamo qual è l’identikit del fisioterapista. Si tratta del professionista sanitario che, in via autonoma o in collaborazione con altre figure sanitarie, identifica e adotta le migliori strategie per la prevenzione, la cura, la valutazione funzionale, l’abilitazione, la riabilitazione e la palliazione di disfunzioni di vari sistemi, in particolare quelli neuromuscoloscheletrico, nervoso, cognitivo, cardiocircolatorio, respiratorio, digerente e genito-urinario. Tutto questo avviene in conseguenza di patologie, congenite o acquisite, permanenti o transitorie, di interventi chirurgici oppure in seguito a condizioni che determinino sovrautilizzo o sovraccarico in pazienti in età evolutiva, adulta, nell’anziano così come nello sportivo. L’obiettivo generale dell’intervento fisioterapico è contribuire a migliorare la qualità della vita della persona e dei suoi familiari o care givers, promuovendone anche la tutela dei diritti, la dignità e la partecipazione in ogni ambito di vita sociale e in ogni momento della giornata.

La legge 42/99 ha stabilito che il campo proprio di attività e di responsabilità delle professioni sanitarie è determinato dai contenuti dei decreti ministeriali istitutivi dei relativi profili professionali e degli ordinamenti didattici dei rispettivi corsi di laurea e di formazione post-base, nonché degli specifici codici deontologici. Nel contempo la normativa sulla formazione professionale si è evoluta tanto da arrivare a definire che il percorso che abilita il professionista è unicamente un Corso di Laurea triennale, che si conclude con un esame finale abilitante e che si svolge alla presenza dei rappresentanti di ministero della Salute e Miur e, soprattutto, alla presenza dei rappresentanti dell’Aifi in quanto unica Associazione rappresentativa per decreto ministeriale. In questo quadro di riferimento si inserisce il lavoro sul Corecompetence iniziato nel 2003, per arrivare attraverso una serie complessa e complicata di collaborazioni, alla pubblicazione nel 2012 del volume “La formazione core del fisioterapista”. Questo testo definisce le competenze ritenute irrinunciabili per definire il professionista, tanto che le colloca come necessarie a definire il neo laureato. Nella stesura del volume sono stati coniugati tutti i contenuti del Core curriculum con i relativi ambiti di competenza, in modo che sia chiaro quali conoscenze servono come base per la costruzione delle competenze. Inoltre si è data la giusta rilevanza al contesto naturale e adatto di apprendimento per le competenze, che è il tirocinio, andando a delinearne le caratteristiche principali affinché sia perseguita la maggior uniformità metodologica nei corsi di laurea dei diversi Atenei italiani. L’importanza del Core competence sta nel fatto che questo documento è entrato a far parte degli Ordinamenti didattici dei Corsi di Laurea – come citato dalla legge 42 – andando a definire le competenze del futuro professionista, dando maggiore forza a quanto indicato nel profilo. Nella fattispecie è fondamentale ricordare che gli ambiti di competenza individuati sono otto, in un rapporto circolare e non gerarchico tra loro.

Il fisioterapista è colui che svolge il suo ruolo distintivo di cura e riabilitazione della persona secondo le migliori evidenze scientifiche, assumendosi la piena responsabilità del proprio operato, avendo cura di comunicare correttamente con la persona, la famiglia e i colleghi con cui collabora, promuovendo la corretta educazione sanitaria della persona e avendo cura della prevenzione sia primaria che secondaria, gestendo il contesto di lavoro e curando costantemente la propria formazione. Ognuno degli ambiti citati è dettagliato in tutte le singole componenti per andare a descrivere le abilità che il professionista deve costruire e gli atteggiamenti che estrinsecano nel quotidiano il proprio operato. Questo documento ha un altro valore fondamentale che consiste nel quadro di riferimento che è quello epidemiologico italiano partendo dai problemi prioritari di salute. L’impegno costante di Aifi è quello di permettere al fisioterapista di essere sempre coerente con le modifiche della popolazione in termini di invecchiamento e di cambiamenti epidemiologici e garantire un professionista in grado di rispondere ai reali bisogni di salute del cittadino, che sono al centro dell’operato del fisioterapista.

Le leggi 24/2017 e 3/2018 costituiscono un’ulteriore spinta in questo processo di adeguamento costante e progressivo alle mutate necessità di salute, nel pieno rispetto di un’identità del fisioterapista già consolidata e ben supportata anche dallo sviluppo scientifico della professione.

Chi è il fisioterapista? Quali sono i suoi campi di intervento volti a soddisfare i bisogni di salute dei cittadini? Sono domande a cui si possono dare risposte certe e chiare.

Il sole 24 ore

Legge Lorenzin: da oggi 15 febbraio 2018 in vigore, cosa cambia per il reato di esercizio abusivo di professione sanitaria: fino a 3 anni di carcere e 50mila euro di multa oltre la confisca dei beni.

Rischia fino a 3 anni di carcere e 50mila euro di multa chi esercita abusivamente una professione. È quanto prevede la riforma Lorenzin (legge n. 3/2018 sotto allegata), in vigore dal 15 febbraio 2018. La nuova legge in particolare ha novellato l’art. 348 del codice penale, inasprendo le pene previste per il reato e introducendo anche aggravanti specifiche per i delitti commessi da falsi medici, da chi esercita abusivamente un’arte sanitaria e da chi detiene farmaci scaduti.

Reato esercizio abusivo professioni: il nuovo art. 348 c.p.

L’art. 12 della legge ha riscritto l’art. 348 c.p., sull’Esercizio abusivo di una professione), aumentandone notevolmente le pene previste. Nello specifico secondo il nuovo testo, “chiunque abusivamente esercita una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 10.000 a euro 50.000″.
Non solo. La condanna comporta la pubblicazione della sentenza e la “confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e, nel caso in cui il soggetto che ha commesso il reato eserciti regolarmente una professione o attività, la trasmissione della sentenza medesima al competente Ordine, albo o registro ai fini dell’applicazione dell’interdizione da uno a tre anni dalla professione o attività regolarmente esercitata”.
Ex comma 3, inoltre, “si applica la pena della reclusione da uno a cinque anni e della multa da euro 15.000 a euro 75.000 nei confronti del professionista che ha determinato altri a commettere il reato -ovvero – ha diretto l’attività’ delle persone che sono concorse nel reato medesimo.

Beni immobili confiscati

La legge inoltre prevede (art. 86-ter) che i beni immobili confiscati, in quanto usati per la commissione del reato di esercizio abusivo della professione, nel caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti ex art. 444 del codice, siano trasferiti al patrimonio del Comune ove sono siti “per essere destinati a finalità sociali e assistenziali”.

Omicidio colposo e lesioni gravi: le aggravanti

La riforma prevede, altresì, delle nuove aggravanti in caso di omicidio colposo e lesioni personali colpose commesso nell’esercizio abusivo di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato o di un’arte sanitaria.

Nello specifico, la pena ora prevista è, per il primo caso, la reclusione da tre a dieci anni (art. 589, comma 2, c.p.); per il secondo, da sei mesi a due anni e da un anno e sei mesi a quattro anni di reclusione se le lesioni sono gravissime.

In attesa della istituzione dell’ordine è buona regola chiedere la visione del certificato di laurea del Vs terapeuta rilasciato da una facoltà di medicina e chirurgia, rammentiamo essere le ricevute rilasciate da un professionista sanitario non abusivo esenti IVA e detraibili ai fini fiscali oltre che rimborsabili dalle assicurazioni.

Studio Cataldi

Il business del mal di schiena

Negli ultimi 8 anni sembra che l’Italia sia travolta da un incurabile mal di schiena: quasi 30.000 interventi di artrodesi nel 2016. Stiamo parlando di un intervento chirurgico in cui vengono bloccate con viti e placche le ossa del tratto lombare, e che dovrebbe essere l’ultima soluzione, quando falliscono tutte le altre: fisioterapia, infiltrazioni, radiofrequenza, ozonoterapia e procedure mini-invasive, per le quali però non è previsto alcun rimborso dal servizio sanitario nazionale. L’artrodesi invece è rimborsata fino a 19.000 euro, e quindi piace particolarmente agli ospedali privati convenzionati. In Italia, se su 8 milioni e 800 mila ricoveri, il 26% è svolto dal sistema privato accreditato, nel caso dell’artrodesi la percentuale si ribalta. Nel 2016 su 28.907 operazioni, 16.289 vengono eseguite nel privato (56%). Succede perché i privati sono più bravi? Quello che è certo è che quando stai male non aspetti le lunghe liste d’attesa del pubblico, ma ti rivolgi a chi ti visita prima, di solito il privato.

Agli ospedali privati convenzionati piace l’artrodesi

Vediamo i dati: in Lombardia ogni 100 ricoveri solo 35 vengono svolti da strutture private convenzionate (tutti gli altri nel pubblico); ma se prendiamo in considerazione l’artrodesi sono 65 su 100. In Toscana il rapporto pubblico/privato è dell’11% contro il 61% per l’artrodesi; in Emilia Romagna il 19% contro il 68%; in Veneto il 19% contro il 40%; fino ad arrivare al 99% del Molise. Insomma più il privato fa interventi di artrodesi, più in quella Regione ci sono pazienti che per il mal di schiena finiscono sotto i ferri. Ma è possibile che i pazienti dell’Emilia Romagna si ammalino più di quelli della Lombardia? E i toscani più dei veneti, mentre nel Molise se ne salva solo uno? L’incidenza in teoria dovrebbe essere simile (anche al netto della mobilità interregionale). Vi è invece una forte variabilità: segnale univoco, in qualsiasi analisi statistica sanitaria, di rischio di inappropriatezza. Lo studio pubblicato nel 2012 da The Open Orthopaedics Journal — Spinal Fusion in the Treatment of Chronic Low Back Pain — parla chiaro: «L’intervento va considerato l’ultimo step per chi soffre di problemi alla colonna vertebrale, ovvero nei casi eccezionali in cui la stabilità articolare è compromessa, come per traumi e fratture importanti».

L’impennata di interventi chirurgici

La Regione Emilia Romagna nel 2015 si è posta il problema, ed ha incaricato una commissione di esperti per studiare il fenomeno a partire dal 2009, anno in cui è stato introdotto il rimborso. Dall’analisi delle schede di dimissione ospedaliera è emerso che gli interventi di artrodesi vertebrali sono passati da 2.147 nel 2009, a 4.030 nel 2015 (più 88%), con relativo aumento degli incassi (da circa 26 milioni nel 2009 a quasi 50 milioni nel 2015). Ma l’impennata è proprio nel privato accreditato: + 378% in 6 anni, passando da 712 interventi nel 2009 a 2.695 nel 2015. Il report dei clinici alla fine rileva errori di codificazione (classificati, e incassati come artrodesi, interventi più semplici), ma soprattutto un 20% di interventi non necessari. Se consideriamo che la commissione aveva informato gli ospedali di preparare un certo numero di cartelle su cui fare approfondimenti e verifiche, la domanda maliziosa è: quale sarebbe stata la percentuale se fossero state acquisite a sorpresa? La commissione ha poi definito le linee guida, ma nel cambio di Direzione Generale nelle politica sanitaria regionale, si sono perse nel nulla. Sta di fatto che nel 2017, ospedali privati come villa Erbosa di Bologna, e Villa Maria di Ravenna, hanno avuto in 2 anni un incremento di interventi del 100% . In generale in Italia, mentre negli ospedali pubblici il numero di interventi di artrodesi è rimasto costante, nel privato è costante un aumento annuo a due cifre.

Le soluzioni meno invasive, ma meno remunerative.

Spiega Federico De Iure, alla guida della Chirurgia vertebrale dell’ospedale Maggiore di Bologna: «L’impennata di interventi di artrodesi nelle strutture private convenzionate è un dato di fatto. La maggior parte dei pazienti che io visito non necessitano dell’intervento. Così spiego loro che il dolore non è destinato a passare del tutto con l’operazione, ma semplicemente a diminuire un po’ in quel tratto lombare e che potrebbe ripresentarsi in altre parti del rachide. Ma non tutti cercano di dissuadere i pazienti dall’operarsi: non bisogna dimenticare che il rimborso che la struttura riceve per l’artrodesi è appetibile e il chirurgo che lavora negli ospedali privati accreditati solitamente prende anche una percentuale che va dall’8 al 14% sull’intervento». Dello stesso parere Stefano Boriani, considerato un luminare della colonna: «Su 10 pazienti che visito perché soffrono di mal di schiena, 9 non sono da operare». Quindi alla fine che succede se viene inchiodata la schiena di un 40enne che non ne ha davvero bisogno? «Non si torna più indietro, e se ha ancora dolore a quel punto non puoi fare altro che rioperare».

ll perverso meccanismo dei rimborsi.

Questo modello di pagamento (che si chiama Drg) lo abbiamo importato nel 1995 dagli Stati Uniti , dove il sistema sanitario è privato, e innestato dentro al nostro servizio sanitario pubblico. Un meccanismo che si presta a storture, scrive il secondo Rapporto sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale della Fondazione Gimbe e indica «le perverse logiche di finanziamento e incentivazione di aziende e professionisti basate sulla produzione (non sull’appropriatezza) delle prestazioni». In conclusione: se non si corregge velocemente il tiro, si andrà via via svuotando quel «sistema sanitario pubblico» che tutto il mondo ci invidia, perché la politica del doppio binario sta facendo esplodere la spesa, senza portare alcun beneficio al cittadino… quando non lo danneggia.

Il Corriere

Pescara, falso fisioterapista denunciato dai Nas

PESCARA. Effettuava pratiche fisioterapiche con l’impiego di apparecchi elettrostimolatori, nonostante non avesse mai conseguito il diploma di laurea in fisioterapia. Per questo i carabinieri del Nas di Pescara hanno denunciato per esercizio abusivo della professione un 40enne, nel corso di un’ispezione in un centro medico del capoluogo adriatico. Quando i militari per la tutela della salute sono entrati nella struttura hanno sorpreso l’operatore che effettuava le pratiche fisioterapiche su un paziente. I militari hanno proceduto al sequestro penale di cinque apparecchi ed elettrodi – per un valore di circa 15 mila euro – rinvenuti all’interno dello studio dove il falso fisioterapista operava. L’attività rientra nell’ambito di una serie di controlli sul fenomeno dell’abusivismo sanitario: la scorsa settimana i Nas avevano scoperto altri due casi a Teramo.

Il Centro

Da Milano ai Grigioni per studiare Fisioterapia, truffati!

Spariti fisicamente i vertici, chiuse le porte, a spasso i professori, introvabile la documentazione

LUGANO – Partivano da Milano, destinazione Disentis (GR). La meta? Il corso di studi in Fisioterapia alla «Unipolisi», Istituto di studi universitari con retta annua di circa 9 mila franchi che di colpo si è dissolto nel nulla. «Spariti fisicamente i vertici, chiuse le porte, a spasso i professori, introvabile la documentazione», scrive il Corriere della Sera che racconta la disavventura di diversi ragazzi caduti nella truffa.

I ragazzi si erano rivolti a un istituto estero in quanto in Italia non erano riusciti a superare il test a numero chiuso. Dopo lunghe e accurate verifiche l’opzione «Unipolisi», per loro, si era profilata come la più sensata, anche se onerosa. Oltre alla retta, infatti, i giovani dovevano affrontare le spese di viaggio e quelle di vitto e soggiorno.

Dal centro di Milano la cittadina della regione grigionese della Surselva dista ben 240 chilometri. Le lezioni e gli esami si svolgevano in un palazzo al civico 18 di via Sursilvana, a pochi passi dagli uffici della segreteria dell’università. Chiamare questa segreteria, ora, è impossibile. Al telefono e alle email non risponde nessuno. Uno dei responsabili della struttura – secondo il quotidiano italiano – sarebbe stato arrestato.

Lo scandalo coinvolge due corsi della «Unipolisi»: Fisioterapia e Scienze infermieristiche; Specialità, queste, che avrebbero solo italiani fra gli iscritti.

«Il corpo docenti era di livello alto – racconta una mamma truffata -. Sono nomi con significativi curricula e con una larga esperienza maturata nel settore. Il mio ragazzo vuole fermamente diventare fisioterapista, abbiamo voluto sostenerlo. Gli mancavano quattro esami e si sarebbe laureato. Andava spesso a Disentis e lì si fermava a dormire, per il tempo necessario quando c’erano da frequentare le lezioni, ed erano altri soldi da spendere. Ora, a noi interessa trovare un’università che possa riconoscere l’intero percorso superato alla “Unipolisi”».

Peccato che la «Unipolisi» non abbia mai operato un «apparentamento» con un’altra università all’interno dell’Unione europea. Questo significa che non è possibile il passaggio in un altro ateneo riconosciuto dalla Ue.

Casi in Ticino – In Ticino i precedenti di presunte Università che attiravano studenti dall’Italia non mancano. Gli ultimi casi riguardano istituti come l’Issea, l’Euraka e l’IPUS, condannati in Ticino a seguito della legge cantonale che tutela la qualità degli studi accademici per l’uso non autorizzato del titolo accademia, alta scuola, università, politecnico o simili.

Cronaca Svizzera

Difficoltà motorie? Quasi il 70% degli italiani ricorre subito al fisioterapista o al chinesiterapista. Depressione? Va dallo specialista solo il 28% di che ne soffre.

Il dato emerge ancora una volta dal rapporto Istat sulle condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia e nell’Unione europea di cui abbiamo già parlato ampiamente. E offre interessanti spunti di riflessione su come gli italiani si comportino diversamente rispetto a patologie e problematiche di salute ambedue, seppur in modo diferente, invalidanti.

Depressione e difficoltà motorie. Due problematiche che gli italiani affrontano in modo molto diverso in termini di assistenza. Se nel primo caso è una minoranza quella che decide di affrontare di petto il suo stato depressivo andando da uno specialista, nel secondo è invece la maggioranza a scegliere di ricorrere subito a fisioterapisti o chinesiterapisti.

Lo rilevano ancora una volta i dati Istat contenuti nel rapporto sulle condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia e nell’Unione europeadi cui abbiamo già parlato in diverse occasioni (vedi nota a fondo pagina), da cui è emerso che dei circa 8,5 milioni di persone che hanno difficoltà motorie, di cui 3,7 milioni gravi, chi ricorre al fisioterapista o al chinesiterapista (sono queste le due figure professionali prese in esame dall’Istat) per una terapia del movimento, utilizzo di massaggi o altri mezzi fisici (ad esempio acqua, freddo, calore, luce, ultrasuoni, idroterapia), sono quasi 6 milioni di persone, vale a dure quasi il 70% di chi ha accusato i problemi di movimento.

Se invece parliamo di depressione solo 832mila persone dei 2,8 milioni che ne soffrono: poco più del 29% di chi ne ha bisogno.

Al fisioterapista o chinesiterapista ricorrono un po’ di più gli ultrasessantacinquenni, ma la fascia di età tra 55 e 64 anni e over 75 è abbastanza bilanciata stavolta, con la prima che conta 1.029 persone e la seconda 1.044. Entrambi superate dalla fascia più giovane 45-54 anni che di persone ne conta secondo l’Istat 1.101.

E tra 65 e 74 anni invece chi ha fatto ricorso a questo tipo di professionisti nell’anno precedente la rilevazione Istat sono 896mila individui, vicini come numero alla fascia di età 25-44 anni con 734 persone.

In sostanza la ricerca di aiuto nelle difficoltà motorie è meno legata all’età di quanto non lo siano tutte le precedenti rilevazioni, anche se è proprio l’età più avanzata, sopra i 65 24,2% di limitazioni moderate e 23,1% gravi), ma soprattutto sopra i 75 anni (28,7% moderate e 36,2% gravi) quella in cui si manifesta la percentuale maggiore di problemi.

E sono comunque le persone con un titolo di studio più alto, in tutte le fasce di età, quelle che di più fanno ricorso a questi professionisti, anche se a livello di reddito le fasce di età si differenziano dai 15 anni in su dove quelle più ricche frequentano di più fisioterapisti e chinesiterapisti, me non oltre i 65 anni, quando la differenza tra fasce di reddito è minima e comunque le percentuali al primo e al quinto quintile quasi sovrapponibili: 15,3% e 15,5 per cento.

Un po’ diverso il discorso sul ricorso a psicologo, psicoterapeuta e psichiatra.

Dal punto di vista delle fasce di età, anche in questo caso la differenza non è forte a partire dai 45 anni in su, ma le percentuali maggiori si riscontrano tra over 75 (2,9%) e nelle fasce 55-64 e più di 65 (2,1%). Nelle altre si va dall’1,5% in giù fino allo 0,8% della fascia tra 25 e 44 anni.

In questo caso il titolo di studio ha una funzione inversa: chi ce l’ha più basso frequenta di più questi professionisti (2,1%) di chi ce l’ha più alto (1,2%) e anche sul reddito si nota un andamento pressoché simile con il primo quintile sia da 15 anni i su che da 65 in su che presenta le percentuali più elevate (2 e 2,4%), che scendono progressivamente (specie dopo i 15 anni) andando verso i quintili più elevati di reddito.

A livello di genere, sia per quanto riguarda il ricorso a fisioterapisti e chinesiterapisti che a psicologi, psicoterapeuti e psichiatri, le donne sono in vantaggio sugli uomini.

Per le cure motorie la percentuale è rispettivamente del 12,2% e del 10,1%, con una differenza decisamente più marcata in funzione dell’età in cui le over 75 raggiungono il 18,3% e gli over 75 l’11,8 per cento.

Per le cure psicologiche, a livello generale le donne sono all’1,8% e gli uomini all’1,3% di media, ma quando si parla degli over 75 la differenza balza verso l’alto con il 3,4% delle donne che ricorrono a questi professionisti contro una media di uomini che l’Istat giudica nelle rilevazione “non significativa”, tanto da non riportarne neppure il valore.

QS

Le prove dimostrano che i chiropratici fanno più male che bene
in diverse centinaia di casi i pazienti sono stati seriamente danneggiati e spesso in modo permanente.

Health spectator

Edzard Ernst è professore emerito di medicina complementare presso l’Università di Exeter.

Confermato dal CdS lo status di semplice operatore d’interesse sanitario del massofisioterapista che ha conseguito l’attestato dopo il 17 marzo 1999.

Questa Sezione ha già avuto modo di ribadire che la scelta legislativa statale di riformare le professioni sanitarie, “elevando” le originarie funzioni di terapista della riabilitazione al rango di un’attività – la fisioterapia – subordinata ora al conseguimento di un titolo di studio universitario, impedisce di attribuire alle scuole professionali regionali l’attitudine al rilascio di diplomi di studio equipollenti, salvo soltanto quanto specificamente disposto dalla disciplina transitoria.

Nel caso dei massiofisioterapisti, vale precisare che la l. n. 403 del 1971, istitutiva di tale professione sanitaria ausiliaria, non detta norme sul relativo percorso formativo, di talché – una volta trasferita alla Regioni la relativa competenza – lo stesso è stato disciplinato in modo difforme sul territorio nazionale.

In concreto, il titolo in questione risultava quindi rilasciato, a seconda dei casi, sulla base di corsi dalla durata indifferentemente triennale o biennale e con un monte ore di insegnamento teorico-pratico conseguentemente variabile. Ai sensi dell’art. 7 del d. lgs. 7 dicembre 1993 n. 517, modificativo dell’art. 6, co. 3, del d. lgs. n. 502 del 1992, il quale disciplina la formazione del personale della riabilitazione, il Ministro della Sanità avrebbe dovuto individuare le figure professionali da formare ed i relativi profili, con conseguente soppressione, entro due anni dal 1 gennaio 1994, dei corsi di studio relativi alle figure professionali così individuate e previste dal precedente ordinamento, che non fossero stati già riordinati ai sensi dell’art. 9 della l. 19 novembre 1990 n. 341.

