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Robotica. Il Bambino Gesù presenta due droni per la riabilitazione motoria - da Luca il 20/03/2013 @ 19:09

Uno si chiama Ankelbot e serve a riabilitare il movimento delle caviglie in caso di paralisi cerebrale infantile. L’altro è WAKE-up ed è stato sviluppato per la riabilitazione dei giunti articolari di caviglia e ginocchio in bambini con danni neurologici. La presentazione a “Romecup 2013 - L’eccellenza della robotica”.

Sono frutto del lavoro di medici e ingegneri italiani e internazionali, e servono per aiutare i bambini colpiti da paralisi cerebrale infantile o ictus e che per questo hanno difficoltà motorie: si tratta di Anklebot e WAKE-up, due robot all’avanguardia per la riabilitazione motoria utilizzati dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù presso i Laboratori di Robotica e analisi del movimento di Palidoro e Santa Marinella. Oggi, mercoledì 20, e domani, giovedì 21 marzo, saranno presentati al “Romecup 2013 - L’eccellenza della robotica”.

Il Dipartimento di Neuroriabilitazione pediatrica del Bambino Gesù con 5.000 accessi in day hospital l'anno, più di 4.000 prestazioni ambulatoriali e oltre 12.000 giornate di degenza, rappresenta un punto di riferimento internazionale per il recupero funzionale e motorio dei bambini con lesioni di natura neurologica.
In particolare, l’Ankelbot è un robot utilizzato per riabilitare il movimento delle caviglie di bambini tra i 5 e gli 8 anni affetti da paralisi cerebrale infantile, realizzato dal Bambino Gesù in collaborazione con il MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Cambridge, negli USA.
Il WAKE-up (Wearable Ankle Knee Exoskeleton), invece, è il prototipo di un dispositivo robotico, sviluppato presso i Laboratori del Bambino Gesù insieme al DEIM-Ingegneria Industriale dell’Università della Tuscia, per la riabilitazione dei giunti articolari di caviglia e ginocchio in bambini con danni neurologici causati da ictus o da paralisi cerebrale infantile.

Con questi due dispositivi il Bambino Gesù, Centro di riferimento internazionale nel campo della neuroriabilitazione pediatrica, partecipa per il secondo anno alla manifestazione Romecup, che da sette edizioni vede gli istituti tecnici della Capitale sfidarsi in una competizione di robot umanoidi in azione.
Oggi e domani, negli ambienti della Città Educativa (via del Quadraro, 102), in occasione della due giorni di workshop, laboratori, aree dimostrative, competizioni e attività per studenti e docenti delle scuole, gli esperti del Bambino Gesù spiegheranno il funzionamento dell’Anklebot versione pediatrica e del WAKE-up (Wearable Ankle Knee Exoskeleton).

quotidiano sanità

Vertigini e fisioterapia - da Luca il 20/03/2013 @ 10:34

Nei casi di vertigini croniche, resistenti alle terapie, si può ricorrere alla rieducazione vestibolare, cioè a training riabilitativi mirati a insegnare come superare i disturbi attraverso nuove strategie di equilibrio.

Marcia sul posto e occhi chiusi
A seconda della gravità del problema, la rieducazione può essere di due tipi. «La prima, da fare a casa, prevede semplici esercizi, come per esempio marcia sul posto a occhi chiusi, rapidi movimenti della testa mantenendo gli occhi fissi su un punto, marcia in un corridoio muovendo il capo in varie direzioni», spiega Giorgio Guidetti, direttore del servizio di vestibologia e rieducazione vestibolare dell'Azienda Usl di Modena. Bastano in genere venti minuti al giorno per un mese per ottenere notevoli benefici.
La seconda, più complessa, richiede l'accesso a centri specializzati in rieducazione vestibolare. Essa prevede, infatti, esercizi in una palestra dotata di strumenti computerizzati che creano varie difficoltà di equilibrio. Qualche esempio? Pedane mobili che, con cambi di velocità, simulano percorsi in salita e in discesa, piattaforme dinamiche cioè con la base non stabile, luci mobili proiettate sul soffitto e sulle pareti, pedane statiche.
In questi casi, il paziente deve reagire seguendo le indicazioni dei tecnici, che lo guidano nell'esecuzione degli esercizi. L'allenamento, che di solito deve essere svolto per un'ora al giorno per cinque giorni alla settimana, richiede collaborazione e concentrazione.