Non essendo però intervenuto un atto di individuazione della figura del massofisioterapista, come una di quelle da riordinare, né essendo intervenuti atti di riordinamento del relativo corso di formazione o di esplicita soppressione, quella professione (e relativa abilitazione) è in sostanza rimasta configurata nei termini del vecchio ordinamento, con conseguente conservazione dei relativi corsi di formazione.

La permanente validità dei corsi di formazione regionale, per il mancato riordino della figura professionale, non autorizza, tuttavia, le conclusioni alle quali pervengono gli appellanti e non implica che al massofisioterapista possa essere riconosciuta, come essi affermano, l’equivalenza del titolo al di fuori dello stretto ambito prescritto per il periodo transitorio (non oltre due anni dal 1° gennaio 1994). In particolare, sulla base di una interpretazione sistematica, deve dirsi che l’equipollenza può operare in via automatica solo se il relativo diploma sia stato conseguito all’esito di un corso già regolamentato a livello nazionale e cioè solo in presenza di moduli formativi la cui uniformità ed equivalenza fosse già stata riconosciuta nel regime pregresso.

Né tale conclusione collide con i principi di giustizia, di libero esercizio delle professioni e di eguaglianza invocati nel motivo terzo ter, che qui si esamina per motivi logico-sistematici.

Con la sentenza n. 3325/2013 si è avuto modo di precisare, infatti, che l’ordinamento prevede una categoria, quella degli “operatori di interesse sanitario”, nell’ambito della quale possono trovare posto attività di interesse sanitario sprovviste delle caratteristiche della professione sanitaria in senso proprio, che si connotano per la mancanza di autonomia professionale ed alle quali corrisponde una formazione di livello inferiore.

Poiché le attività sanitarie (in senso lato) non mediche sono tutte comprese nell’art. 1 della l. n. 43 del 2006 (che reca “Disposizioni in materia di professioni sanitarie infermieristiche, ostetrica, riabilitative, tecnico-sanitarie e della prevenzione e delega al Governo per l’istituzione dei relativi ordini professionali”, prevedendo – accanto alle professioni sanitarie infermieristiche, riabilitative, tecnico-sanitarie e della prevenzione (co. 1) -, anche (co. 2), “i profili di operatori di interesse sanitario non riconducibili alle professioni sanitarie come definite nel comma 1”), quindi, occorre concludere che quella del massofisioterapista – non espressamente soppressa come attività o figura professionale e che si connota per la mancanza di autonomia professionale e per una formazione di livello inferiore – sopravvive e trova collocazione nell’ambito della predetta categoria di “operatori”.

Si deve desumere dall’eterogeneo quadro normativo, stratificatosi nel tempo, che la figura del massofisioterapista, il quale abbia conseguito solo un titolo di formazione regionale, ben può rientrare nel novero degli operatori di interesse sanitario, con funzioni ausiliarie.

CdS 14 dicembre 2017

Linee guida per la valutazione e il trattamento di lombalgia e sciatalgia

La lombalgia è la principale causa di disabilità a lungo termine nel mondo (1); la sua incidenza nel corso della vita è del 58-84% (2) e l’11% degli uomini ed il 16% delle donne sono affetti da lombalgia cronica (3). Il 7% dei consulti dei medici di medicina generale (MMG) è riferibile alla lombalgia, che ogni anno determina la perdita di 4,1 milioni di giornate lavorative (2). Oltre il 30% dei pazienti con sciatalgia presentano sintomi clinicamente significativi ad un anno dall’insorgenza (4).

Questa linea guida (LG) del National Institute for Health and Care Excellence (NICE) aggiorna la precedente espandendone l’ambito e sintetizza le raccomandazioni per la valutazione e il trattamento di lombalgia e sciatalgia negli adulti (5). La LG mira a superare la variabilità dei percorsi assistenziali per la lombalgia e la gestione del dolore (6), oltre che la loro limitata implementazione dovuta alla convinzione dei medici che le precedenti raccomandazioni fossero troppo restrittive (7).

Le raccomandazioni del NICE sono basate su una revisione sistematica delle migliori evidenze disponibili e sull’esplicita considerazione della costo-efficacia degli interventi sanitari. Quando le evidenze sono limitate, le raccomandazioni si basano sull’esperienza del gruppo che ha prodotto la linea guida — Guidelines Development Group (GDG) — e sulle norme di buona pratica clinica. I livelli di evidenza delle raccomandazioni cliniche sono indicati in corsivo tra parentesi quadre.

1. Valutazione di lombalgia e sciatalgia
Porre diagnosi di lombalgia e sciatalgia in presenza di sintomi e segni clinici e utilizzare i test di imaging solo in setting specialistici quando il loro risultato può influenzare il trattamento. Considerare la possibilità di una patologia grave e la stratificazione del rischio per informare la discussione sulle opzioni terapeutiche.

    • Considerare diagnosi alternative in sede di valutazione o rivalutazione dei pazienti con lombalgia, soprattutto in caso di modifica della sintomatologia o di insorgenza di nuovi sintomi. Escludere cause specifiche di lombalgia (es. neoplasie, infezioni, traumi, malattie infiammatorie quali spondiloartriti).[Raccomandazione basata sull’esperienza e l’opinione del GDG]
    • Al fine di informare il processo decisionale condiviso, considerare la stratificazione del rischio con strumenti validati — es. STarT Back (box 1) — in occasione del primo consulto di ogni nuovo episodio di lombalgia con o senza sciatalgia. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da bassa a molto bassa da trial randomizzati controllati e sull’esperienza e l’opinione del GDG]
    • In relazione alla stratificazione del rischio, considerare:
      • supporto semplice e meno intensivo per i pazienti con lombalgia ± sciatalgia che potrebbero migliorare rapidamente ed avere un esito favorevole (es. rassicurare, consigliare di mantenersi in attività, fornire indicazioni per il self management);
      • supporto complesso e intensivo per i pazienti con lombalgia ± sciatalgia con un rischio più elevato di esito sfavorevole (es. programmi di esercizio ± terapia manuale o approccio psicologico).

[Raccomandazione basata sull’esperienza e l’opinione del GDG

  • Non prescrivere di routine esami strumentali in setting non specialistici per i pazienti con lombalgia ± sciatalgia. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da bassa a molto bassa da trial randomizzati controllati e studi di coorte e sull’esperienza e l’opinione del GDG]
  • Spiegare ai pazienti con lombalgia ± sciatalgia che, in caso di consulto specialistico, le indagini strumentali potrebbero non essere necessarie. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da bassa a molto bassa da trial randomizzati controllati e studi di coorte e sull’esperienza e l’opinione del GDG]
Box 1: STarT Screening Tool (creato dalla Keele University)

Per gli items 1-8, assegnare 1 punto in caso di accordo, 0 in caso di disaccordo:

    1. Il dolore alla schiena si è diffuso alla/e gamba/e nelle ultime 2 settimane
    2. Ho avuto dolore alla spalla o al collo nelle ultime 2 settimane
    3. Riesco a camminare solo per brevi tratti a causa del mal di schiena
    4. Nelle ultime 2 settimane a causa del mal di schiena mi sono vestito più lentamente
    5. Non ritengo del tutto sicuro per una persona affetta da una condizione come la mia effettuare attività fisica
    6. La mia mente è stata attraversata più volte da pensieri preoccupanti
    7. Sento che il mio mal di schiena è terribile e che non migliorerà mai
    8. In generale non riesco ad apprezzare tutte le cose che solitamente apprezzo
    9. Nel complesso, quanto è stata fastidiosa la tua lombalgia nelle ultime 2 settimane?

Per nulla (0), leggermente (0), moderatamente (0), molto (1), in maniera estrema (1)

Score STarT Back: 0-3 basso rischio; > 3 medio rischio; ≥ 4 agli item da 5 a 9 alto rischio

2. Trattamenti non invasivi per lombalgia e sciatalgia
2.1. Programmi di esercizio fisico
Ai pazienti con prognosi favorevole può essere offerto un supporto semplice e meno intensivo, come il consiglio di rimanere attivi e raccomandazioni per il self management. I programmi di esercizio fisico costituiscono la base dei trattamenti raccomandati dal GDG, per la loro efficacia e per la possibilità di essere protratti oltre l’episodio di lombalgia in quanto offrono benefici a lungo termine, a differenza di quelli passivi come la terapia manuale. Trattamenti più intensivi potrebbero includere un approccio cognitivo-comportamentale, la terapia manuale, e componenti educazionali per integrare l’esercizio fisico.

  • Fornire ai pazienti consigli e informazioni adeguati alle loro esigenze e capacità, per migliorare il self-management di lombalgia ± sciatalgia, in tutte le fasi del percorso di trattamento, includendo:
    • informazioni sulle cause di lombalgia e sciatalgia;
    • incoraggiamento a continuare le normali attività.

    [Raccomandazione basata sull’esperienza e l’opinione del GDG]

  • Considerare un programma di esercizi di gruppo (biomeccanici, aerobici, mente-corpo, o una loro combinazione) per i pazienti con specifico episodio o riacutizzazione di lombalgia ± sciatalgia. Scegliere il tipo di esercizio considerando le specifiche esigenze del paziente, le sue preferenze e capacità. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da moderata a molto bassa da trial randomizzati controllati e sull’esperienza e l’opinione del GDG]
  • Considerare la terapia manuale (manipolazioni, mobilizzazioni o tecniche sui tessuti molli come il massaggio) o la psicoterapia con approccio cognitivo-comportamentale, o entrambe, per gestire la lombalgia ± sciatalgia, ma solo in associazione agli esercizi. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da alta a molto bassa da trial randomizzati controllati e sull’esperienza e l’opinione del GDG]
  • Considerare un programma di trattamento fisico e di psicoterapia che includa un approccio cognitivo-comportamentale (preferibilmente in un contesto di gruppo che tenga in considerazione le esigenze e le capacità del singolo) per i pazienti con lombalgia ± sciatalgia persistente:
    • in caso di rilevanti ostacoli psicosociali al recupero (es. pazienti che evitano le normali attività per false convinzioni sulla loro condizione);
    • in caso di fallimento dei trattamenti precedenti.

    [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da moderata a molto bassa da trial randomizzati controllati e sull’esperienza e l’opinione del GDG]

  • Non prescrivere l’agopuntura per il trattamento della lombalgia ± sciatalgia. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da alta a molto bassa da trial randomizzati controllati]

2.2. Farmaci
Rivalutare periodicamente l’analgesia, mantenendo solo i farmaci efficaci, minimizzando gli effetti collaterali — es. tossicità gastrointestinale, cardiaca e renale nel caso di farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS), confusione o dipendenza per gli oppiacei.

  • Considerare i FANS per via orale per il trattamento della lombalgia, tenendo conto delle potenziali differenze nella tossicità gastrointestinale, epatica, cardiaca e renale e i fattori di rischio individuali inclusa l’età. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da moderata a molto bassa da trial randomizzati controllati e sull’esperienza e l’opinione del GDG]
  • Considerare oppiacei deboli (con o senza paracetamolo) per il trattamento della lombalgia acuta solo se i FANS sono controindicati, non tollerati o sono risultati inefficaci. [Raccomandazione basata sull’esperienza e l’opinione del GDG]
  • Non prescrivere oppiacei per il trattamento della lombalgia cronica. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da moderata a molto bassa da trial randomizzati controllati]
  • Non prescrivere paracetamolo in monoterapia per trattare la lombalgia. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da bassa a molto bassa da trial randomizzati controllati]

3. Ulteriori trattamenti per la sciatalgia
Il percorso assistenziale per la sciatalgia prevede ulteriori opzioni terapeutiche rispetto ai trattamenti non invasivi di cui sopra. Tempi e sequenza delle seguenti opzioni dipendono dalle variabili cliniche.

  • Considerare:
    • trattamento farmacologico della sciatalgia, come sintetizzato nella LG NICE sul dolore neuropatico negli adulti (8);
    • infiltrazioni epidurali di anestetico locale e steroidi nei pazienti con sciatalgia acuta e severa.

    [Raccomandazioni basate su evidenze di qualità da alta a molto bassa da trial randomizzati controllati e sull’esperienza e l’opinione del GDG]

  • Decompressione spinale per i pazienti con sciatalgia quando gli interventi conservativi non hanno migliorato il dolore o la funzione e i risultati dei test di imaging sono compatibili con i sintomi della sciatalgia. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da bassa a molto bassa da trial randomizzati controllati e studi di coorte e sull’esperienza e l’opinione del GDG]
  • Non lasciarsi influenzare dall’indice di massa corporea del paziente, dalla sua assuefazione al fumo o dallo stress psicologico per decidere se richiedere un consulto chirurgico per la sciatalgia. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da bassa a molto bassa da studi di coorte e sull’esperienza e l’opinione del GDG]

4. Ulteriori trattamenti per la lombalgia
La denervazione con radiofrequenza è efficace per i pazienti con lombalgia severa localizzata derivante da strutture innervate dai nervi del ramo mediale, quando altre terapie conservative non sono risultate efficaci.

  • Considerare il consulto specialistico per l’utilizzo della denervazione con radiofrequenza nei pazienti con lombalgia cronica. [Raccomandazione basata su evidenze di qualità da moderata a molto bassa da trial randomizzati controllati, su un’analisi costo efficacia e sull’esperienza e l’opinione del GDG]

5. Lombalgia persistente
Ad un anno dall’episodio di lombalgia circa il 20% dei pazienti sono ancora sintomatici (2) e il 3% si assenta dal lavoro (9). La LG raccomanda di ponderare adeguatamente rischi e benefici e di continuare approfondimenti diagnostici e trattamenti in caso di benefici limitati. In questi casi, i pazienti dovrebbero essere gestiti nell’ambito delle cure primarie, facendo ricorso alla terapia del dolore se necessario.

6. Raccomandazioni per la ricerca futura
Il GDG ha identificato le seguenti priorità di ricerca:

  • Nei pazienti con lombalgia aspecifica in fase acuta qual è l’efficacia e la costo-efficacia delle benzodiazepine?
  • Nei pazienti con lombalgia aspecifica in fase acuta qual è l’efficacia e la costo-efficacia della codeina con o senza paracetamolo?
  • Nei pazienti con lombalgia aspecifica cronica qual è l’efficacia a lungo termine e la costo-efficacia della denervazione con radiofrequenza?
  • Nei pazienti con sciatalgia acuta qual è l’efficacia e la costo-efficacia delle infiltrazioni epidurali guidate con tecniche di imaging vs quelle non guidate?
  • Nei pazienti con lombalgia aspecifica quali sono il ruolo, i tempi e la costo-efficacia della fusione spinale? Antonino Cartabellotta, Stefano Salvioli
    Evidence 2017;9(4): e1000165 doi: 10.4470/E1000165
    Copyright: © 2017 Cartabellotta et al. Questo è un articolo open-access, distribuito con licenza Creative Commons Attribution, che ne consente l’utilizzo, la distribuzione e la riproduzione su qualsiasi supporto esclusivamente per fini non commerciali, a condizione di riportare sempre autore e citazione originale.
  • Fondazione GIMBE

Ddl Lorenzin è legge. Via libera definitivo dal Senato. Collegi e Albi diventano Ordini. Nuove linee guida per le sperimentazioni cliniche. Arriva la medicina di genere. Il testo e la sintesi

Il provvedimento passa con 148 voti favorevoli, 19 contrari e 5 astenuti. Dopo 10 anni arriva la riforma degli Ordini professionali sanitari. Il provvedimento interviene anche in materia di sperimentazione clinica introducendo uno specifico riferimento alla medicina di genere e all’età pediatrica. Vengono individuati i comitati etici territoriali (fino ad un massimo di 40), a cui sono stati affiancati comitati etici a valenza nazionale (nel numero massimo di 3), di cui uno dedicato alla sperimentazione in ambito pediatrico. Stretta sull’abusivismo professionale. IL TESTO

22 DIC – Il Disegno di legge Lorenzin sulla riforma degli Ordini professionali e le sperimentazioni cliniche è legge. Dopo un iter parlamentare durato quasi tutta la legislatura è arrivato questa mattina il via libera definitivo dall’Aula di Palazzo Madama, con 148 voti favorevoli, 19 contrari e 5 astenuti. La legge, oltre a occuparsi della riforma degli Ordini professionali sanitari, si occupa anche di sperimentazioni cliniche, medicina di genere, abusivismo professionale e dirigenza del ministero della Salute.
Ecco una sintesi delle norme articolo per articolo:

Il Capo I (artt. da 1 a 3) è dedicato alla “Sperimentazione clinica dei medicinali “.

L’articolo 1 reca una delega al Governo per la revisione della disciplina in materia di sperimentazione clinica dei medicinali per uso umano. Il Governo è delegato ad adottareentro dodici mesi dalla data di entrata in vigore del provvedimento in esameuno o più decreti legislativi per il riassetto e la riforma delle disposizioni vigenti in materia di sperimentazione clinica dei medicinali per uso umano, introducendo uno specifico riferimento alla medicina di genere e all’età pediatrica.

Tra i principi ed i criteri direttivi previsti per l’esercizio della delega, che, nel prevedere il riordino ed il coordinamento delle disposizioni vigenti, fanno esplicitamente salvi (comma 2,  lettera a) il rispetto delle norme dell’Unione europea – tra cui la futura disciplina in materia, posta dal regolamento (UE) n. 536/2014 , delle convenzioni internazionali, nonché, il rispetto degli standard internazionali per l’etica nella ricerca medica sugli esseri umani, in conformità a quanto previsto dalla Dichiarazione di Helsinki dell’Associazione medica mondiale del 1964, e sue successive revisioni, vanno ricordati:

– l’individuazione dei requisiti dei centri autorizzati alla conduzione delle sperimentazioni cliniche dalla fase I alla fase IV, con particolare attenzione, nella fase IV, al coinvolgimento delle associazioni dei rappresentanti dei pazienti nella definizione dei protocolli di ricercasoprattutto per le malattie rare;

–  l’individuazione delle modalità per il sostegno all’attivazione e all’ottimizzazione di centri clinici dedicati agli studi clinici di fase I, sia su pazienti che su volontari sani, da condurre con un approccio metodologico di medicina di genere, prevedendo anche la definizione, attraverso un decreto del Ministro della salute, dei requisiti minimi per i medesimi centri anche al fine di una loro più omogenea presenza sul territorio nazionale, in conformità al regolamento (UE) n. 536/2014;

– la semplificazione degli adempimenti meramente formali in materia di: modalità di presentazione della domanda per il parere del comitato etico e di conduzione e di valutazione degli studi clinici;

– lsemplificazione delle procedure per l’utilizzo a scopi di ricerca clinica di materiale biologico o clinico residuo da precedenti attività diagnostiche o terapeutiche o a qualunque altro titolo detenuto, avendo ottenuto previamente il consenso informato del paziente sull’uso del materiale biologico che lo riguarda direttamente;

– la definizione delle procedure di valutazione e di autorizzazione di una sperimentazione clinicagarantendo il coinvolgimento delle associazioni di pazientisoprattutto nel caso delle malattie rare;

– l’applicazione dei sistemi informativi di supporto alle sperimentazioni cliniche;

– l’individuazione – nell’àmbito degli ordinamenti didattici – di specifici percorsi formativi in materia di metodologia della ricerca clinica, conduzione e gestione degli studi clinici e sperimentazione dei farmaci;

– la riformulazione dell’apparato sanzionatorio:

– la revisione della normativa relativa agli studi clinici senza scopo di lucro e agli studi osservazionali, al fine di migliorare la pratica clinica e di acquisire informazioni rilevanti a seguito dell’immissione in commercio dei medicinali.

L‘articolo 2 (Centro di coordinamento nazionale dei comitati etici territoriali) è stato inserito nel corso dell’esame in sede referente, con la finalità di individuare con certezza i comitati etici territoriali (fino ad un massimo di 40), a cui sono stati affiancati comitati etici a valenza nazionale (nel numero massimo di tre), di cui uno dedicato alla sperimentazione in ambito pediatrico.  L’attività dei comitati etici territoriali (di valutazione degli aspetti etici relativi alle sperimentazioni cliniche sui medicinali per uso umano) sarà coordinata, monitorata ed indirizzata dal Centro di coordinamento nazionale dei comitati etici territoriali per le sperimentazioni cliniche sui medicinali per uso umano e sui dispositivi medici (di seguito denominato “Centro di coordinamento”) istituito presso l’Aifa.

L’articolo 3, (Applicazione e diffusione della medicina di genere all’interno del Sistema Sanitario Nazionale) dispone  la predisposizione di un  piano volto alla diffusione della medicina attenta alle differenze per sesso e genere (“medicina di genere”). Il Piano, emanato, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore del provvedimento in esame, con decreto del il Ministro della salute, sentita la Conferenza Stato-regioni, e avvalendosi del Centro nazionale di riferimento della medicina di genere dell’Iss, intende garantire la qualità e l’appropriatezza delle prestazioni erogate dal Ssn in modo omogeneo sul territorio nazionale, mediante divulgazione, formazione e indicazione di pratiche sanitarie inerenti alla ricerca, alla prevenzione, alla diagnosi e alla cura basate sulle differenze derivanti dal sesso e dal genere.

L’articolo 4 opera una revisione della disciplina delle professioni sanitarie, in parte novellando il decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato n. 233 del 13 settembre 1946, ai Capi I, II e III, concernenti gli ordini delle professioni sanitarie, gli albi nazionali e le federazioni nazionali ,e in parte introducendo nuove disposizioni relative agli ordini e alle federazioni.

Come prima innovazione rispetto alal normativa vigente istituitva degli Ordini il ddl prevede una nuova definizione degli Ordini che vengo definiti come “enti pubblici non economici”, che “agiscono quali organi sussidiari (superando così la tradizionale definizione di “enti ausiliari” utilizzata di norma finora ndr.) dello Stato al fine di tutelare gli interessi pubblici, garantiti dall’ordinamento, connessi all’esercizio professionale”.

E questa è solo una delle definizioni specifiche sulla natura giuridica degli Ordini sanitari che ora vengono messe nero su bianco entrando nel merito della loro natura economica e patrimoniale, del loro ruolo e delle loro funzioni.

In particolare, la nuova disciplina prevede, come prima accennato, un ammodernamento degli ordini delle professioni sanitarie, adeguando la normativa di riferimento agli ordini vigilati dal Ministero della salute con riferimento al loro funzionamento interno e mutando la denominazione di collegio in ordine. Infatti con la novella di cui al comma 1, innanzitutto, si richiamano gli ordini esistenti dei medici-chirurghi, dei veterinari e dei farmacisti aggiungendo poi, rispetto alla normativa vigente, gli ordini dei biologi e delle professioni infermieristiche, della professione di ostetrica e dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (v. comma 9, articolo 3).

A questi ordini – insieme ai quali è altresì richiamato il nuovo ordine dei fisici e dei chimici  – si applicano, in base al rinvio effettuato dal comma 12, le disposizioni del sopra citato D.Lgs.CPS 233/1946. Al riguardo si sottolinea che la disciplina dell’ordine dei biologi è inserita dall’articolo 9 nell’ambito delle professioni sanitarie, cui si aggiunge, a norma del medesimo articolo, la professione di psicologo per la quale, tuttavia, rimane ferma l’attuale normativa in materia di organizzazione, con alcune modifiche (v. articolo 9).

Gli ordini sopra richiamati al comma 1 del capoverso articolo 1 novellato, sono costituiti a livello territoriale: durante l’esame al Senato si è sostituito il termine di provincia con circoscrizioni geografiche corrispondenti alle province esistenti alla data del 31 dicembre 2012.

Rispetto alla normativa vigente, si mantiene la possibilità, in caso di esiguità del numero dei professionisti residenti nella circoscrizione territoriale – in relazione al numero degli iscritti a livello nazionale -, ovvero qualora sussistano altre ragioni di carattere storico, topografico, sociale e demografico, che un ordine abbia per competenza territoriale due o più circoscrizioni geografiche confinanti, ovvero una o più regioni ad opera del Ministero della salute (superando in tal modo il riferimento, ormai datato, all’Alto Commissario per l’igiene e la sanità pubblica), sentite le rispettive Federazioni nazionali e d’intesa con gli Ordini interessati.

Viene anche disposto che per l’esercizio di funzioni di particolare rilevanza, il Ministero della salute, d’intesa con le rispettive Federazioni nazionali e d’intesa con gli ordini interessati, può disporre il ricorso a forma di avvalimento o associazione tra i medesimi.

Infine, viene previsto che nel caso in cui il numero degli iscritti a un albo sia superiore a 50mila unità, il rappresentante legale dell’albo può richiedere al Ministero della salute l’istituzione di un nuovo Ordine che assuma la denominazione corrispondente alla professione sanitaria svolta; la costituzione del nuovo Ordine avviene secondo modalità e termini stabiliti con decreto del Ministro della salute, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

L’articolo 5, istituisce l‘area delle professioni sociosanitarie ed individua il percorso procedurale necessario per l’individuazione di nuovi profili professionali.  Nell’area professionale vengono poi ricompresi i preesistenti profili professionali di operatore sociosanitario e le professioni di assistente sociale, di sociologo e di educatore professionale.

L’articolo 6 (Modifica alla legge 1° febbraio 2006, n. 43 – Individuazione e istituzione di nuove professioni sanitarie) inserito nel corso dell’esame in sede referente, disciplina la procedura relativa all’individuazione e all’istituzione di nuove professioni sanitarie. L’intervento legislativo è attuato sostituendo l’articolo 5 della legge 43/2006 Disposizioni in materia di professioni sanitarie infermieristiche, ostetrica, riabilitative, tecnico-sanitarie e della prevenzione e delega al Governo per l’istituzione dei relativi ordini professionali, la cui rubrica viene modificata in  “Individuazione e istituzione di nuove professioni in ambito sanitario” (precedentemente ci si riferiva soltanto a “Individuazione”)

Come precedentemente previsto, l’individuazione di nuove professioni sanitarie, che non trovano rispondenza in professioni già riconosciute e il cui esercizio deve essere riconosciuto su tutto il territorio nazionale, avviene in sede di recepimento di direttive comunitarie ovvero per iniziativa dello Stato o delle regioni, in considerazione dei fabbisogni connessi agli obiettivi di salute previsti nel Piano sanitario nazionale o nei Piani sanitari regionali. Innovando rispetto a quanto attualmente previsto, l’individuazione potrà avvenire anche su iniziativa delle associazioni professionali rappresentative di coloro che intendono ottenere tale riconoscimento che, a tal fine, dovranno inviare istanza motivata al Ministero della salute, il quale, entro i successivi sei mesi, dovrà pronunciarsi. In caso di valutazione  positiva, il Ministero dovrà attivare la procedura finalizzata all’istituzione della nuova professione sanitaria.

L’istituzione di nuove professioni sanitarie è effettuata, nel rispetto dei princìpi fondamentali stabiliti dalla legge 43/2006 e previo parere tecnico-scientifico del Consiglio superiore di sanità, mediante uno o più accordi, sanciti in sede di Conferenza Stato-regioni  ai sensi dell’art. 4 del D Lgs. 281/1997, e recepiti con decreti del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri.

Gli accordi istitutivi di nuove professioni sanitarie dovranno individuare:
– il titolo professionale;
– l’ambito di attività di ciascuna professione;
– i criteri di valutazione dell’esperienza professionale;
– i criteri per il riconoscimento dei titoli equipollenti.

L’ordinamento didattico della formazione universitaria delle nuove professioni sanitarie così individuate è definito con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro della salute, acquisito il parere del Consiglio universitario nazionale e del Consiglio superiore di sanità.

La definizione delle funzioni caratterizzanti le nuove professioni avviene evitando parcellizzazioni e sovrapposizioni con le professioni già riconosciute o con le specializzazioni delle stesse (comma 4).

L’articolo 7, completamento modificato in sede referente, individua, nell’ambito delle professioni sanitarie, le professioni dell’osteopata e del chiropratico, per l’istituzione delle quali si applica la procedura di cui all’art. 5, comma 2, della legge 43/2006, come modificato dal provvedimento in esame.

Conseguentemente, con accordo stipulato in sede di Conferenza Stato-regioni, da adottare entro tre mesi dall’entrata in vigore del provvedimento in esame, sono stabiliti: l’ambito di attività e le funzioni caratterizzanti le professioni dell’osteopata e del chiropratico, i criteri di valutazione dell’esperienza professionale nonché i criteri per il riconoscimento dei titoli equipollenti. Un successivo decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro della salute, da adottare entro sei mesi dall’entrata in vigore del provvedimento in esame, acquisito il parere del Consiglio universitario nazionale e del Consiglio superiore di sanità, dovrà definire l’ordinamento didattico della formazione universitaria in osteopatia e in chiropratica nonché gli eventuali percorsi formativi integrativi.

L’articolo 8 trasforma il Consiglio Nazionale dei Chimici (Cnc) nella Federazione Nazionale degli Ordini dei Chimici e dei Fisici. Poiché agli ordini si applicano le disposizioni relative alle professioni sanitarie, la Federazione è posta sotto l’alta vigilanza del Ministero della salute.

L’articolo 9 inserisce le professioni di biologo e di psicologo nell’ambito delle professioni sanitarie. Riguardo alle norme organizzative, all’ordine dei biologi si estende la disciplina di cui al decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 13 settembre 1946, n. 233, come novellato dal provvedimento in esame. Per l’ordine degli psicologi resta ferma un’autonoma disciplina organizzativa, come modificata dalle novelle di cui al comma 5. L’articolo prevede, inoltre, il trasferimento di alcune competenze, relative ai due ordini summenzionati, dal Ministro (e Ministero) della giustizia al Ministro (e Ministero) della salute.

L’articolo 10 prevede l’istituzione, presso l’ordine degli ingegneri, dell’elenco nazionale certificato degli ingegneri biomedici e clinici,demandando ad un regolamento interministeriale la definizione dei requisiti per l’iscrizione, su base volontaria.

L’articolo 11apporta alcune modifiche alla legge n. 24/2017, recante Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie. Più in particolare la disposizione, interviene, in primo luogo, sul comma 5 dell’articolo 9, riguardante l’azione di responsabilità amministrativa della struttura sanitaria nei confronti dell’esercente la professione sanitaria, in caso di dolo o colpa grave di quest’ultimo, successivamente all’avvenuto risarcimento (sulla base di titolo giudiziale o stragiudiziale) ed entro un anno dall’avvenuto pagamento.

L’articolo in esame prevede quindi, in primo luogo, che l‘importo della condanna per responsabilità amministrativa non possa superare una somma pari al triplo del valore maggiore della retribuzione lorda o del corrispettivo convenzionale conseguito nell’anno di inizio della condotta causa dell’evento o nell’anno immediatamente precedente o successivo.

Inoltre, intervenendo sul comma 6 del citato articolo 9, relativo all’azione di rivalsa, prevede che la misura della rivalsa e quella della surrogazione richiesta dall’impresa di assicurazione, non possono superare una somma pari al triplo del valore maggiore del reddito professionale, ivi compresa la retribuzione lorda, conseguita nell’anno di inizio della condotta causa dell’evento o nell’anno, immediatamente precedente o successivo. 

Vengono aggiunti due nuovi commi (7-bise 7-ter) all’articolo 14 dell legge citata, relativo al Fondo di garanzia per i danni derivanti da responsabilità sanitaria.

Il nuovo comma 7-bis dell’articolo 14 della legge n. 24/2017 prevede che il citato Fondo assolva anche alla funzione di agevolare l’accesso allla copertura assicurativa da parte degli esercenti le professioni sanitarie che svolgonolla propria attività in regime libero-professionale.

Il nuovo comma 7-ter abroga i commi 2 e 4 dell’articolo 3 del decreto-legge n. 158/2012  (Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute), convertito, con modificazioni, dalla legge n. 189/2012, che prevedevano e disciplinavano l’emanazione di un D.P.R. finalizzato ad agevolare l’accesso alla copertura assicurativa agli esercenti le professioni sanitarie, che disciplinasse procedure e i requisiti minimi e uniformi per l’idoneità dei relativi contratti. disposizioni ormai superate dalla nuova disciplina di cui alla legge n. 24/2017.

In Aula sono stati infine aggiunti altri due commi, il 0a) ed il b-bis, con i quali vengono rispettivamente cancellato il richiamo al Comitato tecnico scientifico per il Sistema nazionale linee guida (Snlg), previsto da una norma del decreto Sirchia del 2004, ma mai istituito; e viene estenso da 10 a 40 giorni il limite temporale entro cui le strutture sanitarie e le compagnie di assicurazione devono comunicare all’esercente la professione sanitaria l’instaurazione del giudizio promosso nei loro confronti dal danneggiato.

L’articolo 12, incide sullla disciplina del reato di esercizio abusivo di una professione nonché sulle circostanze aggravanti di altre fattispecie di reato commesse nell’esercizio abusivo di una professione o di un’arte sanitaria

Il comma 1 sostituisce l’articolo 348 del codice penale, riguardante l’esercizio abusivo di una professione.

Vengono aumentate le sanzioni attualmente previste. Più in particolare viene comminata la reclusione da sei mesi a tre anni e la multa da 10.000 a 50.000 euro.

Vengono inoltre inserite due nuove previsioni. Con la prima si dispone che la condanna comporti la pubblicazione della sentenza e la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato nonché la trasmissione, nel caso in cui il soggetto che ha commesso il reato eserciti regolarmente una professione o un’attività, al competente Ordine, Albo o Registro per l’interdizione da 1 a 3 anni dalla professione o attività regolarmente esercitata.

Con la seconda previsione si dispone un aumento di pena (reclusione da uno a cinque anni e multa da 15.000 a 75.000 euro) nei confronti del professionista che ha determinato altri a commettere il reato ovvero ha diretto l’attività delle persone che sono concorse nel reato medesimo.

Il comma 2 inserisce un nuovo comma dopo il comma terzo dell’articolo 589 codice penale (Omicidio colposo).

Il nuovo comma inserito prevede che la pena, se il fatto è commesso nell’esercizio abusivo di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato o di un’arte sanitaria, è la reclusione da tre a dieci anni.

Il comma 3 inserisce un nuovo comma dopo il terzo comma dell’articolo 590 del codice penale (Lesioni personale colpose). Viene previsto che se i fatti di cui al secondo comma – Lesioni personali gravi o gravissime – sono commessi nell’esercizio abusivo di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato o di un’arte sanitaria la pena per lesioni gravi è della reclusione da sei mesi a due anni e la pena per lesioni gravissime è della reclusione da un anno e sei mesi a quattro anni.

Il comma 4 sostituisce il terzo comma dell’articolo 123 del testo unico delle leggi sanitarie di cui al Regio Decreto 27 luglio 1934, n. 1265.

Il nuovo terzo comma del citato articolo 123 prevede che la detenzione di medicinali scaduti, guasti o imperfetti in farmacia è punita con la sanzione amministrativa da 1.500 euro a 3.000 euro, se risulta che per la modesta quantità di farmaci, le modalità di conservazione e l’ammontare compessivo delle riserve si può concretamente escludere la loro destinazione al commercio.

Il comma  sostiuisce il primo comma dell’articolo 141 del citato testo unico delle leggi sanitarie, prevedendo che chiunque, non trovandosi in possesso della licenza necessaria per l’esercizio di  un’arte ausiliaria delle professioni sanitarie o dell’attestato di abilitazione richiesto dalla normativa vigente, esercita un’arte ausiliaria delle professioni sanitarie è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 2.500 a 7.500 euro.

Il comma 6 modifica il comma 2 dell’articolo 8 della legge n. 39/1989 (Modifiche ed integrazioni alla legge 21 marzo 1958, n. 253, concernente la disciplina della professione di mediatore). 

Il citato articolo 8 prevede che chiunque esercita l’attività di mediazione senza essere iscritto nel ruolo è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma compresa fra euro 7.500 e euro 15.000 ed è tenuto alla restituzione alle parti contraenti delle provvigioni percepite. Per l’accertamento dell’infrazione, per la contestazione della medesima e per la riscossione delle somme dovute si applicano le disposizioni di cui alla legge 24 novembre 1981, n. 689.

A coloro che siano incorsi per tre volte nella sanzione di cui al comma 1, anche se vi sia stato pagamento con effetto liberatorio, si applicano le pene previste dall’art. 348 del codice penale, nonché l’art. 2231 del codice civile.

La condanna importa la pubblicazione della sentenza nelle forme di legge.

La modifica prevista è quella di prevedere l’applicazione delle pene di cui all’articolo 348 del codice penale (Esercizio abusivo di una professione) o dell’articolo 2231 codice civile (Mancanza d’iscrizione) a coloro che siano già incorsi (invece che incorsi per tre volte) nella sanzione di cui al comma 1.

Infine il comma 7 inserisce l’art. 86-ter nelle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale. La nuova disposizione, mutuata sul precedente art. 86-bis, che destina alle amministrazioni pubbliche i beni utilizzati per commettere delitti informatici, prevede il trasferimento al patrimonio del comune ove sono siti dei beni immobili confiscati perché utilizzati per commettere il delitto di esercizio abusivo di una professione sanitaria. Il comune dovrà destinare i beni immobili a finalità sociali e assistenziali.

L’articolo 13, estende al farmacista le pene previste per il reato di commercio di sostanze dopanti dall’art. 9 della legge n. 376 del 2000 (Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping).

La disposizione aggiunge un comma 7-bis, all’articolo 9, e prevede l’applicabilità della pena della reclusione da 2 a 6 anni e della multa da 5.164 a 77.468 euro al farmacista che, senza prescrizione medica, dispensi farmaci e sostanze dopanti per finalità diverse da quelle proprie, o da quelle indicate nell’autorizzazione all’immissione in commercio.

L’articolo 14 qualifica come aggravante comune l‘avere, nei delitti non colposi, commesso il fatto in danno di persone ricoverate presso strutture sanitarie o presso strutture sociosanitarie residenziali o semiresidenziali, pubbliche e private, ovvero strutture socio-educative.

In particolare, il disegno di legge modifica l’art. 61 del codice penale, che contiene un elenco di circostanze che, se riconosciute dal giudice, possono determinare un aumento fino a un terzo della pena prevista per il reato. Inserendo il numero 11-sexies, si prevede che tutti i delitti non colposi possano essere aggravati quando il fatto è commesso in danno di persone ricoverate in ospedali o nelle strutture sopracitate.

L’articolo 15 detta disposizioni in materia di formazione medica specialistica e di formazione di medici extracomunitari.
Il comma 1 prevede la possibilità che ulteriori modalità attuative, anche negoziali, per l’inserimento dei medici in formazione specialistica all’interno delle strutture sanitarie che fanno parte della rete formativa di cui all’articolo 35 del D.Lgs. n. 368/1999 siano definite con accordo stipulato in sede di Conferenza Stato- regioni e province autonome, su proposta dei Ministri della salute e del MIUR, di concerto con il MEF, in conformità a quanto disposto dall’articolo 21, comma 2-terdel decreto-legge n. 104/2013 (Misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca),convertito, con modificazioni, dalla legge n. 128/2013. 

Il comma 2inserito nel corso dell’esame referenteinserisce un nuovo articolo 39-ter, recante disposizioni particolari per i medici extracomunitari, nel decreto legislativo n. 286/1998 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero).

Viene previsto che  i cittadini stranieri che siano in possesso della qualifica di medico acquisita in un Paese non appartenente all’Unione europea che intendano partecipare ad iniziative di formazione o di aggiornamento che comportano lo svolgimento di attività clinica presso aziende ospedaliere, aziende ospedaliere universitarie e istituti di ricovero e cura a carattere scientifico possono essere temporaneamente autorizzati, con decreto del Ministero della salute, allo svolgimento di attività di carattere sanitario nell’ambito di dette iniziative, in deroga alle norme sul riconoscimento dei titoli esteri. L’autorizzazione non può avere durata superiore a due anni. Con decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, con il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale e con il Ministro dell’interno, sono definiti gli specifici requisiti di professionalità dei medici, le modalità e i criteri per lo svolgimento di dette iniziative nonché i requisiti per il rilascio del visto di ingresso.

Il comma 3, infine, pone la clausola di salvaguardia finanziaria, prevedendo che all’attuazione dei commi precedenti si provveda nei limiti delle risorse e secondo le procedure previste a legislazione vigente e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

L’articolo 16 è stato ieri soppresso. Prevedeva la modifica dell’articolo 102 del Testo Unico delle Leggi Sanitarie del1934 permettendo l’attività all’interno delle farmacie di altri professionisti della salute, con l’esclusione di quelli abilitati alla prescrizione di farmaci e cioè medici e veterinari. La soppressione di questo articolo è stata vivacemente contestata dalla Fofi sottolineando perché in aperta contraddizione con quanto previsto dalla legge sulla farmacia dei servizi che prevede invece l’inserimento in farmacia di altri professionisti della salute come ad esempio infermieri e fisoterapisti.

E’ stato invece approvato l’inserimento dell’articolo 16 bis  (Disposizioni in materia di concorso straordinario per l’assegnazione delle sedi farmaceutiche) che fornisce una disposizione normativa di interpretazione autentica in grado di chiarire, senza più alcun dubbio, che anche nell’ambito del concorso straordinario per l’assegnazione di sedi farmaceutiche dovranno valere i criteri di attribuzione dei punteggi maggiorati per l’attività svolta nelle farmacie rurali.

L’articolo 17 modifica la disciplina vigente relativa al ruolo della dirigenza sanitaria del Ministero della salute: da un lato, istituisce un unico livello di detto ruolo e, dall’altro, estende ai dirigenti sanitari del Ministero gli istituti giuridici ed economici previsti per la dirigenza sanitaria del SSN. La finalità della norma è di ridurre il divario esistente tra i trattamenti economici dei dirigenti delle professionalità sanitarie dipendenti da enti ed aziende del SSN (che godono di una significativa indennità in ragione dell’esclusività del rapporto di lavoro), e quelli del Ministero della salute, e permettere a quest’ultimo il reclutamento di risorse con qualificata professionalità sanitaria. Ciò a motivo di un’attesa riduzione, nel prossimo futuro, dell’offerta di medici e veterinari impiegati nel SSN, anche per i prossimi collocamenti a riposo stimati in base all’attuale distribuzione per età di tali dirigenti, in rapporto al numero annuo medio di laureati medici e veterinari.

Più in dettaglio, la nuova disciplina, finalizzata ad assicurare un efficace assolvimento dei compiti primari di tutela della salute affidati al medesimo Ministero, prevede al comma 1, primo periodo, l’individuazione dei dirigenti dipendenti del Ministero della salute con professionalità sanitaria, vale a dire quelli di cui all’articolo 18, comma 8, del D.Lgs. n. 502/1992 (personale dirigente inquadrato nei profili professionali di medico chirurgo, medico veterinario, chimico, farmacista, biologo e psicologo), e per coloro che sono stati successivamente inquadrati nelle corrispondenti qualifiche, per i quali, a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge, opera la collocazione in un unico livello del ruolo della dirigenza sanitaria del Ministero della salute. E’ prevista la clausola di invarianza finanziaria e, pertanto, tale unificazione del livello di dirigenza deve avvenire senza oneri per la finanza pubblica.

Il Capo IV (Disposizioni finali) si compone del solo articolo 18 che contiene una norma di chiusura volta a salvaguardare le competenze legislative delle regioni a statuto ordinario e quelle delle regioni a statuto speciale e delle province autonome. Prevede infatti che le regioni a statuto ordinario devono adeguare il proprio ordinamento alle disposizioni di principio derivanti dalla presente legge secondo quanto previsto dall’art. 117, terzo comma, delle Costituzione (comma 1). Sono inoltre fatte salve le potestà legislative attribuite alle regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano dai rispettivi statuti speciali e dalle relative norme di attuazione (comma 2). Un grazie di cuore ai veri artefici di questo successo per l’intera categoria va ai colleghi Gianni Melotti e Mauro Gugliuccello che tanto si sono adoperati (non potete immaginare quanto) oltre che a tutti coloro i quali sono iscritti alla mailing list di fisiokinesiterapia  (6.000). Buon Natale ed un meraviglioso 2018.

Fulvio Vitiello
QS

Carabinieri NAS Milano, diete in palestra. Denunciati due personal trainer per esercizio abusivo della professione di dietologo

I Carabinieri del NAS di Milano, nell’ambito dei controlli nel settore del fitness e delle palestre, hanno scoperto che due personal trainer, titolari di una palestra del mantovano, erano soliti prescrivere ai propri numerosi clienti diete alimentari personalizzate dietro compenso economico, pur non avendo alcun titolo professionale ed abilitativo ed esponendo gli sportivi a potenziali rischi per la salute.

I Carabinieri del NAS ricordano che per intraprendere una dieta o un particolare regime alimentare occorre rivolgersi a figure professionali competenti –  dietologi, dietisti e biologi nutrizionisti – abilitate all’esercizio della professione sanitaria.

Ministero della Salute

Abusivismo professionale. Intervento dei Nas a Mantova, Padova e Roma

In provincia di Mantova scoperto uno studio odontoiatrico dove un odontotecnico eseguiva prestazioni e trattamenti ortodontici su ignari pazienti. A Padova nel mirino un ottico che svolgeva abusivamente la professione di oculista. Nella Capitale i Nas hanno accertato che all’interno di una casa di cura privata accreditata, dal 2013 al 2017, una parte dei trattamenti riabilitativi di fisioterapia in regime di convenzione era stata affidata al personale infermieristico non titolato, chiedendo anche un indebito rimborso al Ssr per circa 30 mila euro.

Non si fermano i controlli dei Carabinieri del Nas finalizzati al contrasto dell’abusivismo nelle professioni sanitarie.

In provincia di Mantova, i Carabinieri del Nas di Milano hanno denunciato all’Autorità Giudiziaria il titolare di uno studio odontoiatrico, “il quale con la complicità del direttore sanitario, eseguiva prestazioni e trattamenti ortodontici su ignari pazienti, pur essendo solo un odontotecnico privo dei prescritti titoli abilitativi (laurea in medicina e chirurgia o in odontoiatria)”, spiegano i Nas in una nota.

I Carabinieri del Nas di Padova nel corso di indagini di polizia giudiziaria, hanno invece scoperto che un ottico svolgeva abusivamente la professione di oculista senza aver mai conseguito il titolo di laurea abilitativo. Insieme al falso oculista i militari hanno denunciato all’Autorità giudiziaria anche il suo fornitore di apparecchiature sanitarie e diagnostiche “la cui cessione è consentita dalla legge esclusivamente agli iscritti agli albi professionali degli esercenti la professione sanitaria”.