Miglioramenti tra due e quattro settimane
Nei giovani il recupero avviene in tempi rapidi, al massimo due settimane, negli anziani in un mese circa. Il miglioramento è sia soggettivo («mi sento meglio»), sia oggettivo, misurato cioè con appositi strumenti. In particolare, a ciascun esercizio è associato un punteggio numerico, in modo da poter quantificare i risultati ottenuti.
I limiti della rieducazione? «Scarsa disponibilità del paziente a eseguire gli esercizi, magari per il timore di cadere, malattie invalidanti per le gambe, età molto avanzata», die Guidetti.
Il percorso che di solito si mette in atto comporta varie fasi, di cui due molto importanti: la visita preventiva con lo specialista, che stabilisce lo schema da seguire, e la visita finale per decidere le strategie terapeutiche successive. In entrambe le visite, vengono compilati questionari che monitorano vari aspetti: stato emotivo, livello di stress, rischio di caduta e grado di difficoltà nella vita quotidiana.

Creati muscoli in laboratorio - da Luca il 18/03/2013 @ 19:08

X-MET, tessuto muscolare vascolarizzato in vitro

Una sperimentazione italiana è giunta alla creazione di tessuto muscolare ingegnerizzato ex-vivo (X-MET). Il risultato è frutto del lavoro coordinato da Antonio Musarò dell'Istituto Pasteur e della Sapienza di Roma e da Zaccaria Del Prete del Dipartimento di Ingegneria meccanica dello stesso ateneo romano.
In prospettiva, l'esito della ricerca potrebbe portare alla sostituzione di muscoli danneggiati a causa di traumi o patologie. La sperimentazione, i cui esiti sono stati pubblicati su Scientific Reports, si basa sulla messa a punto di tessuti ex-vivo utilizzando biomateriali e cellule sia staminali che non staminali. L'uso combinato è dovuto ai limiti ancora evidenti nello sfruttamento delle potenzialità delle cellule staminali, che mostrano una scarsa capacità di sopravvivenza una volta introdotte nell'organismo.
Il prof. Musarò spiega: “con il nostro lavoro abbiamo generato in in vitro un tessuto muscolare vascolarizzato, che abbiamo chiamato X-MET, in grado di ricapitolare la complessità morfologica, funzionale e molecolare del muscolo in vivo". 

Le staminali sono state integrate da un cocktail di altre cellule, proprie del muscolo scheletrico. Dalla fusione è nato X-MET, un tessuto che si comporta come il muscolo nella persona adulta e dotato di propri vasi sanguigni.
"Questi risultati – continua Musarò - incoraggiano a sviluppare un sistema X-MET partendo da cellule di origine umana per effettuare studi in vitro di biologia cellulare e molecolare e riparare piccoli difetti muscolari. In particolare, X-MET può essere utilizzato per monitorare l'attività del muscolo in risposta a stimoli meccanici e chimici, semplificando lo studio di complessi processi cellulari e fornendo uno strumento unico per lo studio di malattie come l'atrofia muscolare, per testare e sviluppare adeguate contromisure farmacologiche".
C'è anche l'ipotesi di utilizzare X-MET come pezzo di ricambio in caso di muscoli malfunzionanti o danneggiati: “a tale scopo abbiamo sostituito il muscolo responsabile della flessione delle dita degli arti inferiori del topo con X-MET generato in vitro. In assenza del muscolo l'animale non è in grado di afferrare oggetti; al contrario, il trapianto di X-MET permette di recuperare questa capacità. In particolare, se prima del trapianto la capacità di generare forza è drasticamente ridotta, il topo trapiantato con X-MET recupera, dopo 30 giorni, circa il 40 per cento della forza originale".
Anche se serviranno analisi e sperimentazioni più approfondite, X-MET promette di costituire un grande passo in avanti per la cura di quelle patologie degenerative che colpiscono i muscoli.


Mal di schiena? Evita il materasso duro - da Luca il 17/03/2013 @ 10:05

Qual è il materasso migliore per chi soffre di mal di schiena? Che caratteristiche deve avere il letto adatto a chi ha dolori dovuti a cervicale e lombalgia? «Un materasso deve fornire adeguato sostegno attraverso doghe o rete, ed evitare nel contempo infossamenti causati da materiali troppo soffici», dice Rita Pagani, direttore del reparto di rieducazione funzionale del Centro traumatologico ortopedico di Milano.

Dimentica però il materasso ortopedico di una volta, duro come una tavola di legno. Si è scoperto che fa male alla schiena. L'ha rivelato uno studio clinico pubblicato sulla rivista The Lancet: il materasso migliore è quello di media rigidità perché asseconda le curve fisiologiche della spina dorsale e permette sonni ristoratori anche a chi soffre di lombalgia. I giacigli troppo duri o al contrario troppo morbidi possono causare un irrigidimento della muscolatura vertebrale e, dunque, dolore al risveglio.

I materiali. Le tipologie di imbottitura sono molte, ma certo fa un'ottima scelta chi opta per un materiale anallergico ben traspirante come il lattice (ottimo anche per chi allergico agli acari), che dà un sostegno confortevole alla schiena. «Quelli tradizionali a molle sono troppo duri, gli altri in lana, che necessitano di manutenzione accurata, sono da evitare per chi soffre di allergie agli acari», spiega Maurizio Lopresti, responsabile della riabilitazione ortopedica oncologica all'Istituto Gaetano Pini di Milano. «I modelli ad acqua non mantengono la giusta temperatura del corpo, senza contare i rischi di forature o perdite. Discorso a parte per i materassi ad aria compressa, che vengono usati in ospedale per pazienti con ulcere da pressione o piaghe da decubito in quanto scaricano il peso del corpo».

La prova prima dell'acquisto. In negozio, bisogna sdraiarsi per verificare che la colonna vertebrale venga sostenuta dal materasso in modo da mantenerne la conformazione naturale. Si deve provare per capire se si sta comodi.

L'altezza. Chi soffre di mal di schiena non deve dormire su un futon, troppo sottile. L'altezza giusta è di circa 18 centimetri.

Quando cambiare. Nel materasso non c'è la data di scadenza. Come si fa a capire quando è arrivato il momento di sostituirlo? Il campanello d'allarme suona quando non ci si sente più a proprio agio e se durante la notte si cambia continuamente posizione: di solito bisogna cambiare dopo 10-15 anni.
 

http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2803%2914792-7/fulltext


Sla. Arriva la tecnologia che permette ai pazienti di comunicare e interagire - da Luca il 15/03/2013 @ 20:25

Si tratta di BrainControl era stato provato con successo su alcuni pazienti malati di Sla ma che potrebbe essere utile anche a chi è affetto da tetraplegia, Sclerosi Multipla, e distrofie muscolari. Il programma permette di interpretare i segnali inviati dal cervello dei pazienti, il loro pensiero, per controllare un computer.


Immaginate di vivere una condizione che non vi permette di muovervi e comunicare, ma mantiene intatte le vostre capacità intellettive. Per molti potrebbe sembrare un incubo, per altri è la semplice realtà: si tratta di alcuni dei pazienti affetti da patologie come tetraplegia, Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), Sclerosi Multipla, e distrofie muscolari di varia natura. Oggi, in aiuto di queste persone arriva la tecnologia “Brain-Computer Interface” (BCI) capace di interpretare la mappa elettrica corrispondente a determinate attività celebrali e consentirne l’impiego per controllare un computer (vedi il video a fine pagina). Esempio di questa tecnologia BrainControl, software per la comunicazione dei pazienti presentato alla comunità scientifica della città Piemontese e alle associazioni dei malati questa settimana presso il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino alle Molinette, da Pasquale Fedele, suo inventore. Poche ore prima BrainControl era stato provato con successo su alcuni pazienti malati di SLA.