I Carabinieri del Nas di Roma, nel corso di attività investigativa, hanno accertato che all’interno di una casa di cura privata accreditata della Capitale, dal 2013 al 2017, una parte dei trattamenti riabilitativi di fisioterapia in regime di convenzione, era stata affidata al personale infermieristico non titolato, richiedendo comunque un indebito rimborso al Servizio Sanitario Regionale per circa 30 mila euro. I militari hanno denunciato il direttore sanitario della struttura per truffa e proceduto al sequestro della cartelle cliniche per la successiva identificazione degli operatori socio-sanitari, autori del reato di esercizio abusivo della professione di infermiere.

QS

Il dry needling è “atto medico”. Ecco il parere del Consiglio superiore di Sanità che esclude i fisioterapisti dalla pratica per evitare rischi per la salute

Per il Css la pratica, che prevede l’utilizzo sui muscoli di un ago da agopuntura per combattere contratture e dolori muscolari, è per sua natura invasiva, necessita di competenze anatomiche e fisiopatologiche e sfocia “comunque in un atto medico, al quale il fisioterapista non è abilitato mancando di quella formazione specialistica, relativa all’utilizzo di strumenti invasivi da inserire in distretti muscolari connessi a vasi sanguigni e nervi”. IL PARERE.

”La pratica del dry needling, pur con le già riferite limitazioni scientifiche, sia ad esclusivo uso medico chirurgo abilitato all’esercizio della professione ed in possesso di specifica formazione post laurea conseguita con le stesse modalità previste dell’Accordo Stato Regioni del 7 febbraio 2013, in quanto consideralo alto medico”.

Sono queste le conclusioni a cui è giunto il Consiglio superiore di Sanità, nel suo parere sulla competenza del fisioterapista all’esecuzione della tecnica del “dry needling”, l’utilizzo sui muscoli di un ago da agopuntura, che aiuta a combattere contratture e dolori muscolari, particolarmente comuni tra runner e podisti.

Il parere al Css è stato chiesto dal ministero della Salute a inizio 2016, dopo che il Consilgio si era già espresso in materia nel 2013 sulla “Competenza del fisioterapista all’esecuzione della tecnica del dry needling” su richiesta della Direzione generale delle Professioni sanitarie e delle risorse umane del Servizio sanitario nazionale.

In quell’occasione, come ricorda il nuovo parere, il Consiglio superiore di sanità ha espresso parere non favorevole alla pratica autonoma, da parte del fisioterapista, della tecnica manuale del “dry needling”, perché in Italia la sua  figura professionale “non è supportata da adeguata preparazione specialistica sia per la pratica di terapie che, diverse da quelle manuali proprie di tale figura professionale, sfociano nella pratica della clinica medica, sia per il riconoscimento e trattamento d’urgenza delle loro possibili complicanze”. 
Si era detto invece favorevole all’esecuzione della pratica, da parte del fisioterapista, condizionata alla indicazione medica e all’esecuzione in struttura dove sia presente il medico abilitato e aveva auspicato che nella formazione dei fisioterapisti, così come avviene per altre figure professionali, fossero inclusi corsi di preparazione/specializzazione per l’utilizzo di dispositivi medici e di presidi medici invasivi, compresa la preparazione per riconoscere eventuali complicanze determinate dal loro uso.

Il Css sottolinea nel parere l’importanza che la pratica, per la sua natura invasiva e la necessità delle competenze anatomiche e fisiopatologiche, “sfoci comunque in un atto medico, al quale il fisioterapista non è abilitato mancando di quella formazione specialistica, relativa all’utilizzo di strumenti invasivi da inserire in distretti muscolari connessi a vasi sanguigni e nervi”.

Per quanto riguarda la sicurezza del dry needling, il parere sottolinea che le possibili complicanze sono del sovrapponibili a quelle dell’agopuntura, soprattutto quando viene eseguito in profondità. “Sono stati, infatti , riportati casi di infezioni, sanguinamenti locali, lesione di nervi, dolore e rigidità muscolare”, sottolinea il Css.

Il parere  ricorda a questo proposito un caso recente in Italia di un nuotatore professionista con pneumotorace dopo l’applicazione di dry needling da parte di un fisioterapista per il trattamento di una patologia miotensiva della spalla. Il caso clinico riporta che durante l’applicazione dell’ago tra la scapola sinistra e la colonna il paziente ha avvertito malessere, dolori all’emitorace sinistro con difficoltà respiratorie, sudorazione, sintomi attribuibili da parte del fisioterapista a una crisi vagale. Ma “per il persistere della sintomatologia a due giorni del trattamento, una TC sul paziente ha evidenziato una condizione di pneumotorace, risolta a seguito di intervento chirurgico di pleurotomia e drenaggio pleurico sinistro con prognosi di 40 giorni”.

La pratica del dry needling secondo il Consiglio superiore di Sanità è quindi da considerare atto medico perché può presentare diverse complicanze, anche gravi ed è quindi necessario “attivare misure di cautela al fine di garantire un massimo livello di protezione della salute”.

QS

Riconversione creditizia del titolo di Massofisioterapista triennale e iscrizione a Fisioterapia

La mancanza di equipollenza alla laurea e l’inidoneità all’esercizio della professione, non implicano l’inutilità del titolo, in quanto l’Ateneo – a fronte di una specifica istanza – è tenuto ad apprezzare, comunque, quali “conoscenze e abilità professionali certificate ai sensi della normativa vigente in materia”, e valutare la relativa esperienza abilitante mediante l’attribuzione di taluni crediti formativi universitari. Tanto è imposto dall’art. 5, comma 7, d.m. 22 ottobre 2004, n. 270, che dispone che “Le università possono riconoscere come crediti formativi universitari, secondo criteri predeterminati, le conoscenze e abilità professionali certificate ai sensi della normativa vigente in materia, nonché’ altre conoscenze e abilità maturate in attività formative di livello postsecondario alla cui progettazione e realizzazione l’università abbia concorso”.
È quindi evidente che, se il diploma posseduto dal ricorrente non comporta immediata e automatica equipollenza ex lege al diploma universitario di fisioterapista, d’altronde esso non rimane del tutto privo di effetti verso l’Ateneo, che deve valutarne la rilevanza ai fini dell’istanza di riconversione. (Avv. Ennio Grassini)

Diritto sanitario

Falsi medici. A Catania scoperto centro di riabilitazione abusivo

L’ambulatorio medico abusivo era stato ricavato all’interno di un fabbricato industriale. Lì i pazienti venivano sottoposti a trattamenti riabilitativi da parte di operatori privi dei titoli professionali abilitanti, mediante l’utilizzo di apparecchiature elettromedicali e attrezzature medico-fisiatriche.

A Catania, i Carabinieri del locale NAS, nell’ambito di una complessa indagine, in esecuzione di un decreto di perquisizione e sequestro rilasciato dalla locale Autorità Giudiziaria, hanno sottoposto a vincolo preventivo un immobile ricavato all’interno di un fabbricato industriale, adibito, senza la prescritta autorizzazione sanitaria, ad ambulatorio medico. Lo riferisce una nota dei Nas. I militari hanno, inoltre, accertato che all’interno dello studio medico abusivo i pazienti venivano sottoposti a trattamenti riabilitativi da parte di operatori privi dei titoli professionali abilitanti, mediante l’utilizzo di apparecchiature elettromedicali, attrezzature medico-fisiatriche anch’esse sottoposte a sequestro per un valore complessivo di circa un milione di euro. L’amministratore ed il socio della società gestrice il centro medico sono stati denunciati all’Autorità Giudiziaria per concorso in esercizio abusivo della professione sanitaria.

Quotidiano sanità

Chiuse tre strutture per anziani abusive

PESCARA, 23 OTT – Tre strutture chiuse perché abusive, nove persone segnalate all’autorità amministrativa e sanitaria, cinque segnalate all’autorità giudiziaria e circa 200 kg di alimenti sottoposti a blocco sanitario. E’ il bilancio dei controlli che i Carabinieri del Nas di Pescara hanno eseguito in nove strutture ricettive per utenti anziani bisognosi di ‘assistenza di bassa intensità’ in tutto l’Abruzzo. In provincia di Pescara i militari, agli ordini del maggiore Domenico Candelli, hanno ispezionato una struttura indicata come casa famiglia, ma completamente abusiva. In provincia di Teramo altra struttura ricettiva priva di autorizzazione, con anziani ospitati in situazioni di sovraffollamento e in ambienti fatiscenti. Un’altra struttura ricettiva abusiva è stata individuata in provincia dell’Aquila: era totalmente priva di autorizzazione al funzionamento. Immediata l’adozione del provvedimento di chiusura da parte del sindaco.

Ansa

Contrasto Abusivismo: Spif Ar chiede parere al Ministero della Salute

A seguito di segnalazioni, pervenute all’ufficio contrasto Abusivismo Spif Ar, il Responsabile Nazionale, con nota del 19 luglio 2017, oltre ad informare la dott.ssa Rossana Ugenti della Direzione Generale delle Professioni Sanitarie e delle Risorse Umane del Servizio Sanitario Nazionale del Ministero della Salute l’On. Beatrice Lorenzin (Ministra della Salute) chiede un chiarimento sul rilascio, da parte del Ministero, degli ATTESTATIin riferimento all’ Art.11 lettera B punto 10 della direttiva 2005/36/CE, ai MASSOFISIOTERAPISTI (Post 1999)  per lavorare in uno Stato della Comunità Europea e non in ITALIA.
Attestati che, utilizzati in Italia e negli studi, violano le norme.
Questo il testo della nota:
” Oggetto : Richiesta parere riguardo al rilascio, da parte del Ministero della Salute, di ATTESTATO MASSOFISIOTERAPISTA  secondo la Direttiva 2005/36/CE
Gent.ma  dott.ssa Rossana Ugenti,
perviene allo scrivente Sindacato Professionale Italiano Fisioterapisti, segnalazione che la Direzione Generale delle Professioni Sanitarie e delle Risorse Umane del Servizio Sanitario Nazionale del Ministero della Salute, rilasci all’interessato MASSOFISIOTERAPISTA (post ’99) che ne faccia richiesta, l’Attestato di cui allegato 1, per il riconoscimento del titolo in uno degli Stati della CE, esclusa l’Italia.
 
Ciò confermato anche dal modello d’istanza, da presentare a codesto Ministero, in cui è fatto obbligo, individuare uno degli Stati della Comunità Europea.
 
Orbene, vorremmo rappresentarLe che, a seguito di verifiche da parte delle Autorità competenti (N.A.S. – G.d.F.) suddetti attestati ed in riferimento alla professione del massofisioterapista, individuati dallo stesso Ministero della Salute, e come lo riporta nel proprio sito vengono definiti come “OPERATORI DI INTERESSE SANITARIO” quindi privi dell’autonomia professionale del Fisioterapista, vengono ritrovati negli studi professionali, eludendo i controlli.
 
Ciò premesso e con lo scopo precipuo di collaborare con questo Ministero e con le autorità giudiziarie preposte alla verifica dell’esercizio abusivo di professione sanitaria, desideriamo informarLa su quanto succede oggi su tutto il territorio Nazionale e, nel contempo, ricevere da parte dell’ufficio del Ministero della Salute che rappresenta egregiamente, chiarimenti in merito.
 
Sicuro di un sollecito riscontro si porgono cordiali saluti “
Chieti, 19/07/2017
Il Resp. Nazionale Ufficio Lotta e Contrasto all’Abusivismo SPIF & A.R.
Ricucci dott. Giampiero Lorenzo

Quando un ospedale fa finta di curarti

Un interessante servizio di Nadia Toffa andato in onda il primo ottobre 2017 a Le Iene, svela qualcosa di particolare sulla sanità pubblica italiana. E’ possibile che si faccia finta di curare dei pazienti con i macchinarti spenti? All’interno di un policlinico della Brianza la fisioterapia viene effettuata con macchinari rotti e i medici ne sono consapevoli. I pazienti non se ne accorgono, poiché i dottori gli spiegano che durante la terapia non devono sentire nulla. La corrente dai macchinari non passa e per tutti i pazienti accade sempre la stessa cosa. Tutti conoscono questa verità all’interno della struttura, tanto che è proprio un’infermiera a prendere la decisione di chiamare Le Iene per far conoscere cosa realmente accade. Le macchine vengono tenute spente. L’infermiera intervistata spiega che alcuni parti del macchinario non funzionano e i pazienti se ne renderebbero conto. E’ proprio questo il motivo per cui non vengono neppure accese. Quando qualcuno ha qualche dubbio sulla fisioterapia, i dottori li tranquillizzano. Nadia Toffa ha così deciso di far luce su questa situazione che potrebbe nuocere alla salute di moltissimi pazienti, i quali si fidano della struttura. L’infermiera ha scelto di chiamare Le Iene poiché i pazienti sono convinti di curarsi. Le spese per effettuare queste cure vengono pagate dai pazienti e possono anche essere abbastanza elevate. I responsabili dell’ospedale sono coscienti di questo problema. Nel reparto sono ormai tutti rassegnati. I macchinari non vengono portati in assistenza perché si perderebbe molto lavoro e gli appuntamenti verrebbero così annullati. Le spugnette utilizzate per la ionoforesi non vengono sterilizzate. Quando vengono chiesti dei disinfettanti, i responsabili rispondono che utilizzandoli poi le spugnette si usurano troppo e così dovrebbero essere acquistate più spesso. Con un po’ di detersivo per pavimento vengono semplicemente lavate in un calderone. Queste testimonianze vengono poi mostrate ad un dottore esperto di fisioterapia, Fabrizio Gardina. Quest’ultimo ammette di non aver mai visto una situazione così imbarazzante. I pazienti dovrebbero avvertire, durante le terapie, un dei pizzicori diffusi. Invece, nell’ospedale della Brianza, i pazienti non avvertono assolutamente niente. Ciò che avviene in questa struttura è davvero molto pericoloso, poiché dei cavi sono pure fusi. Nadia Toffa decide di parlarne con il direttore del policlinico. L’uomo ammette che c’è qualche macchinario non funzionano e che il resto è tutto funzionante. Il responsabile confessa di non essere a conoscenza di ciò che accade durante le fisioterapie. Il direttore, qualche giorno dopo il servizio de Le Iene, decide di iniziare una causa civile contro il programma.

DDL Lorenzin a breve in Aula, passano le modifiche contro l’abusivismo. Pesanti pene anche per il prestanome.

Via libera della Commissione Affari Sociali al Ddl Lorenzin che dovrebbe approdare in Aula già nelle prossime settimane. Tra gli emendamenti approvati, che modificano il testo licenziato dal Senato, anche quello che modifica l’art. 348 del c.p. inasprendo le sanzioni per chi esercita, senza averne i titoli, una qualsiasi professione regolamentata con aggravanti per gli abusivi in campo sanitario. Il testo approvato al Senato riguardava solo i professionisti della sanità.

Secondo quanto approvato in Commissione “chiunque abusivamente esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 10.000 euro a 50.000 euro”.  La condanna comporta la pubblicazione della sentenza e la confisca dei beni utilizzato per commettere il rato.

Nel testo vengono introdotte pesanti sanzioni per il professionista che “consente” l’esercizio abusivo di una professione prevedendo una multa da 15.000 euro a 75.000 euro e l’interdizione dalla professione da 1 a 3 anni.

Se l’abusivo provoca lesioni gravi è prevista una reclusione da sei mesi a due anni mentre se le lesioni sono gravissime la pena è della reclusione da un anno e sei mesi a quattro anni.
Pene anche per chi esercita abusivamente un’arte ausiliaria delle professioni sanitarie, punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 2.500 euro a 7.500 euro.

“Siamo ovviamente soddisfatti della decisione presa dalla Commissione Affari Sociali visto che era stata ANDI a sollecitare l’inserimento di un articolo specifico nel Ddl Lorenzin”, commenta il presidente Gianfranco Prada, “è una storica battaglia di ANDI e speriamo ora che la Camera approvi al più presto il testo. Non vederlo tramutato in legge sarebbe l’ennesima beffa ai danni dei tanti pazienti giornalmente truffati e danneggiati dai finti dentisti e dai prestanome che con la loro azione svendono e squalificano la nostra professione”.

Soddisfatto anche il presidente ANTLO Massimo Maculan che ricorda come il passaggio sul prestanomismo sia stato richiesto da ANTLO durante le audizioni proprio alla Commissione Affari Sociali della Camera. “Siamo ovviamente soddisfatti che venga punito il padre dell’abusivismo, il prestanome”, dice Maculan ad Odontoaitria33.

Fumata nera invece per gli emendamenti che avrebbero introdotto il nuovo profilo dell’odontotecnico e quello che puntava a regolamentare l’assetto societario delle società odontoiatriche. Emendamenti neppure discussi in quanto ritirati dai relatori.

Dopo l’eventuale approvazione della Camera il testo dovrà tornare nuovamente al Senato per l’approvazione definitiva.

Odontoiatria33

Università, non entri a Medicina? Vai in Albania. L’esodo degli italiani: “Qui il test è più facile, poi torno a lavorare in Italia”

“Perché scegliere di studiare Medicina in Albania deve essere un tabù? Per me è un’opportunità, se a Roma non passo il test d’ingresso mi gioco un’altra carta là, così non perdo l’anno”. Giacomo ha 19 anni e un grande sogno, quello di fare il medico. A tutti i costi. La valigia per volare a Tirana è già pronta. La data della prova di ammissione è fissata per il 28 settembre. Non sarà l’unico a partire da Salerno. “Ci andrò con un amico. La voce ormai si sta diffondendo, sono stati altri amici in comune a dirci di questa possibilità, anche loro hanno fatto così”. Basta avere i soldi. All’università cattolica “Nostra signora del buon consiglio” di Tirana, l’eldorado dei silurati italiani, la retta annua costa circa ottomila euro. Alla facoltà di Medicina insegnano professori esclusivamente italiani, gli stessi dell’Università Tor Vergata di Roma grazie a una convenzione tra l’ateneo italiano e quello albanese, che è privato.

“In pratica è come fare l’università in Italia con la differenza che qui il test è più facile”, ci racconta Giuseppe, 23 anni, napoletano, che sta per iniziare il terzo anno. “Non ci sono domande di cultura generale, né di logica. Io in Italia avevo tentato l’esame tre volte senza superarlo”. Le matricole italiane nel Paese delle aquile aumentano poco alla volta. Erano cento nel 2015, 105 nel 2016 e almeno 500 quelli che si sono presentati per sostenere la prova di ingresso.

Che la fuga nei Balcani sia una scorciatoia per evitare i temuti quiz del numero chiuso dei nostri atenei è evidente. In molti infatti già dal primo anno chiedono il trasferimento in patria. Nell’anno accademico 2015/2016 sono rientrati complessivamente 111 studenti (di cui 31 iscritti al primo anno e 40 al secondo). In quello successivo 53 (di cui 4 al primo anno e 32 al secondo). Il titolo di studio rilasciato in Albania comunque è valido anche da noi. “Ma se dico che mi sono laureato là la gente pensa male, c’è ancora il pregiudizio. Per questo forse farò gli ultimi due anni in Italia – ci confida Giuseppe – la vita a Tirana costa molto meno ma lo stipendio è troppo basso, non mi va di rimanere qui a lavorare”.

Giulio, 23 anni, invece è già tornato a Cosenza e da quest’anno frequenterà i corsi a Roma o a Napoli. “Dipende da quale ateneo per primo accetterà la mia richiesta di trasferimento. La specializzazione ad ogni modo la farò all’estero, da noi ci sono pochi posti e un percorso negli Stati Uniti è più prestigioso”. L’università “Nostra signora del buon consiglio” rappresenta una chance anche per chi non ha passato il test in Odontoiatria, Fisioterapia e Infermieristica.

“A Bari sono stato scartato per due volte di fila, ero stanco. Oggi Tirana è la mia seconda casa”: Giammarco si è laureato in Odontoiatria a giugno. “Mi sono trovato benissimo, eravamo una trentina, pochi e ben seguiti”. Ora sta facendo un master a Bologna. “Potrei lavorare nello studio dentistico di mio padre, ma l’idea è di tornare a Tirana e trovare un posto in una clinica, là va forte la chirurgia plastica e avrei più successo”.

Anche Clelia viene da Bari e dopo sei tentativi falliti di entrare nell’università della sua città, in Albania finalmente ce l’ha fatta. “L’ho vissuta malissimo, avevo perso la speranza, ero disperata giuro. Si sa che se non sei raccomandato a Bari non sempre ti va bene. Quando ho deciso di provare in Albania ho ricevuto molte critiche dai colleghi italiani, mio padre compreso, che è un odontotecnico ed era molto scettico, ma oggi non mi pento della scelta e non me ne frega niente di quello che pensa la gente”. Clelia nel 2016 si è spostata a Milano per frequentare il tirocinio. “Il lavoro a Rimini c’è, il problema è il numero chiuso, per questo me ne sono andata in Albania”: Aurela, albanese di origine ma cresciuta in Romagna, è iscritta all’ultimo anno di Fisioterapia. “In classe siamo metà italiani e metà albanesi. Per fortuna esiste questa alternativa, diversamente non avrei potuto studiare quello che volevo”.

Un’altra meta, meno gettonata ma sempre più attrattiva per gli aspiranti medici silurati in Italia, è la Bulgaria. Chiara è chiusa in una stanza di hotel a Sofia e si sta preparando al test per entrare all’università “San Clemente di Ocrida“. “Sarà in lingua inglese e riguarderà solo chimica e biologia. Non sono qui da sola, sto ripassando con un gruppetto di italiani”. Tutti seguiti da un tutor che ha organizzato la trasferta. “In Italia purtroppo mi è andata male: ho provato il test due volte, alla Sapienza e al Campus biomedico, ma non mi hanno presa”.

Mentre Giuseppe è ormai al quinto anno. “Pago settemila euro di tasse l’anno e no, non mi pesa. Voglio diventare un chirurgo ma in Italia per pochi punti non mi hanno preso, ho provato l’esame due volte a Napoli e una volta a Siena”. In Bulgaria la storia cambia: “Il quiz non ha domande trabocchetto, una preparazione liceale è sufficiente per ottenere un buon punteggio”. Di rientrare nel suo Paese lui non ne ha nessuna voglia. “Pochi posti e poi c’è la lobby dei baroni, in pratica inizi a operare quando hai già i capelli bianchi. Punto a una carriera in America, in Germania o in Francia”.

Francesco si è classificato terzo a Sofia. A Catanzaro invece era fuori dalla lista degli ammessi. Oggi è rientrato in Italia. Sta concludendo il quarto anno all’università “Luigi Vanvitelli” di Napoli (“dove i corsi sono in inglese”), “perché se in Bulgaria rimani indietro con gli esami ti fanno perdere l’anno e a me non andava di sprecare altro tempo”. A chi gli rinfaccia di aver trovato una scappatoia per entrare a Medicina risponde: “Andare all’estero e studiare in inglese non è una passeggiata e dei commenti degli altri non mi importa niente”. In Bulgaria l’altra speranza per gli italiani silurati si chiama Medical university of Sofia. A Elisabetta manca un anno per laurearsi in questo istituto, che le costa ottomila euro l’anno di tasse. “Senza dubbio qui la prova d’ingresso è meno complicata. In Italia chissà quando lo avrei superato quel maledetto test, non volevo più aspettare”.