Gli assunti di partenza sono semplici: il cervello umano è composto da miliardi di neuroni; le loro interazioni chimiche, in ogni istante della vita, generano impulsi elettrici; queste scariche elettriche, benché infinitesimali, possono essere misurate. Questo è quello che fa BrainControl, piattaforma BCI che ha come obiettivo quello di consentire a chi è affetto da disabilità motorie e di comunicazione di ricominciare a interagire, comunicare sentimenti e bisogni, muovere la propria sedia a rotelle, interagire con amici e parenti mediante social network, email, sms, accendere o spegnere le luci, perfino aprire o chiudere porte e finestre. Piccoli gesti quotidiani per gran parte delle persone, ma una vera e propria rivoluzione per chi è affetto da malattie neuro-muscolaridi tipo degenerativo o ha subito danni cerebrali di origine ischemica o traumatica.

La prima versione di BrainControl, è attualmente proposta ai pazienti in Locked-in, in stadio avanzato di Sclerosi Laterale Amiotrofica o in coma apparente, non in grado di utilizzare altre tecnologie assistive disponibili sul mercato. Tale versione implementa le funzionalità di un comunicatore con interfaccia a scansione.
Le prossime versioni di BrainControl, che sono attualmente in fase di sviluppo, saranno proposte come alternativa agli attuali sistemi di eyetracking (che molti pazienti, pur in condizioni non gravissime, non sono in grado di utilizzare). Le versioni future implementeranno funzionalità avanzate di comunicazione ed intrattenimento (tastiera virtuale, text-tospeech, navigazione web, l'interazione via SMS, i social network, e-mail, web radio), domotica (luci, allarmi, temperatura, ecc.) e il controllo di una sedia a rotelle, consentendo inoltre un’interazione avanzata in grado di sfruttare fino a 12 pensieri di movimento.

quotidiano sanità


Problemi al menisco: l' asportazione è pratica sempre meno frequente - da Luca il 10/03/2013 @ 10:38

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L'infortunio al menisco non è una prerogativa dei calciatori, ma una realtà amara anche per molti cittadini comuni, alle prese con distorsioni o cadute sulle piste da sci. Nell'immaginario comune – e nella pratica medica fino a poco tempo fa – la soluzione più frequente a questo tipo di problema era il ricorso all'asportazione totale per via chirurgica della lesione procurata. Tuttavia, le linee guida più recenti in ambito ortopedico dissentono fermamente da questo approccio e suggeriscono sempre più spesso ipotesi alternative.
L'asportazione del menisco, infatti, non è cosa di poco conto, perché nella maggior parte dei casi le conseguenze negative superano i benefici indotti dall'intervento. Il menisco è una cartilagine che fa da cuscinetto fra tibia e femore e ha il compito di distribuire il peso e attutire le sollecitazioni meccaniche prodotte dai nostri movimenti, in particolare
quando siamo impegnati in uno sforzo di tipo sportivo come nel caso della sciata.
In mancanza del menisco, si registra una concentrazione delle forze di carico sulle cartilagini articolari, che poco a poco vanno incontro a rottura facilitando la comparsa dell'artrosi. Per questo, oggi i medici preferiscono intervenire con meniscectomie selettive, che operano soltanto sulla parte di tessuto danneggiata preservando la parte restante sana del menisco, la quale può così continuare la sua azione di cuscinetto.
L'intervento in artroscopia è indicato soprattutto in quei casi che riguardano giovani pazienti colpiti da una lesione traumatica causata da un evento distorsivo. Se la lesione è provocata da cause degenerative, al contrario, l'opzione chirurgica andrebbe evitata. Infatti si ha a che fare con menischi che hanno via via perso le loro proprietà sfibrandosi e assottigliandosi. L'asportazione, in questi casi, riduce ancora di più lo spazio articolare concentrando il peso sulla parte operata, aumentando quindi il dolore dopo un primo periodo nel quale il paziente beneficia del riposo post-operatorio, della fisioterapia e dell'assunzione di farmaci antinfiammatori.
In alcuni casi, il menisco può essere salvato senza alcuna perdita di sostanza. La precondizione necessaria è la localizzazione adeguata della lesione meniscale, che deve riguardare la cosiddetta zona rossa.
Il menisco è diviso in tre zone, differenziate a seconda della presenza o meno dei vasi sanguigni. La prima zona, più sottile e centrale, è definita bianca perché priva di circolazione, e riceve nutrimento dal liquido sinoviale che bagna il ginocchio internamente.
La seconda è una zona di confine ed è definita bianco-rossa, perché riceve nutrimento in parte dai vasi sanguigni e in parte dal liquido sinoviale. La terza e più spessa porzione è detta rossa, perché è vascolarizzata. Le lesioni che interessano questa zona possono guarire, ma devono comunque riguardare un evento traumatico e un menisco giovane, e il menisco deve essere ricucito in maniera accurata al fine di serrare il più possibile i margini della lesione. Per la buona riuscita dell'intervento si usano anche fattori di crescita piastrinici, ovvero delle citochine ottenute dal sangue stesso del paziente, che favoriscono la cicatrizzazione.
A volte, tuttavia, il menisco non si può salvare né integralmente né in parte. In questi casi, c'è bisogno di un'asportazione totale, un'eventualità che, come abbiamo visto, sarebbe bene evitare per i motivi succitati. Di fronte a pazienti ancora giovani e con una funzionalità del ginocchio altrimenti buona, gli ortopedici propongono allora il trapianto di menisco. Anche qui le opzioni sono due, il trapianto parziale o totale. Nel primo caso, si trapianta un lembo di materiale sintetico, in poliuretano, mentre nel secondo caso si interviene innestando un menisco proveniente da donatore. In tutti e due i casi, il tessuto viene prima inserito nell'articolazione per via artroscopica e poi suturato. Il risultato è una nuova e più corretta redistribuzione del peso e delle sollecitazioni.
Nel caso del trapianto, tuttavia, affinché il menisco si integri nel ginocchio attraverso una buona vascolarizzazione e la colonizzazione delle cellule è necessario almeno un anno. Si tratta ovviamente di un periodo accettabile per le persone normali, ma che rischia di rappresentare la fine della carriera per gli sportivi professionisti, che per tale motivo ricorrono molto più facilmente all'asportazione, parziale o totale che sia.