Il ministero dell’Istruzione preferisce non commentare la fuga nell’Europa dell’Est dei nostri giovani per bypassare le selezioni in Medicina negli atenei della Repubblica. Nemmeno davanti all’emorragia di neodiplomati in Romania per saltare a piè pari i quiz e magari essere riammessi dopo qualche mese o anno in una delle università italiane. Lorenzo, scartato a Milano, ha studiato due anni a Targu Mures, nel cuore della Transilvania, punto di riferimento per la Medicina da ottomila euro l’anno: “Per essere ammesso devi sostenere una conversazione in inglese di venti minuti, ti fanno delle domandine stupide, del tipo ‘dove sei andato in vacanza’ e ‘quali sono i tuoi hobby’. Ma se non stai al passo con gli esami ti fanno saltare l’anno, come è capitato a me. Ne ho approfittato per girarmi la Romania e intanto ho chiesto il trasferimento in Italia, all’università Vanvitelli”.

Serena dice di aver pianto dalla gioia quando ha scoperto che in Romania poteva coronare il suo sogno: “In Italia non ho passato il test, ero arrabbiatissima. Da qui non me ne voglio più andare”. A Paola è addirittura bastato un colloquio in inglese via Skype per essere ammessa alla facoltà di Odontoiatria: “I prof sono preparatissimi e gli esami non li regalano, io ne rifatti tre. Se ho fatto bene a lasciare l’Italia? Sono stata praticamente costretta”.

Il fatto quotidiano

Stop alla formazione dell’operatore d’interesse sanitario massofisioterapista

Delibera Giunta Regionale Umbra

Ecm, per recuperare i deficit formativi c’è tempo fino a fine anno. Ecco come procedere

Non è più un “carrozzone” con tanti difetti. Ora la formazione continua andrebbe paragonata a una fuoriserie. Almeno tra i medici. Aumento dei corsi di formazione a distanza del 70% rispetto al triennio 2011-2013; 50 mila professionisti coinvolti in più; e non soltanto: altri numeri li anticipa Sergio Bovenga segretario Fnomceo alla vigilia del consiglio nazionale in programma a Bari e dedicato al tema dell’aggiornamento dei medici. «Sul triennio appena trascorso, 2014-16, abbiamo primi dati incoraggianti. C’è stata una crescita complessiva del 20% di attività formative e un aumento di oltre il 10% dei medici e odontoiatri che si sono certificati», sottolinea Bovenga.

«Ma i dati miglioreranno di sicuro visto che, grazie a una norma della Commissione Nazionale Formazione Continua ci sarà tempo ancora fino al prossimo 31 dicembre per chi vuole recuperare un eventuale deficit formativo (entro il limite del 50%) dello scorso triennio». Per ottenere la possibilità di calcolare nel 2017 crediti di recupero per gli anni passati bisognerà rivolgersi al proprio Omceo o scrivere al back office del Consorzio Gestione Anagrafica delle professioni sanitarie -Cogeaps (ecm@cogeaps.it) indicando i corsi e le altre situazioni che danno crediti nel 2017 che si intendono trasferire al 2016. Bovenga lo conferma, e conferma che Bari, ospitando un Consiglio Nazionale monotematico sull’Ecm e un convegno di due giorni sulla formazione continua, si profila evento speciale. La Federazione torna protagonista dell’Ecm? «Credo che la Fnomceo sia uno dei fondamentali protagonisti del sistema Ecm sin dalla sua istituzione, sia per ruolo (per legge il Presidente ricopre la carica di vicepresidente Cnfc) sia soprattutto per le azioni messe concretamente in campo per favorire e sostenere la formazione continua dei medici e degli odontoiatri. Ma forse -afferma Bovenga- il più grosso contributo della Fnomceo è stato mettere i professionisti al centro del sistema, e non il contrario. In altre parole, favorire l’offerta formativa e semplificare le regole del gioco per andare incontro alle effettive necessità di aggiornamento. L’azione Fnomceo parte da lontano, avendo prodotto e messo a disposizione dei professionisti una notevole quantità di corsi di formazione a distanza che hanno visto ad oggi oltre 400.000 partecipazioni grazie ad una offerta su temi di carattere trasversale alla professione ovvero di attualità contingente rispetto al momento in cui sono stati prodotti (ad esempio il corso sui vaccini). Questo impegno è stato ‘premiato’, oltre che dal gradimento dei tanti partecipanti, anche dal recente riconoscimento a luglio di provider con accreditamento standard da parte di Agenas».

Quanto all’evento di Bari, «è un appuntamento ormai classico visto che da qualche anno qui si svolgono proprio le ”Giornate di Bari sulla formazione’. Il Consiglio nazionale e il Convegno saranno interamente dedicati all’ECM in considerazione delle molte novità introdotte nel triennio appena iniziato, sia a livello normativo ma, ancor più, sostanziale. L’Ecm, infatti, nella formazione post lauream, sta sempre più uscendo da quello che poteva essere un ruolo “accessorio” per diventare requisito essenziale dell’esercizio professionale, come peraltro previsto dalla legge. Volendo trovare un cambio di paradigma, è proprio il sistema Ecm ad essere cresciuto e ad essere finalmente protagonista, del percorso di crescita professionale di medici e odontoiatri».

Ditta protesi corrompeva medici, 21 arresti in Lombardia

Nell’indagine condotta dal Nucleo di Polizia Tributaria di Milano sarebbero coinvolti diversi ortopedici e medici di base, indagati per associazione per delinquere, corruzione e falso in atti pubblici

I Finanzieri del Comando Provinciale di Milano stanno eseguendo l’ordinanza di arresto emessa dal Gip di Monza nei confronti di 21 persone indagate per associazione a delinquere, corruzione e falso in atti pubblici, in relazione a presunte condotte illecite nel settore sanitario.

Le indagini svolte dal Nucleo di Polizia Tributaria di Milano e coordinate dalla Procura della Repubblica di Monza, hanno consentito di svelare un articolato meccanismo corruttivo, ideato e realizzato dai rappresentanti di una società produttrice di protesi. Sarebbero coinvolti diversi medici chirurghi specialisti in ortopedia, operanti presso strutture sanitarie private accreditate con il Servizio sanitario nazionale e medici di base convenzionati. Sono inoltre in corso perquisizioni domiciliari e presso la sede della ditta coinvolta.

TG24 Sky

Master universitari aperti solo ed esclusivamente a professionisti sanitari laureati

A seguito della nota SPIF AR inviata il 24 luglio 2017, l’Università TOR VERGATA (Roma) si è impegnata nel rielaborare l’avviso relativo al MASTER DI I LIVELLO IN “TERAPISTA DELLO SPORT  . Ciò grazie alle esposizioni prodotte, nonchè alla celerità della scrivente SPIF AR ed inoltre qualsiasi rimodulazione del bando, sarà a favore dei professionisti Sanitari Laureati dell’Area Riabilitativa riconosciuti dal Ministero della Salute e nello specifico, esclusivamente al Profilo di Fisioterapista.
Ennesimo intervento Spif Ar, con esito positivo.

In Italia 100mila falsi fisioterapisti. Ecco come evitarli

Sono stimati in circa 100mila i fisioterapisti abusivi in Italia. Il dato viene fornito dall’Aifi, l’associazione italiana fisioterapisti, che lancia la campagna #LeManiGiuste per consentire ai cittadini di riconoscere i veri professionisti. «È difficile tracciare un numero preciso dei fisioterapisti abusivi, si stima che possano essere circa il doppio rispetto ai veri professionisti che, dai dati in nostro possesso, sono circa 60-65mila», ha rivelato il presidente Aifi, Mauro Tavarnelli, mettendo in guardia dalla «quantità abnorme di pubblicità ingannevole, le locandine sui pali della luce che promettono di curare tutti i mali, millantando fantomatici corsi». Così, in vista della Giornata mondiale della fisioterapia, che si celebra l’8 settembre, l’Aifi, «l’unico ente certificatore privato» del settore, ha deciso di mettere  in campo una azione straordinaria contro gli abusivi, che si affianca al lavoro che viene già svolto abitualmente. «Se un cittadino non è in grado di effettuare il controllo sui titoli di studio – ha spiegato ancora Tavarnelli – può rivolgersi alla nostra associazione, verificando anche sul nostro sito. Accade spesso anche con amministrazioni pubbliche o enti assicurativi che ci contattano per verificare se un titolo è valido». L’operazione però «spesso è complicata, soprattutto quando si tratta di titoli vecchi o stranieri, per questo – ha detto ancora il presidente dell’Aifi – chiediamo a gran voce un Ordine professionale». Intanto, però, i cittadini che hanno bisogno di cure possono contare su #LeManiGiuste, nome scelto perché «deve dare l’idea di affidarsi alle mani più corrette per risolvere la nostra problematica, senza cadere nella rete di personaggi non abilitati a farlo. L’obiettivo è far capire alle persone che cosa fanno le “mani giuste” e come riconoscerle». «La fisioterapia – ha ricordato ancora Tavarnelli – è una pratica sanitaria e una persona che si improvvisa professionista può fare danni gravi». L’iniziativa di informazione dell’Aifi si svilupperà su diversi canali di comunicazione, come social network e locandine. Saranno i FisioTipTop, cartoline illustrate distribuite in tutta Italia, ad avere il compito di informare il cittadino con consigli pratici e chiarimenti. «Le cartoline – ha detto la segretaria nazionale Aifi, Alessandra Amici – saranno 58, una per ogni anno dell’associazione. L’8 settembre lanceremo anche un video sui social». Inoltre, l’Aifi ha siglato un accordo con Federfarma, in base al quale «i fisioterapisti che lo vorranno saranno presenti nelle farmacie per spiegare le motivazioni per cui si fa la fisioterapia e illustrare la campagna. Verranno distribuiti opuscoli, consigli sui problemi della schiena nei bambini e su problemi di incontinenza delle donne in seguito a interventi chirurgici».

Il Secolo d’Italia

Detraibilità spese per osteopata e diete del biologo nutrizionista

Una circolare dell’Agenzia delle Entrate ha fornito due importanti risposte in materia di detraibilità delle spese per osteopata e per il biologo nutrizionista. Se nel primo caso il Ministero della Salute, interpellato a riguardo, ha risposto negativamente, nel secondo caso è possibile fruire della detrazione fiscale, ma a determinate condizioni. Le due precisazioni seguono la pubblicazione delle faq su cosa si può detrarre con il modello 730, nelle quali sono fornite anche ulteriori risposte riguardanti le spese mediche detraibili.

La detrazione fiscale del 19%.  Prima di entrare nel merito delle due tipologie di spesa, va premesso che attraverso la presentazione della dichiarazione dei redditi, quindi il modello 730 o il modello Unico, il contribuente può dichiarare spese per le quali spetta la detrazione d’imposta del 19% e tra queste una delle più importanti detrazione fiscale è la detrazione per spese sanitarie, da indicare del quadro E – Oneri e Spese del modello 730, più precisamente nel rigo E1. Fruire di tale agevolazione fiscale consente al contribuente di detrarre, o scaricare con il 730, il 19% della spesa sostenuta ed ottenere una riduzione dell’Irpef da pagare annualmente sulla base del proprio reddito. Con il 730 il ricalcolo dell’Irpef, includendo alcune detrazioni fiscali, può portare ad un rimborso che poi viene erogato dal datore di lavoro a partire dalla busta paga di luglio.

Chiarito ciò, vediamo gli specifici casi riguardanti le possibilità di fruizione della detrazione fiscale dell’art. 15 del TUIR (Detrazione per oneri e spese) e più precisamente della detrazioni per spese sanitarie del comma 1, lettera c).

Detraibilità spese per osteopata. L’Agenzia delle Entrate nella circolare n. 11/E del 21 maggio 2014 ha risposto alla domanda riguardante la detraibilità come spese mediche degli importi pagati per le prestazioni rese dall’osteopata. E il Fisco risponde dopo aver interpellato il Ministero della salute. Quest’ultimo, come si legge nella circolare, “ha precisato che a tutt’oggi la figura dell’osteopata non è annoverabile fra le figure sanitarie riconosciute, il cui elenco è disponibile sul sito istituzionale del Ministero stesso”.
Continua l’Agenzia delle Entrate: “Il Ministero della Salute precisato, altresì, che, in attesa di un eventuale riconoscimento normativo, le attività che in altri Paesi sono svolte dall’osteopata afferiscono in Italia alle professioni sanitarie. In considerazione del parere fornito dal Ministero della Salute, si ritiene che le prestazioni rese dagli osteopati non consentano la fruizione della detrazione di cui all’art. 15, comma 1, lett. c), del TUIR, e che le spese per prestazioni di osteopatia, riconducibili alle competenze sanitarie previste per le professioni sanitarie riconosciute, sono detraibili se rese da iscritti a dette professioni sanitarie”.

Detraibilità spese per biologo nutrizionista. L’altra importante risposta sulla detraibilità delle spese sanitarie riguarda la possibilità di far transitare come spese mediche detraibili (rigo E1 Spese sanitarie del modello 730) anche gli importi pagati per le prestazioni rese dal biologo nutrizionista (Es. le diete).

Il Fisco premette che il biologo non è un medico, né rientra fra le figure professionali sanitarie elencate nel decreto ministeriale 29 marzo 2001, fra cui è ricompresa la figura del dietista. Poi anche in questo caso precisa di aver contattato il Ministero della Salute per chiarimenti, e quindi sulla natura delle prestazioni rese dalla figura professionale del biologo nutrizionista.

L’attività del biologo è un’attività attinente alla salute. L’Agenzia delle Entrate nella circolare precisa: “Il Ministero ha fatto presente che, con pareri del Consiglio Superiore di Sanità sulle competenze in materia di nutrizione delle professioni di medico, biologo e dietista, è stato chiarito che mentre il medico-chirurgo può prescrivere diete a soggetti sani e a soggetti malati, il biologo può autonomamente elaborare e determinare diete nei confronti di soggetti sani, al fine di migliorarne il benessere e, solo previo accertamento delle condizioni fisio-patologiche effettuate dal medico chirurgo, a soggetti malati. Il Ministero sottolinea che in detti pareri è evidenziato che, pur essendo il medico il solo professionista ad avere il titolo per l’effettuazione di diagnosi finalizzate all’elaborazione di diete, la professione di biologo, pur non essendo sanitaria, è inserita nel ruolo sanitario del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e può svolgere attività attinenti alla tutela della salute”.

La detraibilità come spese sanitarie. In considerazione dei chiarimenti forniti dal Ministero della Salute, l’Agenzia delle Entrate ritiene che “le spese sostenute per visite nutrizionali, con conseguente rilascio di diete alimentari personalizzate, eseguite da biologi, siano detraibili ai sensi dell’art. 15, comma 1, lett. c), del TUIR”. Quindi rientrano tra le spese sanitarie detraibili, ossia le spese per le quali spetta la detrazione d’imposta del 19% e che vanno dichiarate nel rigo E1 del quadro E – Oneri e Spese del modello 730.

La documentazione richiesta per fruire della detrazione: non è necessaria la prescrizione medica. Ai fini della detrazione, dal documento di certificazione del corrispettivo rilasciato dal biologo dovranno risultare la specifica attività professionale e la descrizione della prestazione sanitaria resa, mentre non è necessaria la prescrizione medica, analogamente a quanto specificato con la circolare n. 19/E del 2012, par. 2.2.

La non necessità della prescrizione medica va correttamente vista nell’ottica della semplificazione degli adempimenti fiscali per i contribuenti, e non implica, né sul piano normativo, né sul piano del concreto esercizio delle professioni sanitarie, alcuna legittimazione allo svolgimento di attività sanitarie in difformità dalle disposizioni legislative e regolamentari che le disciplinano.

Fanpage

Lavoro senza abilitazione: chiusi estetica, dentista e un osteopata

FRIULI VENEZIA GIULIA – Lavoravano senza abilitazione: chiusi un’estetica e gli studi di un dentista e di un osteopata in Friuli Venezia Giulia. I provvedimenti, dei carabinieri del Nas di Udine, sono stati adottati nei primi sei mesi di quest’anno.

In provincia di Udine è stato sospeso un ambulatorio osteopatico: era condotto da persone sprovviste del titolo abilitante all’esercizio della professione sanitaria; stessa sorte, sempre in provincia di Udine, per un’attività estetica, non in regola con le autorizzazioni. In provincia di Pordenone, sempre per mancanza dell’abilitazione all’esercizio della professione, è stato posto sotto sequestro uno studio dentistico. Disposte, poi, la sospensione di un albergo in provincia di Udine e la chiusura di 8 rivendite di alimenti etnici perché sono state riscontrate gravi carenze igienico-sanitarie.

Sequestri per 10 milioni di euro 
Nei primi sei mesi di quest’anno il Nas di Udine ha eseguito oltre 500 ispezioni ad aziende e strutture che operano nel settore alimentare e sanitario, accertando circa 280 violazioni e contestando 435 sanzioni amministrative, per un importo di oltre 400mila euro; 398 le persone segnalate, di cui 200 all’autorità amministrativa e 198 all’autorità giudiziaria; sono stati sequestrati prodotti, attrezzature e locali per un valore di oltre 10 milioni di euro. Bene, invece, i controlli eseguiti in oltre 30 mense delle scuole, tutte in regola.

Il gazzettino

Esercizio abusivo della professione sanitaria. In Emilia Romagna 14 denunce del Nas

Questo il risultato dei controlli fatti dai Carabinieri del Nas di Bologna nei primi quattro mesi dell’anno su 80 studi professionali e ambulatori. Tra i casi scoperti, un falso dietista che prescriveva diete e integratori alimentari, un naturopata che rilasciava ricette per un rapido dimagrimento, un falso veterinario che visitava senza averne titolo, due falsi fisioterapisti, e alcuni falsi odontoiatri.

Diete prescritte da pseudo specialisti senza titoli, un presunto veterinario che visitava i gatti a domicilio senza laurea, ma anche falsi fisioterapisti
oppure odontotecnici e semplici assistenti sorpresi a comportarsi come se fossero dentisti. È il risultato dei controlli fatti dai Carabinieri del Nas di Bologna nei primi quattro mesi dell’anno su 80 studi professionali e ambulatori dell’Emilia-Romagna: sono state 14 le persone denunciate per aver svolto o tollerato l’esercizio abusivo della professione medica.

Tra i casi scoperti, un falso dietista che a Bologna millantava di avere una laurea e prescriveva diete e integratori alimentari e un naturopata che a Ravenna diceva di avere riconoscimenti internazionali e rilasciava ricette per un rapido dimagrimento. Il falso veterinario sorpreso a Bologna, oltre alle visite senza titoli, non ha neppure saputo spiegare un importante quantitativo di farmaci trovato in casa e sequestrato.

Due falsi fisioterapisti sono stati invece individuati nelle province di Bologna e Forlì-Cesena, dopo verifiche sull’acquisto via web di ‘coupon’ di prestazioni sanitarie a prezzi vantaggiosi. Sono emerse due strutture non autorizzate e altrettanti pseudo professionisti privi dei titoli abilitativi.

Nel Ferrarese è stato trovato un odontoiatra che consentiva alla moglie, ‘assistente alla poltrona’, di fare la pulizia dei denti ai clienti. Nella stessa provincia è stato scoperto anche uno studio abusivamente aperto e gestito da odontotecnici che facevano diagnosi, radiografie, estrazioni e curavano le carie.

Anche nel Ravennate un affermato odontoiatra aveva istruito una dipendente, con licenza media, a pulire i denti dei pazienti; ancora a Bologna, infine, sono stati indagati due odontotecnici che da anni si comportavano da odontoiatri, utilizzando per la prescrizione di farmaci ed esami un timbro di un professionista risultato estraneo ai fatti. In un altro caso, una donna asiatica assunta per pulire locali e attrezzature, si dedicava anche ai denti dei clienti.

Quotidiano sanità

Compilava referti e faceva diagnosi : osteopata 28enne denunciato dall’Ordine dei medici di Parma

Rilasciava pareri medici e in alcuni casi emetteva referti con relative diagnosi. L’episodio scatenante è avvenuto in una scuola elementare di Salsomaggiore, che aveva chiesto nell’ora di ginnastica,  l’intervento di un medico che potesse dare una lezione posturale ai bambini. Peccato che il 28enne di Fidenza  che si era presentato e che ha fatto regolarmente la lezione,  non era un vero medico ma  un osteopata, non iscritto all’ordine e non abilitato.

Sicuramente la voce della sua attività è arrivata a qualcuno del giro, perchè è partita una denuncia da parte dell‘Ordine dei Medici di Parma che è stata raccolta dai NAS. Il ragazzo faceva dei referti, dava consigli medici e diagnosi senza essere abilitato all’esercizio della professione medica. Il tutto è al vaglio delle forze dell’ordine che hanno interrotto la serie di “visite”.

Eco di Parma

Castelvetrano, truffa in un centro di riabilitazione, quattro misure cautelari: ecco cosa accade a non avere personale laureato per la riabilitazione

MARSALA. Avrebbero fornito a 106 pazienti prestazioni mediche di fisioterapia coperte dal sistema sanitario nazionale da parte di personale non qualificato, solo per trarne profitto.

E’ stata così scoperta una truffa da mezzo milione in un centro di riabilitazione di Castelvetrano accreditato e contrattualizzato con l’Asp di Trapani. Sono quattro le misure cautelari emesse dal gip: due di divieto di dimora e altrettante di esercitare attività imprenditoriali e uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese per un anno.

Le indagini sono state condotte dai carabinieri dei Nas di Palermo. Sono indagati  l’amministratore unico della società C. R. e G. C., direttore sanitario del centro medico.

Il gip ha accolto le richieste della Procura della Repubblica di Marsala che ha ravvisato, a carico dei due indagati, il reato di  truffa aggravata in danno del Servizio nazionale “poiché l’indagine ha fatto emergere come, nel periodo preso in esame (2014-2015), talune prestazioni fisioterapiche eseguite dal Centro medico in regime di convenzione con il S.S.N., venissero rese arbitrariamente nei confronti di 106 pazienti affetti da gravi patologie neurologiche (tetraplegici, paraplegici, emiplegici, ecc.), presso i rispettivi domicili e non in regime ambulatoriale, peraltro da personale non qualificato, in quanto in possesso di diploma di massofisioterapista e non della prevista laurea di fisioterapista, in spregio alle esigenze terapeutiche e di salute degli stessi assistiti, al fine di trarne un costante, considerevole ed ingiusto guadagno”.

In questo modo secondo i Nas è stata rilevata la scarsa qualità nelle prestazioni e l’ “inappropriatezza” dell’assistenza medica di riabilitazione, nonché comportamenti opportunistici, messi in atto dalla stessa struttura sanitaria, per avere attestato ed indotto in errore la pubblica amministrazione sulle prestazioni effettivamente rese.

L’indagine ha fatto emergere come, nel periodo preso in esame (2014-2015), prestazioni fisioterapiche eseguite dal centro medico che si trova a Castelvetrano in regime di convenzione con il Servizio sanitario, venissero rese arbitrariamente nei confronti di 106 pazienti affetti da gravi patologie neurologiche (tetraplegici, paraplegici, emiplegici, ecc.), nei rispettivi domicili e non in regime ambulatoriale, – dicono i carabinieri – peraltro da personale non qualificato, in quanto in possesso di diploma di massofisioterapista e non della prevista laurea di fisioterapista.

Giornale di Sicilia

Diete in palestra redatte da chi non è abilitato. Si rischia di rispondere del reato di “Esercizio abusivo della professione”.

La Cassazione conferma la condanna di due titolari di palestre del brindisino che avevano predisposto schede alimentari ai propri utenti.

Un fenomeno diffusissimo negli ambienti delle palestre e comunque in ambito sportivo quello di fornire il servizio di redazione di diete personalizzate da parte di soggetti sprovvisti di titoli abilitanti, come quello di dietista o biologo, che la Cassazione ritiene suscettibile di sanzione penale per “esercizio abusivo della professione” proprio per le possibili ricadute in termini di salute nei confronti degli utenti. A stabilirlo la Sesta Sezione Penale della Suprema Corte che con la sentenza numero 20281/17 pubblicata il 28 aprile 2017, ha confermato la condanna della Corte di Appello di Lecce per il reato di cui all’articolo 348 codice penale, nei confronti di due titolari di palestre del brindisino che erano stati indagati a seguito di un’apposita inchiesta della guardia di finanza dopo che erano state rinvenute schede alimentari per i propri utenti in una più vasta operazione volta al contrasto di tali fenomeni. Nella fattispecie, già in primo grado il Tribunale di Brindisi aveva appurato come nessuno dei due ricorrenti fosse in possesso di un titolo abilitativo di dietista o biologo, ritenuto indispensabile per prestazioni di questo tipo nonostante, come detto, fossero state rinvenute presso i centri gestiti dagli imputati «plurime schede alimentari personalizzate, con indicazione delle caratteristiche fisiche di ogni cliente sottoposto a valutazione, espresso diario alimentare con limitazione temporale di validità di tali indicazioni e previsione di revisione delle prescrizioni alle date indicate». In ragione di tali elementi probatori, la lettura «riduttiva degli eventi» prospettata dagli imputati che evidenziavano l’erronea ricostruzione formulata dal Tribunale prima e dalla Corte d’Appello poi, ritenendo sussistente solo «l’elargizione di generici consigli alimentari», anche per i giudici di legittimità non risulta essere fondata rispetto la differente realtà ricostruita dai giudici territoriali. Nel caso in oggetto, per gli ermellini «l’individuazione dei bisogni alimentari dell’uomo attraverso schemi fissati per il singolo con rigide previsioni e prescrizioni» è prerogativa esclusiva del medico biologo o di altre categorie professionali per le quali è comunque prescritta una specifica abilitazione (medici, farmacisti, dietisti). In nessun caso, quindi, tali competenze possono essere esercitate «proprio per le ricadute in termini di salute pubblica che tali prescrizioni assumono», da persone «prive di competenza in tema sanitario». La natura esemplare della sentenza in commento, per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”,  dovrebbe far riflettere quanti, tra operatori e utenti di palestre e esercizi sportivi, continuano a perseverare in attività che possono mettere potenzialmente a repentaglio la salute, così com’è già accaduto in casi di cronaca non rari né remoti nel tempo. È, quindi, vivamente consigliabile che diete ed ogni attività cui è riservata una specifica competenza professionale, siano prescritte da soggetti regolarmente abilitati e specificatamente competenti.

Ricorso contro agenzia delle entrate respinto

RIAB INFO, ricorso al Tar Lazio dell’Ist. Fermi contro l’Agenzia delle Entrate non costituitasi in giudizio.
Il Tar Lazio, con Decreto nr. 02150 del 04/05/2017 ha respinto la richiesta di misure cautelari e sospensiva della Circolare dell’Agenzia delle Entrate nr 7/E del 4/4/2017 formulata dall’Istituto E.Fermi , dall’ Associazione Italiana Massofisioterapisti, e dal Comitato Nazionale Massofisioterapisti perché “non sono ravvisabili i presupposti dell’estrema gravità , urgenza ed irreparabilità cui l’art.56 del C.p.a.)”.
Per la richiesta di annullamento della circolare, dove prevede che le prestazioni erogate da Massofisioterapisti diplomati dopo il 17/3/1999 non siano detraibili, rimandata l’istanza alla trattazione collegiale in camera di consiglio del 06 giugno 2017, ma esprime le sue perplessità in ordine all’impugnabilità della circolare che non è un atto amministrativo soggetto alla giurisdizione di un Tribunale Amministrativo.

TaR 03/05/2017

Nessuna iscrizione del mft post 99 al 3° anno del corso di laurea in fisioterapia

Il CdS riforma la sentenza del Tar e da ragione all’università. Il vizio d’incompetenza assorbe a monte ogni altra censura tanto da comportare il riesame funditus dell’istanza presentata dai ricorrenti da parte del Consiglio di coordinamento didattico.

CdS 27/04/2017

AVVIO PROCEDIMENTO IN AUTOTUTELA

Oggetto: Comunicazione di avvio del procedimento, ai sensi degli articoli 7 e seguenti della Legge n. 241/90, per l’annullamento d’ufficio in autotutela della delibera del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche del 22.09.2016 (Rep. n. 716/2016) e del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale del 20.09.2016 (Rep. n. 734/2016) nonché dei Decreti Direttoriali Rep. nn. 746/2016 e 782/2016

Avvio procedimento in autotutela

Avviso massofisioterapisti

Una volta qualcuno scrisse: “equipollenza e bruschi risvegli” …non venne creduto.

Riabilitazione Oggi

Il decreto sull’equipollenza dei titoli pregressi ai Diplomi Universitari vede, non del tutto condivisa, per i fisioterapisti l’equipollenza automatica di circa 500 massofisioterapisti che si sono diplomati in corsi triennali dopo la scuola media superiore in base alla legge 403 del 1971. purtroppo però non tutte le Regioni si sono adeguate a quanto disposto in materia dalla legge 502/92 che prevedeva la soppressione di tali scuole dal primo gennaio 1996 e hanno continuato a formare massofisioterapisti mantenendo in essere un pericoloso doppio canale formativo che ora per legge poteva essere riconosciuto equipollente al D U di fisioterapista. A fare chiarezza e a dare un brusco risveglio dai sogni, è venuta una risposta del Governo ad una interrogazione parlamentare firmata dai Senatori Rebol, Lavagnini,Zilio,  Monticone,  Montanino e Rescaglio. In sostanza il Governo si dice al corrente che le Regioni Umbria, Marche e Puglia, gli interroganti aggiungevano anche la Lombardia ,per casi nel bresciano e nel bergamasco, e il Piemonte,per una scuola della Croce Rossa,  hanno attivato corsi “contra legem”  e di conseguenza, i titoli che saranno rilasciati sono da considerarsi irrilevanti ai fini della prescritta abilitazione professionale. In conclusione tali titoli, recita la risposta del Governo, sia quelli eventualmente conseguiti al presente, sia gli altri in via di conseguimento, NON SONO TITOLI ABILITANTI E VALIDI quindi nemmeno equipollenti; ma, aggiungo io, se il Governo sapeva perché ha permesso e continua a permettere che vengano conseguiti inutili pezzi di carta illudendo gli studenti e le loro famiglie che in buona fede si affidano a queste scuole;  una di queste pare abbia addirittura  contratto un mutuo di quaranta milioni per far studiare i figli.  Non c’è complicità in questo? Una di queste scuole un paio di anni fa aveva addirittura diffidato Dario Roat, presidente della federazione naz. coll. dei massofisioterapisti, dall’interessarsi al loro operato. Forse si tratta della stessa che, nel tentativo di aprire una sede di D.U. di fisioterapia privato, si dice al modico costo di 50 milioni, pare abbia qualche grana giudiziaria con una università romana. ( Senato interrogazione n° 412794 – luglio 2000)

Gianni Melotti Fisioterapista e giornalista

…” dall’altro, il mutamento della stessa natura del massofisioterapista, da professione sanitaria ad operatore di interesse sanitario, assieme all’abrogazione di una parte significativa del quadro normativo evocato dal ricorrente (d.m. 7 settembre 1976 e d.m. 17 febbraio 1997, n, 105), con la complessiva conseguenza del superamento della stessa previsione del d.m. 10 luglio 1998 per i fini invocati dal Comitato che oggi agisce in giudizio.

In definitiva, con riguardo a tale ultimo profilo, deve anche ritenersi insussistente – a prescindere da ogni ulteriore considerazione – una norma di legge che costituisca un obbligo di provvedere in capo all’Amministrazione evocata in giudizio.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo in favore del Ministero intimato, mentre possono essere compensate con l’interveniente.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Terza Quater), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo dichiara inammissibile e condanna il Comitato Europeo Massofisioterapisti a rifondere al Ministero della salute le spese di giudizio che liquida in complessivi € 2.000,00 (duemila), compensandole invece con l’interventore.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa”.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 4 aprile 2017

Tar Lazio

Riabilitazione info

Detrazione spese sostenute per le prestazioni sanitarie

Le spese sostenute per le prestazioni sanitarie rese alla persona dalle figure professionali elencate nel DM 29 marzo 2001, sono detraibili anch’esse senza necessità di una specifica prescrizione medica (ad esempio fisioterapista, dietista). La prescrizione medica non viene richiesta nell’ottica di semplificare gli adempimenti fiscali per i contribuenti, ma ciò non implica, né sul piano normativo né sul piano del concreto esercizio delle professioni sanitarie, alcuna legittimazione allo svolgimento di attività sanitarie in difformità alle disposizioni legislative e regolamentari che le disciplinano. Ai fini della detrazione, il contribuente deve essere in possesso di un documento di certificazione del corrispettivo rilasciato dal professionista sanitario dal quale risulti la figura professionale che ha reso la prestazione e la descrizione della prestazione sanitaria resa. Le prestazioni del massofisioterapista sono detraibili solo se rese da soggetti che hanno conseguito entro il 17 marzo 1999 il diploma di formazione triennale. La detrazione spetta a condizione che nel documento di spesa, oltre alla descrizione della figura professionale e della prestazione resa, sia SPESE SANITARIE Pag. 28 attestato il possesso del diploma a tale data (Circolare 24.04.2015 n. 17, risposta 1.1). Le prestazioni rese da massofisioterapisti che hanno conseguito il diploma successivamente a tale data non sono detraibili, neanche in presenza di una specifica prescrizione medica.

Circolare Agenzia delle entrate 2017

Il consenso informato non si limita a elencazione di complicanze

Il consenso informato non deve limitarsi ad una elencazione di possibili complicanze, ma da un lato deve spiegarne il significato e dall’altro deve indicare se le stesse siano più o meno probabili in relazione alle concrete condizioni fisiche della paziente. Si tratta, infatti, non di fornire informazioni che potrebbero essere tratte da una pagina di un qualsiasi testo, ma di spiegare al paziente, in relazione alle sue concrete condizioni ed alle caratteristiche della sua patologia il tipo di intervento, i possibili effetti positivi e negativi, i possibili rischi determinati non solo sulla base della generica ricorrenza statistica ma adattati alle sue concrete condizioni fisiche, il tutto spiegato con termini chiari che consentano al paziente di capire, e nel caso che sia redatto un modulo scritto, che consentano al giudicante di ricostruire se quanto prospettato era effettivamente quando doveva essere detto e se ciò che è stato detto corrispondeva alla migliore scienza medica del momento. (Avv. Ennio Grassini)

La fisioterapista cazzara!

Ennesima truffa ai danni del cittadino scoperta dalle IENE, si spacciava per fisioterapista ma non lo era. Rammentiamo essere la laurea in fisioterapia l’unico titolo abilitante la professione sanitaria di fisioterapista, chiedine la visione al tuo terapeuta, chi te la nega è un abusivo senza scrupoli che mette a repentaglio la tua salute.

Le iene

All’Università di Foggia tornano le regole!

Dopo le sollecitazioni dell’AIFI, il MIUR ha infatti scritto all’ateneo una lettera con la quale si intima all’università di Foggia “di provvedere il più presto al ritiro del provvedimento”.

Il provvedimento consentiva l’accesso al terzo anno di fisioterapia senza aver superato il test di ammissione. Si ringrazia il direttore della Direzione generale per lo studente, lo sviluppo e l’internazionalizzazione della formazione superiore , nella persona della Dott.ssa Maria Letizia Melina, per quanto fatto. Si ringrazia unitamente il Ministero della Salute, che appropriatamente pone fine a una questione che rischiava di fare saltare il sistema dell’accesso programmato ai corsi di Laurea delle professioni sanitarie.

Bisogna, adesso, andare avanti e porre fine ad altre situazioni sconcertanti come quella di Palermo, segnalataci dagli stessi studenti, e quella di Catanzaro che ha accolto direttamente le richieste di iscrizione di 14 massofisioterapisti al corso di laurea in fisioterapia. Sperando di sanare al più presto anche queste vicende, AIFI considera questo un risultato importante che rende giustizia a quanto ha sostenuto per ristabilire regole certe.

Aifi

Protocollo Miur

Non può essere negata l’autorizzazione all’ampliamento dell’ambulatorio privato

Il rilascio dell’autorizzazione per le imprese in regime privatistico deve prescindere dall’accreditamento e dal fabbisogno complessivo, perché altrimenti ragionando si realizzerebbe uno strumento ablatorio delle prerogative dei soggetti che intendano offrire, in regime privatistico (vale a dire senza rimborsi o sovvenzioni a carico della spesa pubblica, e con corrispettivi a carico unicamente degli utenti), mezzi e strumenti di diagnosi, di cura e di assistenza sul territorio.

L’art. 8 ter del D.Lgs. n. 502 del 1992 e successive modificazioni, infatti, pur ponendo il rilascio dell’autorizzazione di cui è controversia in “rapporto al fabbisogno complessivo e alla localizzazione delle strutture presenti in ambito regionale, anche al fine di meglio garantire l’accessibilità ai servizi e valorizzare le aree di insediamento prioritario di nuove strutture” non condiziona l’espansione del diritto del privato che vuole fornire la prestazioni sanitarie, all’esistenza a monte di un apposito strumento pianificatorio che verifichi le anzidette esigenze.

Diritto sanitario

Rsa, per i malati di Alzheimer la retta è a carico del Ssn

di Francesco Machina Grifeo

 

Secondo il giudice della Prima sezione civile, infatti, in base alla riforma sanitaria del 1978 tutti i cittadini hanno diritto alla erogazione gratuita delle prestazioni di carattere sanitario. Mentre l’articolo 30 della legge n. 730 del 1983 dispone anche che «sono a carico del fondo sanitario nazionale gli oneri delle attività di rilievo sanitario connesse con quelle socio assistenziali». La Cassazione, infatti, prosegue la sentenza, ha sempre interpretato tale norma in senso letterale, ritenendo che gli oneri delle attività di rilievo sanitario connesse con quelle assistenziali siano a carico del fondo sanitario. In sostanza, «la norma ha assegnato preminente rilievo alla natura sanitaria (di parte) delle prestazioni erogate, tale da assorbire anche le prestazioni meramente di assistenza e di supporto».Con la sentenza n. 4558 del 2012 i giudici di legittimità hanno esplcitamente sancito che «l’attività prestata in favore di soggetto gravemente affetto da morbo di Alzheimer ricoverato in istituto di cura è qualificabile come attività sanitaria, quindi di competenza del Ssn, non essendo possibile determinare le quote di natura sanitaria e detrarle da quelle di natura assistenziale, stante la loro stretta correlazione, con netta prevalenza delle prime sulle seconde, in quanto comunque dirette alla tutela della salute del cittadino». Da ciò, «ne consegue la non recuperabilità, mediante azione di rivalsa a carico dei parenti del paziente, delle prestazioni di natura assistenziale erogate dal Comune». Una posizione ribadita dalla Cassazione nel 2016 (n. 22776) quando ha affermato che «nel caso in cui oltre alle prestazioni socio-assistenziali siano erogate prestazioni sanitarie, tale attività, in quanto diretta in via prevalente alla tutela della salute, va considerata comunque di rilievo sanitario e, pertanto di competenza del S.S.N».

Così ricostruita la normativa, il Tribunale esamina le condizioni della paziente affetta dal morbo di Alzheimer dal 2003, giunto ad uno stadio «molto grave» nel 2013. La donna dunque «non aveva alcuna autonomia personale», non deambulava né mangiava da sola ed era affetta da piaghe da decubito. Per cui necessitava di un «continuo monitoraggio e di frequente assistenza infermieristica» e doveva essere «mossa spesso». Da tutto ciò, prosegue la sentenza, «si desume che quelle prestate dalla casa di Cura erano prestazioni di carattere prevalentemente sanitario» e come tali «a carico del servizio sanitario». Infine il tribunale ha dichiarato la nullità dell’impegno a pagare la retta giornaliera sottoscritto dalla figlia, e la restituzione degli oltre 2mila euro già versati.

Secondo l’Avvocato Giovanni Franchi che ha difeso gli intimati: «La maggioranza delle RSA continua a chiedere al malato o ai familiari il pagamento di una retta per le prestazioni assistenziali. Ed i Comuni, cui queste strutture se pubbliche fanno capo, continuano quindi a rivalersi, spesso dopo il decesso del paziente, domandando in un’unica soluzione le rette, per ingenti somme di denaro». «Sono, invece, i malati o i loro eredi – conclude Franchi – che hanno pagato per loro, a poter chiedere la restituzione di quanto corrisposto. E la sentenza ottenuta a Monza lo conferma».

Il sole 24 ore

Aifi: “Patologia per patologia, le (non) evidenze scientifiche dell’osteopatia”

ROMA – ‘Inesattezze, imprecisioni, affermazioni non supportate da adeguati riferimenti’: sulle presunte evidenze scientifiche dell’osteopatia serve ancora una volta fare chiarezza. E’ la posizione dell’Aifi, l’Associazione italiana fisioterapisti, sulla questione del riconoscimento dell’osteopatia come professione sanitaria. ‘Una tesi che non trova riscontro nei documenti dell’Oms’, spiega Davide Albertoni, consigliere nazionale Aifi con delega alla Promozione della cultura in fisioterapia e referente Gis. ‘Mi dispiace notare che il dibattito sull’osteopatia abbia raggiunto bassi livelli con accuse reciproche tra diversi professionisti. In realtà non c’è alcuna guerra da parte di Aifi contro osteopati o associazioni di esse, ma semplicemente la volontà di verificare le fonti ciò che viene sostenuto ed eventualmente rettificare affermazioni false e/o tendenziose. Recentemente, per esempio, molte testate giornalistiche sono uscite con la notizia dei 10 milioni di italiani che scelgono l’osteopatia (!), sicuramente di impatto, ma ci si è dimenticati di ricordare che questa indagine è stata commissionata dal Roi stesso, e che il campione degli intervistati era di 800 persone, delle quali 1 su 5 si è rivolta, almeno una volta all’osteopata. Quindi 160 persone, che si sono rivolte all’osteopata almeno una volta, sarebbero rappresentative di una scelta di 10 milioni di italiani? Personalmente mi sembra un’affermazione vagamente tendenziosa e quantomeno discutibile’. ‘Ma mi lascia ancora più perplesso- continua- il fatto che una categoria che ambisce a diventare professione sanitaria, ed entrare nell’ambito scientifico, cerchi conferma al proprio riconoscimento nell’opinione pubblica, o nel sostegno da parte di personaggi famosi e gradimento della popolazione generale. Perché cercare credito nella popolazione invece di portare evidenze scientifiche di efficacia e della peculiarità del proprio intervento? Questo purtroppo è tipico delle medicine non convenzionali, che si fanno forti dei numeri ma non hanno sostegno scientifico (vedi omeopatia). Vogliamo parlare del fatto che il numero di italiani che almeno una volta in un anno si sono rivolti a maghi e cartomanti, è passato da 10 milioni nel 2006 a 13 milioni calcolati a fine 2013, con un aumento del 30% in 7 anni (Codacons)? Non voglio mancare di rispetto a nessuno, ma davvero l’aumento della domanda da parte della popolazione generale può essere presa come conferma della validità di una pratica?’ ‘Nell’ambito scientifico- prosegue- ci si occupa di altro, ci si occupa di evidenze. Certo, le varie associazioni di osteopati parlano frequentemente di una grande mole di letteratura scientifica che dimostra chiaramente l’efficacia di dell’osteopatia in svariate patologie, ma nessuno supporta tali affermazioni con riferimenti adeguati. E’ quindi opportuno presentare i risultati delle diverse revisioni sistematiche sull’efficacia del trattamento osteopatico, in modo da valutare la mole di pubblicazioni scientifiche e la qualità delle stesse. Invece di citare qualche articolo singolo, di dubbia validità scientifica, è infatti necessario esaminare le revisioni sistematiche di tutti gli articoli esistenti, inclusi quelli con risultati negativi, ed è possibile presentare i dati suddivisi per patologia’.

– PATOLOGIE CRONICHE –
Una recente revisione sistematica di Cicchitti (2015), ha analizzato gli effetti dell’osteopatia sulle Malattie Infiammatorie Croniche (CID): Asma, Bronco-Pneumopatia Cronico-Ostruttiva (BPCO), Malattia Arteriosa Periferica, Sindrome del Colon Irritabile, Artrite. I risultati sono elencati nei seguenti paragrafi, insieme ad altre revisioni.

– ASMA –
Un solo studio randomizzato e controllato (RCT) ha dimostrato che il trattamento osteopatico determinava un aumento della ventilazione e del picco espiratorio in pazienti asmatici immediatamente dopo il trattamento (Guiney, 2005) mentre un secondo studio (Bockenhauer, 2002) che ha misurato l’effetto a distanza di 15 minuti dal trattamento, non ha registrato alcun miglioramento statisticamente significativo rispetto ad un trattamento simulato. Con questi dati, l’efficacia del trattamento è nullo, oppure, se presente, avrebbe un’efficacia limitata a qualche minuto. Nessuna efficacia nemmeno per l’approccio chiropratico (Balon, 1998).

– BRONCO-PNEUMOPATIA CRONICO-OSTRUTTIVA (BPCO) –
Ci sono solo 3 studi (Noll, 2008 e 2009; Zanotti, 2012) che analizzano l’efficacia del trattamento osteopatico nella BPCO: i due RCT di Noll mostrano in realtà un peggioramento della funzionalità polmonare dopo trattamento osteopatico rispetto al gruppo di controllo, mentre lo studio pilota di Zanotti è il primo che mostra una certa efficacia del trattamento osteopatico sulla funzionalità polmonare, ma in aggiunta alla riabilitazione respiratoria. Cicchitti (2015) ha quindi condotto una meta-analisi su questi tre studi per valutare l’efficacia di ogni tecnica rispetto al gruppo di controllo, ma i risultati non dimostrano alcuna efficacia statisticamente significativa per nessuna delle tecniche utilizzate.

– MALATTIA ARTERIOSA PERIFERICA –
E’ stato pubblicato un solo studio che analizza l’effetto di 6 mesi di trattamento osteopatico sull’arteriopatia periferica (Lombardini, 2009), e che non mostra alcun efficacia a 2 e 4 mesi, mentre è presente lieve miglioramento dei parametri analizzati a 6 mesi. Lo studio è controllato ma non randomizzato e non presenta analisi di ampiezza dell’effetto.

– SINDROME DEL COLON IRRITABILE –
Una revisione sistematica di Muller (2014) ha analizzato 5 studi controllati e randomizzati dell’approccio osteopatico nella sindrome del colon irritabile mostrando una certa efficacia sul dolore, costipazione e funzionalità intestinale nel breve periodo. L’autore conclude che ci sono evidenze preliminari sulla possibile efficacia del trattamento osteopatico ma si richiede cautela nell’interpretazione dei risultati dato lo scarso numero di studi e la ridotta dimensione dei campioni analizzati.

– ARTRITE –
Sull’artrite è stato pubblicato un solo studio (Hallas, 1997) sull’efficacia del trattamento osteopatico, ma è relativo ad artrite indotta artificialmente nei topi. Il trattamento mostra una certa efficacia, ma essendo un unico studio solo su animali, le informazioni non sono sufficienti per sostenere l’efficacia o inefficacia dell’eventuale trattamento sugli essere umani.