AIFI scrive a Striscia la Notizia - da Luca il 07/03/2013 @ 18:35

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Cari Colleghi,

molti di voi avranno visto il servizio andato in onda il 6 marzo 2013 su “Striscia la Notizia”. Il servizio mostra un evidente caso di abuso della professione medica commesso da un soggetto che prima si definisce “massofisioterapista” e poi “fisioterapista”. AIFI ha quindi scritto la seguente richiesta di chiarimenti in merito all’effettivo titolo di questa persona dato che, la scarsa coerenza nell’affermare la professione di appartenenza potrebbe celare anche un possibile caso di abusivismo nell’ambito della professione di Fisioterapista.

 

Di seguito la lettera inviata alla redazione di “Striscia” 

Spett.le Redazione,

 

innanzitutto ci complimentiamo per il servizio andato in onda ieri sera durante il vostro programma, sul Massofisioterapista di Milano che esercita abusivamente la professione medica.

In qualità di unica Associazione Rappresentativa dei Fisioterapisti in Italia, siamo a chiedere chiarimenti in merito all’effettivo titolo di questa persona, poiché nel caso in cui il soggetto fosse in possesso del titolo di Fisioterapista o di Massofisioterapista conseguito prima del 1999 (titolo equipollente riconducibile alla figura del Fisioterapista) l’AIFI in primis si sente chiamata a redarguire il Collega, che non mostra in alcun gesto quella che dovrebbe essere la normale condotta professionale del Fisioterapista, oltre al fatto che sta esercitando abusivamente la professione medica.

Nel caso invece si trattasse di una persona con un titolo di Massofisioterapista conseguito dopo il ’99, non essendoci alcuna riconducibilità alla figura del Fisioterapista, l’AIFI vuole segnalare anche l’esercizio abusivo della professione sanitaria. Infatti, oltre alle categorie mediche, anche quelle delle professioni sanitarie, cui aderisce l’A.I.FI., subiscono il fenomeno dell’abusivismo professionale, un problema in Italia devastante e molto pericoloso per la salute dei Cittadini.

Come mostrato da questo e altri vostri servizi, in assenza di un Albo o di Ordine professionale i cittadini ed i pazienti non possono riconoscere un fisioterapista vero e confonderlo con altre figure che giocano sulla similitudine del nome ma, che non sono professioni né mediche né sanitarie.AIFI prova a compensare le mancanze del Legislatore pubblicando su www.aifi.net l‘Albo dei Fisioterapisti propri Soci, di cui verifica l’effettiva abilitazione e regolamenta l’operato professionale e la deontologia.