– PATOLOGIE GINECOLOGICHE ED OSTETRICHE –
Una revisione di Ruffini (2016) ha analizzato 24 studi sull’efficacia dell’approccio osteopatico nelle patologie ginecologiche ed ostetriche. Il 50% degli studi non aveva un gruppo di controllo, il trattamento di controllo era variabile e l’assegnazione non sempre randomizzata, la durata dei trattamenti variabile, le tecniche osteopatiche utilizzate differenti, gli effetti collaterali spesso non riportati. Sebbene siano riportati alcuni effetti positivi, l’autore conclude che la scarsità degli studi, l’importante eterogeneità e l’elevato rischio di errori sistematici (bias) impedisce di dare qualsiasi indicazione sull’efficacia sull’effetto del trattamento osteopatico.

– PATOLOGIE DEL TRATTO URINARIO –
La revisione di Franke (2013) ha valutato l’efficacia del trattamento osteopatico nei pazienti con problematiche del tratto urinario inferiore ed ha osservato dei risultati positivi rispetto a nessun trattamento, mentre a confronto con altri approcci convenzionali, non mostrava nessuna differenza. Gli studi erano molto eterogenei ma mostrano iniziali evidenze di efficacia, anche se servono ulteriori studi con campioni più ampi e procedure standardizzate nel gruppo di controllo.

– PATOLOGIE PEDIATRICHE –
La revisione sistematica di Posadzki (2013) ha analizzato 17 studi sull’efficacia dell’approccio osteopatico nelle patologie pediatriche. La qualità delle pubblicazioni era molto scarsa con elevato rischio di errori sistematici in diversi parametri e informazioni non riportate: in generale gli studi con campioni più piccoli ed elevato rischio di errore supportavano l’efficacia del trattamento osteopatico mentre gli studi con maggiori pazienti e ridotti rischi di errore non dimostravano alcuna efficacia. L’autore conclude quindi che l’efficacia dell’approccio osteopatico non è dimostrato, che sono necessari ulteriori RCT di buona qualità per rispondere a molti quesiti aperti sull’efficacia di queste tecniche. Un’altra revisione sistematica di Poder (2013) sull’efficacia delle terapie complementari ed alternative nei pazienti pediatrici evidenzia una possibile, anche se preliminare, efficacia dell’ipnosi, musicoterapia ed arteterapia, mentre le evidenze a supporto di agopuntura, chiropratica ed osteopatia sono insufficienti.
La revisione Cochrane di Dobson (2012) ha valutato l’efficacia dell’osteopatia e chiropratica nelle coliche infantili, ma anche questa revisione è inconcludente, visto che gli studi sono solo 6, di scarsa qualità metodologica, e a rischio di errore sistematico.

– OTITE MEDIA –
Una revisione sistematica di Marom (2015) sull’efficacia della Medicina Complementare ed Alternativa (CAM) nell’otite media, relativamente all’osteopatia osserva che sono stati riportati effetti positivi, ma con circa un quarto dei pazienti persi alla valutazione a distanza, rendendo questi risultati molto discutibili. Altri studi inclusi nella revisione mostravano scarsa qualità metodologica, elevati rischi di errori sistematici ed elevato numero di pazienti persi alla valutazione a distanza.

– TERAPIA CRANIOSACRALE –
Una revisione sistematica di Jakel (2011) ha analizzato tutti gli studi sull’efficacia della terapia craniosacrale in varie patologie. Gli studi sono solo 8 e i dati sono troppo eterogenei ed insufficienti per valutarne la reale efficacia. Ricordiamo, inoltre, che della terapia craniosacrale non è ancora stata dimostrata la plausibilità e che nella comunità scientifica viene frequentemente considerata “ciarlataneria”.

– DOLORI MUSCOLOSCHELETRICI –
La revisione sistematica di Posadzki (2011) ha valutato l’efficacia dell’osteopatia nei dolori muscoloscheletrici, identificando 16 studi randomizzati e controllati (RCT): 5 mostravano efficacia del trattamento osteopatico nella riduzione del dolore mente 11 non mostravano alcuna efficacia. L’autore conclude che i dati ottenuti non supportano chiare evidenze di efficacia per questo approccio.

– LOMBALGIA –
Ci sono tre revisioni sull’intervento osteopatico nella lombalgia, una di Licciardone (2005), che viene considerata ad alto rischio di bias (errore sistematico) direttamente da una seconda revisione di Franke (2014), per cui è scarsamente affidabile. Mentre il lavoro di Franke (2014) indica che ci sono alcune prove di efficacia di buona qualità che tecniche di terapia manuale, effettuate da osteopati, siano utili nella lombalgia persistente. Un’altra revisione di Orrock (2013) valuta l’efficacia nella lombalgia cronica, ma evidenzia la presenza solo di due studi: uno non mostra alcuna efficacia, e l’altro efficacia paragonabile ad altri approcci convenzionali. Tutti gli autori affermano che sono necessari ulteriori studi, con campioni più ampi, di alta qualità e con confronti robusti tra i gruppi di trattamento.

– VALIDITÀ DEL PLACEBO NEI TRIAL DI OSTEOPATIA –
Una recente revisione di Cerritelli (2016) analizza la tipologia di placebo utilizzata nei gruppi di controllo degli studi di efficacia dei trattamenti osteopatici, ed evidenzia un’elevata eterogeneità tra i placebo utilizzati negli studi, alcuni manuali ed altri nonmanuali, senza chiara analisi delle differenze intra ed intergruppi. Sulla base di queste osservazioni, gli autori suggeriscono prudenza nel leggere ed interpretare i risultati dei trial clinici randomizzati in osteopatia. Dovrebbero essere quindi prodotte delle linee guida per individuare placebo affidabili allo scopo di aumentare la validità interna ed esterna degli studi. ‘Questa panoramica sulle evidenze in osteopatia- riprende Davide Albertoni, consigliere nazionale Aifi con delega alla promozione della cultura in fisioterapia e referente Gis- mostra che in realtà gli studi sull’efficacia di tale approccio sono pochi, molto eterogenei, di scarsa qualità metodologica, con placebo non adeguati, e i cui risultati spesso non mostrano alcuna efficacia. Siamo quindi lontanissimi dai proclami sull’evidente efficacia dell’osteopatia in svariati problemi di salute, e nonostante gli oltre 100 anni di storia, l’osteopatia ha ancora una letteratura scientifica molto limitata e non è nemmeno riuscita a dimostrare i suoi principi fondamentali. Le procedure diagnostiche, infatti, sono basate esclusivamente sulla valutazione manuale che è stato ampiamente dimostrato essere inaffidabile. Questo non significa che le tecniche osteopatiche siano inutili o completamente inefficaci: qualche preliminare evidenza di efficacia in alcune patologie esiste, ma non è ancora chiaro quali tecniche siano affidabili, utili, oppure completamente inutili o dannose, così come non è chiara l’entità della loro eventuale efficacia. Mancano l’analisi delle Minime Differenze Clinicamente Significative (MCID), di follow-up a distanze ragionevoli, un confronto con altri approcci specifici, studi randomizzati e controllati più robusti e revisioni sistematiche su tanti altri distretti corporei e patologie’. ‘Per condurre ulteriori ricerche- conclude- e ottenere ulteriori prove di efficacia, garantendo allo stesso tempo la sicurezza dei cittadini, è quindi più appropriato che l’osteopatia sia praticata dalle esistenti professioni sanitarie, che lavorano in ospedali e cliniche, che hanno una formazione in medicina convenzionale, riconosciuta dallo Stato, e che sono in possesso delle competenze per poter valutare l’efficacia e i rischi degli approcci non convenzionali rispetto a quelli convenzionali. Istituire invece una nuova professione sanitaria, in medicina non convenzionale, con scarse prove di efficacia, una limitata letteratura scientifica a supporto, formazioni prevalentemente private e gestite da società a scopo di lucro, e pensare persino di equiparare tutte queste formazioni non controllate dallo Stato, ad una laurea universitaria abilitante a curare le persone con disabilità, è una scelta molto, troppo discutibile’.

Dire.it

Obbligo di verifica sui titoli dei collaboratori: abuso della professione

Risponde a titolo di concorso nel delitto di cui all’art. 348 c.p., chiunque consenta o agevoli lo svolgimento da parte di persona non autorizzata di attività professionale per cui è richiesta una specifica abilitazione dello Stato Il responsabile di uno studio medico per la peculiarità della funzione posta a tutela di un bene primario ha l’obbligo di verificare, in via prioritaria, il possesso dei titoli formali dei suoi collaboratori, curando che in relazione ai detti titoli essi svolgano l’attività per cui essi risultano abilitati. Dalla natura di norma penale in bianco dell’art. 348 c.p. deriva che l’ignoranza dei limiti di attività autorizzati dalla legge, in relazione al titolo professionale conseguito, corrisponde ad ignoranza della legge penale, inescusabile per colui il quale, come il titolare, aveva un onere specifico di informazione, oltre che una particolare e specifica preparazione professionale.

Cassazione, per il colpo di frusta basta l’esame medico 

La radiografia non è necessaria: Il cambio di rotta giurisprudenziale sul risarcimento del danno da microlesioni

L’esame medico basta per risarcire le microlesioni, parola di Cassazione. Infatti, con la pronuncia numero 18773/2016  la Suprema Corte ha operato un deciso cambio di rotta rispetto agli orientamenti assunti negli ultimi anni in merito al risarcimento del danno derivante da lesioni che determinano un danno biologico sino al 9%, affermando che non sempre la diagnosi strumentale è necessaria.

È il medico legale, piuttosto, che in sede di accertamento è libero di individuare di quali strumenti ha bisogno per valutare un danno e di utilizzare, quindi, strumenti anche diversi dai soli referti per immagini.

Il dibattito in parola è sorto a seguito dell’emanazione del decreto legge n. 1/2012 con il quale si è stabilita la risarcibilità del danno permanente solo in presenza di un “accertamento clinico strumentale obiettivo”, ovverosia, come chiarito dalla Corte costituzionale con la sentenza numero 235/2014 e con l’ordinanza numero 242/2015, di un documento diagnostico per immagini.

Tale condizione e l’interpretazione che ne è stata data dalla Consulta (oltre che ovviamente da quasi tutte le Compagnie di assicurazione), tuttavia, sono state sin da subito criticate dalla dottrina sulla base di argomentazioni tutt’altro che banali. Si pensi ad esempio alla sorte di una donna in gravidanza che, impossibilitata a sottoporsi a radiografia, non potrebbe mai essere risarcita.

La nuova posizione della Cassazione si pone proprio sulla scia delle perplessità sollevate negli anni e le abbraccia, rafforzando il ruolo del medico e la sua abilità di comprendere in quali casi la diagnosi strumentale non può essere evitata.

I giudici, più precisamente, hanno affermato che l’articolo 32, comma 3-ter e 3-quater, del decreto legge n. 1/2012, va letto “in correlazione alla necessità (da sempre viva in siffatto specifico ambito risarcitorio), predicata dagli artt. 138 e 139 cod. ass. (che, a tal riguardo, hanno recepito quanto già presente nel “diritto vivente”), che il danno biologico sia “suscettibile di accertamento medico-legale”, esplicando entrambe le norme (senza differenze sostanziali tra loro) i criteri scientifici di accertamento e valutazione del danno biologico tipici della medicina-legale (ossia il visivo-clinico-strumentale, non gerarchicamente ordinati tra loro, né unitariamente intesi, ma da utilizzarsi secondo le leges artis), siccome conducenti ad una “obiettività” dell’accertamento stesso, che riguardi sia le lesioni, che i relativi postumi (se esistenti)”. Il cambio di rotta posto in essere dalla Cassazione trova un parziale avallo anche in un’altra pronuncia del 2016, la numero 769 del Giudice di Pace di Venezia, con la quale tale ufficio ha sancito che le Compagnie, se un danneggiato produce referti medici e radiografie, non possono pretendere altri accertamenti strumentali come condizione per un congruo risarcimento, altrimenti non sfuggono alla segnalazione all’Ivass

fonte: studio Cataldi

L’equipollenza tra titoli di studio non può essere stabilita dal Giudice

Non è ammissibile ritenere sussistente l’equipollenza tra titoli sulla base di una sorta di “proprietà transitiva” o di equipollenza derivata senza che il suddetto interscambio tra l’una e l’altra specializzazione comporti una “vanificazione” della stessa normativa in tema di equipollenza ed affinità Considerato il carattere eccezionale delle norme che stabiliscono l’equipollenza dei titoli di studio, deve essere esclusa la possibilità che queste siano suscettibili di interpretazione analogica atteso che sia per ritenere un titolo di studio assorbente rispetto ad un altro, o perché quest’altro sia propedeutico rispetto al primo o perché il primo tratti delle stesse, fondamentali materie dell’altro, ma in maniera più approfondita, sia per ritenere l’equipollenza fra più titoli di studio, occorre un atto normativo; l’equipollenza fra titoli di studio può essere infatti stabilita solo dalle norme, primarie o secondarie e non, invece, ad opera dell’Amministrazione o del giudice, in base a valutazioni sull’ampiezza degli esami sostenuti o sull’eventuale assorbenza di un titolo rispetto ad un altro.

Diritto sanitario

L’AIFI chiede l’annullamento all’Università di Foggia di un bando per l’iscrizione dei Massofisioterapisti al III anno del C.L. in Fisioterapia

L’Università di Foggia ha emesso un bando per ammettere i massofisioterapisti al terzo anno di Fisioterapia. Si sono iscritti in quasi 200. AIFI ha prontamente chiesto l’annullamento in autotutela del bando investendo del problema anche i Ministeri della Salute e MIUR per un loro intervento immediato.

In seguito a un decreto di urgenza dell’Università di Foggia, a ridosso di Natale si è stabilito di accogliere le domande di iscrizione diretta al III^ anno del corso di laurea in Fisioterapia da parte dei possessori del diploma di Massofisioterapista triennale che avessero effettuato i relativi versamenti entro il 30 dicembre u.s.

AIFI ne ha richiesto l’annullamento in quanto considera tale atto illegittimo ritenendo il titolo di Massofisioterapista non equipollente a quello in Fisioterapia; cade così il presupposto che consentirebbe di fare iscrivere all’università persone con titolo rilasciato da una scuola cui si accede con la scuola media inferiore.

AIFI ha fatto presente che non è possibile accedere al C.L. in Fisioterapia senza superare i test di accesso e ha richiamato la recente sentenza del TAR dove di afferma che “sancire l’equipollenza determinerebbe l’inaccettabile conclusione di legittimare un duplice canale di accesso alla medesima professione e alla formazione post base da parte di soggetti che hanno seguito percorsi formativi del tutto incomparabili con un ingiustificato privilegio in favore di coloro che hanno seguito i corsi del vecchio ordinamento”.

L’Università di Foggia ha risposto all’atto di diffida di AIFI ribadendo la legittimità del loro atto e a questo punto, AIFI ha scritto agli Organismi Ministeriali competenti del MIUR e del Ministero della Salute affinché prendessero delle iniziative immediate per fermare questa situazione.

Vi terremo informati del seguito della vicenda e dei passi successivi che metteremo in atto.

Aifi

Fibrolisi Diacutanea originale Kurt Ekman

ULTIMI POSTI DISPONIBILI

Corso miofibrolisi

 

Approccio al dolore vertebrale: Parma, Pescara, Napoli.

L’obiettivo del corso è fare acquisire una visione globale in merito alle cause del dolore vertebrale e del più moderno approccio secondo la medicina basata sulle prove di efficacia. Durante il corso saranno dimostrate tecniche di mobilizzazione, trazione, manipolazione e trattamento dei tessuti molli. Sarà fatta una panoramica sulla medicina manuale e ortopedica per poi passare alle tecniche di terapia manuale più efficaci e riconosciute. Il corso non ha la pretesa di essere esauriente in ogni singola metodica ed ovviamente rimanda a corsi specifici, tuttavia è certamente possibile comprendere quali corsi siano effettivamente indispensabili per una formazione che ogni fisioterapista che vorrà specializzarsi nella terapia manuale dovrà necessariamente frequentare, letture consigliate e molto altro. Un primo step che eviterà di certo scelte errate e dunque dispersione di tempo ed energie.

Approccio al dolore vertebrale

Aifi (Fisioterapisti): «Dal Registro Osteopati Italiani affermazioni false, intervenga il Ministero»

«Sorpresi e dispiaciuti». Così i fisioterapisti dell’Aifi nel constatare come il Registro degli Osteopati d’Italia (Roi) attribuisca la colpa del ritardo dell’approvazione del Ddl Lorenzin proprio ai fisioterapisti, «invece sempre stati in prima linea per chiederne l’accelerazione accanto alle professioni sanitarie». Infatti, spiega il presidente Aifi, Mauro Tavarnelli, «contrariamente a quanto sostenuto dal Roi, i fisioterapisti sono molto preoccupati della salute degli italiani e proprio per questo motivo siamo intervenuti nel dibattito sul riconoscimento dell’osteopatia, ovvero per correggere le affermazioni false o tendenziose dei vari osteopati».

In particolare, «ricordo alla presidente Paola Sciomachen che l’esistenza di linee guida del trattamento osteopatico non documenta affatto l’efficacia di una terapia, ma elenca delle raccomandazioni che potrebbero anche non essere supportate da letteratura scientifica. Quindi- rincara Tavarnelli- si continua a parlare di grande efficacia dell’osteopatia ma non si presentano mai prove sufficienti a supporto di tali affermazioni». Riguardo alla continua citazione di dati Istat ed Eurispes sul presunto aumento dell’utilizzo delle medicine non convenzionali in Italia, in cui oggi viene classificata l’osteopatia, «faccio notare che puntualmente non viene fatto alcun riferimento ai dati Istat del 2013 che documentano invece un crollo del ricorso a queste tipologie di trattamento, attestandosi all’8,2% rispetto al 15,8% del 2000».

Per l’Aifi, inoltre, è «quantomeno discutibile l’affermazione di Sciomachen secondo la quale milioni di italiani stanno chiedendo il riconoscimento della figura dell’osteopata”. Infatti «una buona parte di osteopati italiani non concordano nemmeno con questa scelta di regolamentare questa professione come sanitaria e ci sono moltissimi fisioterapisti e medici con formazione in osteopatia che possono già utilizzare tale approccio senza avere bisogno di alcun riconoscimento e, soprattutto, senza esercitare abusivamente una professione sanitaria».

A questo proposito, aggiunge Tavarnelli, «sarebbe interessante chiedere alle rappresentanze dei medici e dei cittadini se condividono realmente le affermazioni del Roi».
Sarebbe quindi ininfluente, secondo l’Aifi, il riferimento ai Paesi dell’Unione europea dove l’osteopatia è già regolamentata (a maggio 2016 sono Finlandia, Francia, Islanda, Malta, Portogallo, Svizzera e Regno Unito – a Malta parliamo in tutto di due osteopati): si tratta di 7 su 28. Per Tavarnelli è «inaccettabile da parte del Roi porre l’osteopata alla stregua delle altre professioni sanitarie senza averne lo status giuridico. Situazione ben diversa è quella invece dei professionisti sanitari, come fisioterapisti e medici, che integrano questo approccio con la medicina convenzionale in scienza e coscienza, così come si dovrebbe fare con tutte le medicine non convenzionali».

A questo punto Aifi ritiene necessario un intervento dei preposti organismi istituzionali deputati al controllo e alla tutela della salute pubblica. «Devono agire con urgenza- sostiene con forza Tavarnelli- per impedire che in Italia persone senza un’abilitazione all’esercizio di professione sanitaria continuino a occuparsi della salute dei cittadini, definendo impropriamente l’osteopatia una professione ‘integrata con le altre, in un sistema di cura che vede la salute del paziente al centro di un lavoro interdisciplinare».

Infine, Tavarnelli puntualizza: «L’osteopatia è una medicina non convenzionale, non una professione, e ai cittadini che si rivolgono a questa tipologia di trattamento consiglio quindi di farlo, se lo ritengono opportuno, recandosi da coloro che professionisti sanitari lo sono davvero e che successivamente si sono formati nella materia, e non da persone che frequentano scuole private con programmi senza alcuna autorizzazione ministeriale».

Sanità 24

Ecm. Alla Stato Regioni l’Accordo che rinnova la Formazione continua in medicina. Le novità

Il provvedimento che sarà esaminato dai tecnici nei prossimi giorni nasce dalla necessità di dare uniformità alla disciplina del settore e dare una chiara ripartizione delle competenze amministrative tra Stato e Regioni. Attesi “Manuali” ad hoc stilati dalla Commissione nazionale che completeranno l’operazione di restyling. IL DOCUMENTO

Meno burocrazia, definizione chiara su chi deve fare cosa, uniformità su tutto il territorio nazionale dell’offerta formativa e della qualità dell’assistenza nell’interesse dei pazienti e della collettività. L’Educazione continua in medicina si rifà il look in 97 articoli che ne ridefiniscono i “connotati” a 12 anni dalla sua istituzione.

È stato trasmesso alla Conferenza Stato Regioni lo schema di Accordo sul documento “La formazione continua nel settore salute” che sarà discusso dai tecnici nei prossimi giorni per poi ricevere il via libera definitivo nella prima seduta utile. Un provvedimento che, sottolinea nella premessa il ministero della Salute, nasce da un lato dall’esigenza di “dare organicità alla disciplina del settore” e dall’altro dalla necessità di una “chiara ripartizione delle competenze amministrative tra Stato e Regioni per creare un sistema coerente di regolamentazione amministrativa che assicuri un uniforme miglioramento qualitativo dell’assistenza e della formazione continua su tutto il territorio nazionale”.

Le novità. Con l’Accordo, e con i “Manuali” ad hoc che completeranno l’operazione di restyling (saranno ultimati nelle prossime settimane dalla Commissione nazionale Ecm, ma possiamo anticipare alcuni contenuti), si snelliscono procedure e si eleva la qualità della formazione, rispondendo così alle istanze di provider e professionisti. Grazie al provvedimento, saranno alleggeriti alcuni degli obblighi dei provider nelle procedure di presentazione di documenti. Mentre ci saranno nuovi criteri per l’attribuzione dei crediti agli eventi (ad esempio, un’ora di formazione potrebbe ricevere maggiore credito rispetto all’attuale se i corsi avranno un numero di partecipanti inferiore a 100).

I professionisti potranno invece fare affidamento sul “Dossier formativo”, che andrà a regime con l’Accordo, e grazie la quale sarà possibile, per chi lo vorrà, transitare da una formazione basata solo sulla quantità dei crediti cumulati a quella sulla qualità dei crediti (saranno legati alla professione, alla disciplina e alla specializzazione esercitata dal professionista). In sostanza all’inizio di ogni triennio di formazione il professionista potrà costruire il proprio Dossier formativo indicando quali sono le specifiche necessità formative. Tutti gli eventi ai quali parteciperà saranno registrati dal sistema e verificati dal professionista che al termine del percorso riceverà dei bonus o meglio degli “sconti” sul numero dei crediti da totalizzare. Non solo, il Dossier sarà utile anche ai provider per poter capire quali sono le esigenze formative dei professionisti.

Ma entriamo nello specifico del provvedimento. Sono due i livelli su cui si giocherà la partita: nazionale e regionale. Questo per assicurare omogeneità sul territorio e una chiara definizione di compiti e ambiti di azione.

La governance del sistema sarà prerogativa della Commissione nazionale Ecm (presieduta dal ministro della Salute coadiuvato dal coordinatore della Commissione salute e dal Presidente Fnomceo) e alla quale spetta il compito di determinare standard minimi di qualità e molto altro ancora. La bibbia è il “Manuale nazionale di accreditamento per l’erogazione di eventi Ecm” che la Commissione sta portando a termine (dovrebbe arrivare entro il mese di febbraio) e che conterrà requisiti e regole alle quali attenersi per l’accreditamento dei provider e la disciplina degli eventi formativi. A supporto del Manuale nazionale ci saranno poi i “Manuali regionali di accreditamento per l’erogazione di eventi Ecm”, il “Manuale sulla formazionale continua del professionista sanitario” e quello per “le verifiche dei provider” che dovranno sempre essere approvate dalla Commissione.

Mentre l’attuazione amministrativa sarà in capo alle Regioni e alle Provincie autonome che dovranno programmare la formazione continua in base alle esigenze territoriali “assicurando il raggiungimento e promuovendo il miglioramento dei livelli di qualità formativa definiti quale standard minimo a livello nazionale”. Ma non solo, le Regioni potranno prevedere requisiti di accreditamento ulteriori rispetto agli standard minimi stabiliti nel “Manuale nazionale” purché “oggettivamente idonei a elevare la qualità dell’offerta formativa”.

A verificare che si rispettino le regole, si saranno l’Osservatorio nazionale Ecm e un Comitato di garanzia (che potranno, tra l’altro, anche effettuare visite direttamente nel luogo di svolgimento dell’evento formativo) – oltre alla Segreteria della Commissione nazionale – che a loro volta dovranno attenersi a quanto previsto nel “Manuale delle verifiche”. Anche le Regioni potranno istituire propri organi di verifica o in alternativa stipulare con Agenas accordi a titolo oneroso per lo svolgimento di attività di verifica. Ma sempre previa l’approvazione della Commissione nazionale.
Prevista infine una Consulta nazionale che darò alla Commissione nazionale pareri non vincolanti su questioni di carattere generale.

Le violazioni sono classificate e disciplinate in “molto gravi”, “gravi” e “lievi”. Al provider che incapperà in violazioni molto gravi verrà revocato l’accreditamento e dovrà rimanere in stand by per due anni prima di ripresentare istanza di accreditamento provvisorio. La violazione grave comporterà la temporanea sospensione dell’accreditamento (da un minimo di 15 giorni ad un massimo di un anno in caso di più violazioni). La “pena” per la la violazione lieve si limiterà ad un ammonimento.

I crediti formativi. I criteri per determinare il numero dei crediti da attribuire ai singoli eventi formativi saranno stabiliti nel “Manuale”; il numero dei crediti che i professionisti dovranno conseguire nel triennio formativo saranno stabiliti dalla Commissione nazionale e quelli continueranno a essere registrati in un’unica anagrafe nazionale gestita dal Cogeaps.

QS

Osteopatia e chiropratica: scienza o ciarlataneria?

Esistono una serie di pratiche che si basano sulla manipolazione di ossa, tessuti ed articolazioni per la cura di molte malattie.
Manipolare le ossa (non come un massaggio superficiale ma in maniera più profonda ed attiva) è un rimedio che esiste dalla notte dei tempi. In tutti i paesi esisteva l'”aggiustaossa“, il praticone che, grazie ad una serie di manovre (spesso dolorose) su ossa o articolazioni, prometteva guarigioni o miglioramenti ma, di fronte a qualche miglioramento (spesso casuale e non dovuto alle manipolazioni), c’erano anche tanti danni, a volte gravi. Nonostante il progresso abbia sostituito i “praticoni” con i medici (ortopedici e fisiatri, ad esempio) ed i fisioterapeuti, uniche figure che hanno compiuto un corso di studi di tipo scientifico, c’è (sempre per il nostro desiderio innato di “magia” che risolve tutto) chi richiede ancora le prestazioni di “terapeuti” improvvisati come gli “aggiustaossa” di una volta.
Con il tempo queste figure sono quasi scomparse e si sono diffuse altre figure, con pretesa di scientificità, che tramite l’uso di particolari tecniche, promettono la cura delle malattie.
Stiamo parlando dell’osteopatia e della chiropratica, due pratiche diverse e distinte ma che hanno in comune alcune caratteristiche.
Proviamo ad analizzarle.

Intanto bisogna dire che nessuna delle due pratiche ha base scientifica, sono considerate medicine alternative e non esiste un corso di studi ufficiale (una laurea o una specializzazione) per poterle praticare, non è obbligatorio essere medici per praticare queste discipline. Tutto è affidato a corsi privati di durata variabile, a tempo pieno o parziale, senza controllo, che rilasciano dei titoli che non hanno valore accademico o legale, l’accesso ai corsi è praticamente libero, può diventare osteopata qualsiasi persona senza particolari basi mediche nel suo curriculum, basta il diploma di scuola media superiore (o altri tipi, come una laurea in scienze motorie, ex ISEF). Questo vale per la nostra nazione mentre non è così negli Stati Uniti, dove l’osteopata è un medico (DO: doctor in osteopathy) che percorre tutto il corso di studi in medicina e poi si specializza in osteopatia che così diventa bagaglio integrante del suo lavoro di medico. In Italia è invece riconosciuta l’attività di chiropratico ma anche in questo caso non esistono corsi di laurea o specializzazione pubblici e riconosciuti, non esiste neanche un albo professionale. Di fronte a questa differenza se ne osserva un’altra interessante: mentre negli Stati Uniti l’osteopatia è una disciplina medica che però ha visto un calo costante di medici che la praticano e di richieste da parte dei pazienti, in Italia non vi è riconoscimento medico ma il numero degli osteopati è in aumento (le richieste abbastanza stabili). I numeri parlano di circa 40.000 osteopati negli USA e circa 5000 in Italia. Molto interessante anche sapere che una delle associazioni di categoria più note di osteopatia, sostiene che questa può essere definita come:

un sistema di cura che attraverso la valutazione, la diagnosi e il trattamento, può essere applicato ad una vasta varietà di condizioni cliniche

Come farebbe un diplomato alla scuola superiore che frequenta un corso privato a fare diagnosi, valutazione e terapia (sono atti medici), oltretutto manipolando ossa ed articolazioni delle persone è tutto da spiegare. Molti scambiano queste tecniche per normali pratiche di massaggio, cosa non vera. Non si tratta di massaggi “estetici” o “sportivi” ma di trattamenti più profondi, che coinvolgono muscoli, articolazioni e varie strutture sottocutanee e che, mediante queste manovre, pretendono di migliorare malattie o stati patologici che con le strutture citate non hanno collegamenti.
Osteopatia e chiropratica sono due discipline distinte, ho deciso comunque di unire in un unico post le due pratiche perché si tratta di varianti di tecniche di manipolazione osteo-articolare, muscolare e dei tessuti, partono da presupposti simili (le malattie provengono da anomalie dello scheletro o delle ossa e tessuti, teorie ottocentesche che non hanno mai avuto riscontro scientifico) ed hanno varianti numerosissime.Molte ricerche, inoltre, studiano gli effetti di queste pratiche riunendoli in un unico gruppo, quello delle “tecniche di manipolazione” ed è quindi difficile analizzarle singolarmente. Anche la terapia cranio-sacrale(usata spesso in neonati e bambini) o i vari tipi di “riallineamento” della colonna vertebrale, pescano a piene mani da queste teorie.
Detto questo, vediamo di cosa stiamo parlando.
OSTEOPATIA
Nata alla fine del 1800, inventata da un medico (Andrew Taylor Still, secondo il quale l’osso sarebbe l’origine di tutte le patologie), l’osteopatia si basa su concetti abbastanza vaghi come quello di considerare “il corpo un’entità unica” (perché, qualcuno pensa il contrario?) o che ha capacità di autoguarigione (ebbene sì, il sistema immunitario è stato scoperto da tempo) ed utilizza manipolazioni da parte dell’osteopata su ossa, muscoli, tessuti, articolazioni, la cui “anomalia” provocherebbe dei disturbi. Secondo l’osteopatia i disturbi causati dalle anomalie osteo-articolari non si limiterebbero ai dolori o alle contratture muscolari ma sarebbero estesi praticamente a tutto, dai disturbi intestinali, urinari, nervosi, fino a malattie croniche, questo perché (come sosteneva Andrew Still), le ossa “malposizionate” interrompevano il flusso sanguigno creando “turbolenze” ed anomalie agli altri organi. Sistemare la normale situazione ossea avrebbe ripristinato il flusso sanguigno corretto e quindi migliorato il disturbo.
Dice l’associazione britannica di osteopatia che questa disciplina:”si basa sul principio che il benessere di un individuo dipende dal fatto che scheletro, muscoli, legamenti e tessuto connettivo lavorino uniformemente insieme“Definizione riportata anche sul sito del servizio sanitario nazionale inglese. Altre definizioni (usate anche in Italia) parlano di procedure che favoriscono “l’autoregolazione” e “l’autoguarigione” del corpo.
Sempre secondo l’associazione inglese “l’osteopata lavora per ottenere l’equilibrio dell’organismo senza farmaci“.
Ecco invece come definisce l’osteopatia il presidente di un’associazione di osteopati italiana:

Il trattamento manipolativo osteopatico è l’applicazione terapeutica di tecniche manuali con l’obiettivo di migliorare le funzioni fisiologiche e/o di supportare l’omeostasi, che sono state alterate da una disfunzione somatica, definita come una funzione compromessa o alterata delle componenti relative del sistema somatico (struttura corporea): le strutture scheletriche, artrodiali e miofasciali con i relativi elementi vascolari, linfatici e neurali.

Si tratta dei concetti che ho spiegato ma spiegati con termini complicati (le “strutture miofasciali” sarebbero i muscoli con ciò che li circonda).
Come si vede le idee degli osteopati non sono strettamente “pseudoscientifiche” ma della pseudoscienza usano i termini che hanno anche una genericità evidente, parole come “equilibrio” o “autoguarigione”, senza una giusta definizione, sono spesso usati da guaritori e ciarlatani e gli osteopati ne fanno largo uso senza distinguersi da curatori da strada.

Naturalmente bisogna vedere le idee di Still come quelle di un uomo di due secoli fa, quando si conosceva a stento l’anatomia umana ed infatti non c’è nessuna prova che un presunto “malposizionamento” di un osso o di un’articolazione (ammesso esista, anche questa è un’idea un po’ vaga) possa condizionare tutto l’organismo. Un osso “posizionato male” è ovviamente una patologia importante ma che ha sintomi ben precisi (una frattura, una lussazione, sono molto dolorose) e non sarà certo una manipolazione a sistemare un’alterazione ossea o articolare che provoca disturbi a tutto il corpo o almeno nessuno lo ha mai dimostrato. Le teorie di base dell’osteopatia non sono mai state confermate scientificamente né sono plausibili.

CHIROPRATICA

È un’altra medicina alternativa che si basa sulle manipolazioni osseo articolari ma è ancora più estrema e mescola concetti medici a vere e proprie superstizioni e credenze, oltre allo scopo terapeutico, il chiropratico sostiene di poter fare anche diagnosi di malattia. Aggiunge filosofia e misticismo nella cura delle malattie. Il centro dei concetti chiropratici è relativo alla cosiddetta “sublussazione“, ovvero ad una lieve “anomalia” di articolazione di un osso che, in questo modo, ostacolerebbe le normali funzioni del corpo e la sua capacità di “autoguarigione”, ostacolerebbe “l’intelligenza innata” dell’organismo ed il suo spirito (come si vede, tutti concetti non scientifici), il concetto di “sublussazione” della chiropratica è diverso da quello della medicina e dal punto di vista strettamente medico si tratta di un’entità inesistente ed inventata. Nonostante questo anche l’OMS ha provato a definire la sublussazione chiropratica in maniera ufficiale. Manipolando ossa e colonna vertebrale si sistemerebbero queste anomalie e si otterrebbe il ripristino delle normali funzioni dell’organismo. Sono previsti non solo massaggi e manipolazioni ma anche l’uso di pietre, oli, aromi e polveri per la cura di praticamente tutte le malattie (per il suo inventore la chiropratica curava qualsiasi malattia), uso di impacchi caldi per “sbloccare” improbabili “blocchi energetici” ed abbondante uso di termini e concetti tipici della pseudoscienza. L’uso maggiormente accettato è comunque quello relativo ai dolori lombari e vertebrali nei quali sembra esserci un lieve miglioramento. Anche la chiropratica è molto più diffusa in altre nazioni che in Italia ma nelle prime sono previsti corsi universitari e studi accademici precisi che rendono questa pratica una medicina complementare accettata ed ufficiale. Le teorie di base della chiropratica non hanno mai avuto conferma scientifica.

Nota a margine può essere dedicata a questo tipo di manipolazioni dedicate ai bambini più piccoli (neonati o lattanti) che, a detta di operatori del settore, subirebbero conseguenze (patologiche) dal tipo di parto che li ha riguardati. L’uso di ventosa ostetrica, il cesareo, manovre degli operatori, sarebbero tutte cose che provocherebbero anomalie ed alterazioni della colonna vertebrale, della testa o di articolazioni. Tutto questo porterebbe a disturbi più o meno gravi che possono essere corretti con una serie di manovre su testa e schiena del neonato, una di queste procedure si chiama “terapia cranio-sacrale“.
Anche in questo caso non ci sono basi scientifiche né prove. Non è dimostrato che (in generale) manovre ostetriche corrette o l’uso normale di ventosa o il cesareo possano provocare anomalie particolari, non è dimostrato (ma non lo spiegano bene nemmeno gli operatori che usano queste pratiche) quali sarebbero queste correzioni apportate dalle manovre sul bambino e non c’è nessuno studio che ne dimostri l’efficacia. In questo caso i pericoli sono molto più elevati, sono segnalati casi di morte o gravissimi danni neurologici per manovre errate (ricordiamo la “fragilità” del corpo di un neonato) conseguenti a “sedute” terapeutiche di questo tipo.

Efficacia

Non vi sono prove scientifiche di efficacia dell’osteopatia e della chiropratica.
Gli studi più accurati dimostrano come le manipolazioni osteopatiche e chiropratiche non abbiano più effetto del placebo ed anche se qualche studio mostra dei benefici su certi tipi di dolore lombare (o della colonna vertebrale), si tratta di dati poco accurati e non controllati.
Per questo motivo si può dire che non vi siano prove sufficienti per sostenere l’efficacia delle manipolazioni ossee e vertebrali nella cura di malattie diverse da quelle osteo-articolari e che la loro efficacia nei casi di dolore è limitata e da verificare. Se a questo aggiungiamo che le idee su cui si poggiano queste pratiche sono poco accurate e non scientificamente corrette, possiamo affermare che osteopatia e chiropratica, sono pratiche senza base scientifica e non efficaci. Gli studi hanno controllato l’efficacia delle manipolazioni nei problemi pediatrici (inefficace), nei dolori mestruali (inefficace), nella cefalea (inefficace) e si sono concentrati sul dolore muscoloscheletrico (quello che, per logica, dovrebbe ricevere maggiore beneficio dalle manipolazioni) ma anche su questo l’efficacia non è per nulla evidente, passando da un effetto nullo ad uno lieve su quello di tipo lombare (e vertebrale: il “mal di schiena“). Anche le infezioni (in questo caso polmonari), spesso riferite come curabili dagli osteopati, non sembrano ottenere nessun beneficio dalle manipolazioni. Qualche studio, al contrario, riporta lievi benefici sul dolore lombare (“mal di schiena, basso”), altri (anche se con qualche limite di metodo) definiscono i risultati buoni, simili a quelli delle cure standard (ed usando meno farmaci) ma anche qui è difficile distinguere il reale apporto della pratica dal semplice effetto placebo e soprattutto si tratta spesso di studi discutibili che contrastano con le conclusioni negative di altri studi più ampi.

Gli studi che mostrano qualche beneficio, infatti, sono spesso mal condotti, non controllati ed appaiono su riviste di scarso impatto e di parte (riviste di osteopatia), mancano infatti studi di efficacia di buon livello. Per completezza è giusto dire che negli ultimi anni molti istituti osteopatici (quasi esclusivamente anglofoni, dove l’osteopata è un medico abituato alla ricerca di tipo scientifico) hanno iniziato ad occuparsi della materia cercando di realizzare studi più precisi, meno condizionati e con un metodo almeno accettabile, hanno cercato di concentrare l’attenzione sulla produzione di sostanze (ormoni, ad esempio) durante le manipolazioni che possono dare sollievo dal dolore, iniziano a superare i concetti “magici” dai quali l’osteopatia pesca a piene mani, un po’ il percorso che cercano di compiere alcuni agopuntori.
Da notare che molti studi includono nel termine “tecniche di manipolazione” o “manipolazione spinale” o “tecniche di manipolazione vertebrale”, tutte quelle tecniche che prevedono l’intervento attivo su ossa, articolazioni o colonna vertebrale (quindi quelle di cui stiamo parlando, osteopatia e chiropratica ma anche altre), anche in questo caso la scuola americana inizia a “staccarsi” dall’unificazione con le altre tecniche di manipolazione cercando una posizione più precisa.
Interessante uno studio che ne analizza altri concludendo sulla scarsità di prove scientifiche di efficacia ma nota come, gli studi che ne mostrano qualche efficacia, sono basati sui giudizi dei genitori di bambini sottoposti ad osteopatia (per coliche). I genitori riferivano un minor numero di crisi di pianto ma non c’è modo per misurarne gli effetti reali. Il servizio sanitario nazionale inglese (NHS), accetta e prevede le cure osteopatiche, consigliandole per alcuni disturbi (mal di schiena, edemi, dolori cervicali) ma bisogna considerare che, come detto, da loro (come in altri paesi europei) l’osteopata frequenta un corso di laurea ufficiale ed è obbligato alla formazione continua, cosa non prevista in Italia. Nonostante questo gli osteopati italiani chiedono di essere inseriti tra i professionisti della salute
Gli osteopati ed i chiropratici rispondono alla scarsità di prove scientifiche con il fatto che, per la natura delle loro pratiche, non sarebbe possibile realizzare studi di alto livello ed accurati (ad esempio in doppio cieco o con placebo) ma insistono sulla veridicità dei risultati effettivi e reali. Da notare come molti osteopati e chiropratici (soprattutto questi ultimi) associno alle loro manipolazioni, anche una serie di consigli sullo stile di vita e soprattutto sull’alimentazione, sostenendo come diete prive di varie sostanze (glutine, caseina, zuccheri) migliorino lo stato di salute, alcuni abbracciano discipline non scientifiche e pericolose (omeopatia, cure alternative per i tumori, frodi mediche) e l’antivaccinismo è abbastanza frequente. Nella mia esperienza personale ho incontrato due persone con un grave stato di denutrizione ed anoressia a seguito di una dieta molto sbilanciata, prescritta da un noto osteopata per la cura di una sintomatologia dolorosa (che non ha avuto nessun miglioramento).
Sicurezza

Non ci sono molti dati relativi alla sicurezza delle tecniche di manipolazione, tra gli effetti collaterali di queste pratiche sono segnalati quasi sempre disturbi passeggeri e lievi (senso di tensione, alcuni dolori, stanchezza, debolezza). Incidenti gravi (nel caso dell’osteopatia) non sono frequenti, un po’ più frequenti nel caso di trattamenti chiropratici. Tra gli incidenti più gravi (rarissimi) che si possono verificare in caso di manipolazioni ossee e vertebrali, vi è la rottura letale di un’arteria (tipicamente nelle manipolazioni della testa), più frequente nei bambini (per questo le manipolazioni sono da sconsigliare vivamente negli individui più piccoli) che può causare disabilità permanente o morte. Segnalati anche casi di paralisipermanente in seguito a sedute di chiropratica.

Conclusioni.

L’efficacia di osteopatia e chiropratica è molto dubbia e, quando esistente, limitata al dolore di tipo lombare e forse per alcuni tipi di cefalea, per altre condizioni si sono rivelate pratiche inefficaci o efficaci come un placebo o altri trattamenti fisici. Non ci sono conferme scientifiche per le teorie su cui si basano osteopati e chiropratici.

In generale non sembrano esserci frequenti pericoli nel sottoporsi a manipolazioni vertebrali o corporee tramite l’uso di tecniche osteopatiche o chiropratiche anche se è bene sapere che non si tratta di metodiche senza rischio, anzi, non solo è difficile controllare l’affidabilità degli operatori (visto che non esistono percorsi e registri ufficiali) ma quando esistono complicazioni queste possono essere davvero drammatiche, in linea generale è inoltre fortemente sconsigliato l’uso di queste tecniche su persone in tenera età e per problemi che non siano di natura osteo-articolare. I risultati positivi riportati dagli operatori non hanno trovato grossi riscontri in letteratura scientifica (e quelli riportati da pazienti sono “aneddotici”, esperienze personali smentite dallo studio dei grandi numeri) dalla quale appare evidente un effetto scarso o nullo ed in ogni caso limitato, come detto, ai sintomi dolorosi della colonna vertebrale.

Qualcuno a questo punto si chiederà: ma in caso di problemi osteo-articolari (accertati), a chi bisogna rivolgersi se si vuole un trattamento basato su concetti scientifici? Le figure di riferimento esistono già (le ho nominate): ortopedici fisioterapisti su tutti (ma anche neurologi quando il problema osteo-articolare riguarda la funzione nervosa), cercare altre vie si fa a proprio rischio e pericolo.
Per questo motivo, prima di affidarsi ad un osteopata o ad un chiropratico rifletteteci tanto e con attenzione.

Medbunker

Esercizio abusivo di professione medica: il caso chiropratica

La Corte di Cassazione ha affermato che “è configurabile il reato di esercizio abusivo della professione, previsto dall´art. 348 c.p., nel caso di attività chiropratica, che implichi il compimento di operazioni riservate alla professione medica, quali l´individuazione e diagnosi delle malattie, la prescrizione delle cure e la somministrazione dei rimedi, anche se diversi da quelli ordinariamente praticati”.
Ha infatti affermato che “E´, infatti, configurabile il reato di esercizio abusivo della professione, previsto dall´art. 348 c.p., nel caso di attività chiropratica, che implichi il compimento di operazioni riservate alla professione medica, quali l´individuazione e diagnosi delle malattie, la prescrizione delle cure e la somministrazione dei rimedi, anche se diversi da quelli ordinariamente praticati – Sez. 6 n. 30590 del 10/4/2003, Bennati, Rv. 225685-; analoga la valutazione per la pratica dell´agopuntura – Sez. 6 n. 22528 del 27/03/2003, Carrabba, Rv. 226199 – e soprattutto, per i massaggi, laddove possa escludersi, come nel caso in esame, che fossero destinati a mantenere il corpo in perfette condizioni fisiche. Infatti, il massaggiatore professionale, istituito con L. 23 giugno 1927, n. 1264 , consegue un titolo per l´esercizio dell´arte ausiliaria della professione sanitaria di massaggiatore, che abilita solo al trattamento per migliorare il benessere personale su un soggetto sano, integro, senza sconfinamenti in competenze mediche, terapeutiche o fisioterapiche – Sez. 6, n. 144 del 24/01/70, Brazzalotto, Rv. 114238 che ha ritenuto la rilevanza penale del massaggio praticato a scopo curativo, dato che in tal caso non può escludersi la pericolosità del metodo di cura adottato, le cui reazioni sulla persona del paziente, in relazione alla patologia da cui è affetto, possono essere valutate soltanto da chi risulta abilitato all´esercizio della professione sanitaria, onde il metodo di cura determina, fra l´altro, la necessità di praticarlo sotto il controllo di un medico.
E´, pertanto, infondata l´eccezione circa la mancata indicazione in sentenza degli atti tipici della professione medica nell´attività della G. e corretta l´argomentazione della Corte circa la sussistenza dei reati di esercizio abusivo della professione medica e di allestimento di un ambulatorio sanitario non autorizzato, frequentato da un foltissimo numero di pazienti”.

Avvocati Rando Gurrieri

Sentenza Cassazione Penale