Dunque vi chiediamo di segnalare questa possibilità, di utilizzare questo strumento, ma anche email e telefono, per contattarci in caso di sospetto o prima di iniziare un ciclo di sedute fisioterapiche.

In attesa di un cortese riscontro, si inviano cordiali saluti.

 


Come ridurre gli effetti delle flebopatie - da Luca il 05/03/2013 @ 10:18

Gambe gonfie o pesanti, sensazione di prurito, crampi notturni agli arti inferiori non sono semplici fastidi, ma i sintomi più diffusi e sottovalutati dell’insorgere di una malattia venosa. Le flebopatie ormai interessano oltre 20 milioni di italiani e arrivano a colpire 1 adulto su 2 oltre i 50 anni (fonte: Ansa).
Tra le donne, a esserne soggette sono più del 50%: una netta predominanza rispetto agli uomini (1 su 3) per una malattia che comporta non pochi disagi, specie con l’arrivo della bella stagione. Il caldo, infatti, è un deciso aggravante sia per le manifestazioni dei sintomi che a livello estetico: riuscire a coprire gli inestetismi, più o meno evidenti, che una malattia venosa provoca con la bella stagione è pressoché impossibile.
“Non bisogna mai trascurare i primi sintomi premonitori, che possono manifestarsi anche a 20 anni nelle donne e 30 negli uomini” dichiara il
dott. Valerio Boschi, medico idrologo e Direttore Sanitario di Terme
 di Sirmione. Oltre che a riconoscere i sintomi, anche fare attenzione alle condizioni che possono favorire l’insorgere di una patologia venosa è di primaria importanza, per potere intervenire tempestivamente.
I fattori di rischio sono molteplici e in generale fanno parte di quegli stili di vita comunemente più sbagliati ma ugualmente spesso adottati nella vita quotidiana. Attenzione quindi a chi passa troppe ore seduto, fa lunghi viaggi in auto, pullman, aereo
 o conduce in generale una vita molto sedentaria; commesse, hostess, camerieri, infermiere, ma anche bancari e fornai sono tra le categorie più colpite. Da tenere sott’occhio anche i chili di troppo e un’alimentazione sbagliata in cui, per esempio, si faccia troppo uso di sale. Né tanto meno bisogna dimenticare i fattori che predispongono in particolare le donne nei confronti dell’insorgere di queste patologie, tra cui soprattutto la gravidanza e l’utilizzo di contraccettivi ormonali. Da non sottovalutare infine la predisposizione familiare al problema.
All’interno delle terapie disponibili per le malattie venose delle gambe, le cure termali sono fondamentali, sia a livello di chinesiterapia che in associazione a protocolli farmacologici e/o chirurgici. La terapia termale rappresenta tutto l’anno un ottimo presidio, non solo in termini terapeutici, ma anche di prevenzione.“Le acque sulfuree salsobromoiodiche riducono i gonfiori e hanno un’efficace azione antinfiammatoria e antidolorifica. Il protocollo comprende percorsi vascolari, balneoterapia, ginnastica vascolare e massaggi. Consigliamo di fare almeno due trattamenti all’anno presso una struttura termale in grado di offrire una terapia completa evitando i mesi estivi più caldi, per ottenere benefici stabili e duraturi” aggiunge il dott. Boschi.
Il protocollo terapeutico di Terme
 di Sirmione per problemi di circolazione venosa è composto dalla balneoterapia, sotto forma di idromassaggio termale in vasca singola, che sfrutta la pressione esercitata dai getti di acqua termale per favorire la circolazione venosa. A questa si aggiunge il percorso vascolare, che utilizza l’alternanza di acqua calda e fredda (34°C-24°C) per stimolare la dilatazione e la contrazione della microcircolazione arteriosa e venosa. Completano la terapia termale il massaggio manuale di scarico e/o linfodrenaggio.
Per chi trascorre lunghe ore in piedi indossando tacchi alti o stivali stretti e anche per chi soffre di pesantezza alle gambe e vuole alleviarla migliorando la circolazione sanguigna, il Centro Benessere
 Termale Aquaria dedica un percorso ad hoc: “Drenante/Leggerezza gambe”. L’alternanza di acqua calda e fredda del percorso vascolare stimola la microcircolazione; il fango termale drenante, applicato su glutei, cosce e gambe, favorisce il drenaggio dei liquidi e ancora il Thermal plurijet rigenerante e la pressoterapia migliorano gli in estetismi estetici. Il ciclo di sei sedute da ripetere almeno due volte all’anno può contrastare la sensazione di gonfiore, pesantezza e la ritenzione idrica. Percorso vascolare con acqua calda e fredda, fango termale drenante, pressoterapia e il Thermal plurijet rigenerante sono alcuni dei trattamenti che lo compongono, da ripetere almeno due volte all’anno per contrastare la sensazione di gonfiore, pesantezza e la ritenzione idrica delle gambe.

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Qualche consiglio:
1) Evitare di restare fermi, in piedi o seduti, per periodi troppo lunghi. Facendo 20 passi (o sollevandovi 20 volte sulle punte dei piedi), si mette in azione la "pompa plantare" che scarica le vene delle gambe; 2) Se possibile praticare nuoto, lo sport ideale per le gambe sia per il movimento, che per il contatto benefico con l'acqua fredda. 3) Un'attività "sportiva" alla portata di chiunque è quella di fare le scale a piedi; 4) Usando l'ascensore il meno possibile, le gambe ne trarranno grande vantaggio; 5) Dormire con gli arti inferiori posti ad un livello più alto rispetto al cuore
: basta mettere un cuscino sotto il materasso, in corrispondenza dei piedi, in modo da alzarlo di circa 15-20 cm; 6) Evitare l'esposizione diretta e prolungata delle gambe a fonti di calore (stufe, radiatori, ecc.). Non fare bagni in acqua troppo calda; 7) D'estate, evitare di tenere le gambe troppo esposte al sole. Fare bagni frequenti o docce fredde. Non fare sabbiature; 8) Ridurre o, meglio ancora, eliminare il fumo, che risulta essere uno dei grandi nemici di arterie e vene; 9) Ridurre o evitare anche cibi piccanti, alcolici e caffè; 10) Mantenere continuamente sotto controllo il proprio peso: il sovrappeso arreca danno anche alle gambe.


Stop all'osteopata nel centro medico Tar: "Non è professione sanitaria" - da Luca il 02/03/2013 @ 15:11

L'Ausl aveva dato parere negativo all'impiego di un professionista che aveva ottenuto il diploma nel Regno Unito, perché la normativa sanitaria nazionale prevede che le patologie osteoarticolari siano trattate solo da medici e fisioterapisti. Per il Tar la decisione non va contro i principi dell'Unione europea

 

La Spagna valuta la possibilità di autorizzare i fisioterapisti a prescrivere farmaci - da Luca il 02/03/2013 @ 11:39

Il ministero della sanità spagnolo insieme al Consiglio generale dei fisioterapisti sta studiando, secondo quanto riferisce il sito spagnolo europapress.es, l’ipotesi di una modifica legislativa per permettere ai laureati in fisioterapia di prescrivere farmaci.

Già nel mese di ottobre il Consiglio generale dei collegi dei fisioterapisti spagnoli ha incontrato la ministra della sanità, Ana Mato, per chiedere di valutare questa possibilità.
L’iniziativa ha raccolto anche l’appoggio del partito Popolare che a dicembre ha esortato il Governo ad autorizzare i fisioterapisti, all’interno del quadro delle proprie competenze, a prescrivere farmaci e prodotti per la salute.

In Spagna, dove c’è un servizio sanitario nazionale, una legge del 2006, sull’uso razionale dei medicinali e dei prodotti sanitari, vieta questa possibilità. Obiettivo della modifica di legge allo studio, che intende includere i fisioterapisti tra i professionisti con competenze per le prescrizioni, è il controllo dei costi sanitari riducendo il processo di intermediazione con la prescrizione diretta.

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Il mio percorso di vita e il mio modo di essere attirano i nemici. Mi piace attizzare le opposizioni e accendere la miccia del pensiero appassionato; mi dà soddisfazione sfondare le teste dure.
   J.Hillman

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