Fisiokinesiterapia
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http://www.fisiokinesiterapia.biz/download/tarliguria2013sm.pdf



SM CONTESTA IL FATTO DI NON POTER FARE IL MEDICO

Ve la ricordate quella canzoncina dello Zecchino d'oro sui ” 44 gatti, fila per sei, con il resto di due”? Beh, qualcosa del genere, ma molto più in grande, si erano messi in testa di organizzarlo, in piazza Montecitorio, lo scorso 20 settembre, anche alcuni Isef e Laureati in Scienze Motorie, storicamente, da sempre, affini al mondo della riabilitazione. L'avevano studiata in grande: dall'abbigliamento (camice bianco – t-shirt o camicia bianca e jeans), alla parte coreografica. Si sarebbero dovuti assembrare a drappelli di 100. Disporsi su file 10 per 10, distanziati di un paio di metri l'uno dall'altro, con tanto di responsabile per ogni gruppo. Costui sarebbe stato deputato a dire: “ ORGANIZZIAMOCI !” A questo segnale ogni manipolo avrebbe dovuto assumere una posizione di semi attenti, in silenzio, eseguendo un “sinist-riga” per allinearsi. Sarebbe poi seguito “l'onore dei Laureati in SM alle Istituzioni della Repubblica Italiana” e l'inno di Mameli. Il tutto mi ricorda tanto quando andavo in colonia a Cervia cinquant'anni fa, o l'alzabandiera quando ero militare. Ma forse più Cervia perchè nessun Ufficiale di Picchetto mi ha mai fatto fare le cose che intendevano fare costoro (non scherzo): otto squat a braccia in avanti; 12 slanci delle braccia avanti; 12 braccia in alto; skip lento modello marcetta; 12 calciate lente; 12 slanci delle braccia avanti alternati ad altrettanti delle braccia in alto! Insomma una vera scemenza visto che lo scopo dichiarato era quello di rivendicare l'inclusione del Laureato in SM in sanità. Comunque sia tutto stò ambaradan è poi miseramente naufragato sui numeri. L'effetto coreografico alla fine non c'è stato perchè dei 3000 partecipanti attesi se ne sono contato poco più di una cinquantina.. Giusto sufficienti mettersi in “fila per sei, con il resto di due”!. Ma cosa erano così fermamente decisi a chiedere alle istituzioni? Se si fossero limitati a rivendicare il posto che spetta loro di diritto nelle attività motorie e sportive, avrebbero sfondato un cancello aperto. Questa evidentemente, però, non era una delle loro priorità visto che hanno poi chiesto il ritiro del ddl n. 796 (Caforio ed altri) in discussione, che ne valorizzerebbe il ruolo. L'idea era un'altra e se da una lato se la sono presa con il ddl 1142, ora impantanato al Senato, sull'istituzione dei nostri Ordini, dall'altro hanno chiesto a gran voce l'abrogazione del comma sette dell'articolo 2 del DL n. 178/1998 istitutivo del loro corso di Laurea che così recita: “Il diploma di laurea in scienze motorie non abilita all'esercizio delle attivita' professionali sanitarie di competenza dei laureati in medicina e chirurgia e di quelle di cui ai profili professionali disciplinati ai sensi dell'articolo 6, comma 3, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e successive modificazioni e integrazioni”.

Ora è più chiaro, direte voi, questi stanno chiedendo, ufficialmente, di fare i fisioterapisti. No, per come la leggo io, se si chiede l'abolizione totale del comma, stanno chiedendo di fare anche il medico! Provate a darmi torto. Comunque sia, anche se per ora tutto sto “ambaradan” non ha sortito altro che un classico buco nell'acqua, varrà la pena tenere gli occhi aperti e le orecchie dritte.
Dimenticavo, alla fine i responsabili avrebbero dovuto dire: “ROMPETE LE RIGHE”. Già, rompete.

di Mg
Fisioterapista e giornalista


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Il fatto
La Sezione regionale Veneto dell’Associazione italiana fisioterapisti ha impugnato due delibere adottate dalla Regione, ritenendole in contrasto con la normativa statale, in quanto delineano un ruolo del fisioterapista meramente esecutivo e privo di autonomia rispetto a quello del fisiatra, al quale attribuiscono non solo il compito di effettuare la diagnosi, ma anche quello di stabilire le specifiche prescrizioni oggetto del programma riabilitativo individuale.

Profili giuridici
Il Consiglio di Stato ha chiarito come la normativa nazionale di riferimento vada intesa nel senso di prevedere la possibilità per il fisioterapista di prestare la propria attività, avendo come riferimento le diagnosi e le prescrizioni del medico, sia autonomamente che in équipe, ma solo in funzione esecutiva delle prescrizioni mediche. Pertanto, l’autonomia del professionista sanitario si può esplicare solo nel presupposto dell’esistenza delle prescrizioni indicate dal fisiatra, quale coordinatore dell’equipe riabilitativa.

Avv. Ennio Grassini 


Il CdS si è espresso con sentenza n. 01890/2013 su appello di AIFI che aveva impugnato delibere della Regione Veneto.

La sentenza non modifica il quadro normativo, confermando il Collegio quanto già regolamentato dalla Regione Veneto e valido esclusivamente per le prestazioni erogate dal SSR veneto.
 
Purtroppo dobbiamo rilevare, analizzando il pronunciamento del CdS, che ancora una volta il Collegio mostra di essere ancorato a modelli passati di funzionamento e di relazioni tra Professioni superati e non più proponibili.
 
Come AIFI aveva sottolineato nei ricorsi, le delibere della Regione Veneto determinano una inspiegabile “gabella” nei confronti dei Cittadini che, per accedere a prestazioni di riabilitazione erogate dal SSR, sono obbligati non dalla necessità clinica ma da una norma regionale ad una doppia visita con gli aggravi di costi e tempi di attesa che conosciamo.
 
Le sentenze hanno giustificato la scelta politica della Regione Veneto di limitare la proprietà prescrittiva di riabilitazione ai soli Medici Fisiatri, quando invece la normativa statale permette di farlo sia al MMG che agli altri specialisti.

http://aifi.net/wp-content/uploads/2013/04/Sentenza-CdS10042013.pdf?056d0d


Gentile Direttore,
sono passati quasi due anni dall'approvazione della legge n° 63 del 21 aprile 2011. Una ricorrenza importante per noi fisioterapisti perché, con quella norma, fu abrogato il discusso articolo 1 septies che prevedeva l'equipollenza della Laurea in Scienze Motorie con quella in Fisioterapia. Mi piace ricordare l'avvenimento con una dichiarazione fatta a caldo da Mauro Gugliucciello, cui era stata affidata la delega sulla materia: "Finalmente, dopo cinque anni, giustizia è fatta”. E, a seguire, “Un'operazione difficile e complessa che è andata in porto solo grazie al fatto di avere affrontato ogni passaggio con lucidità e determinazione, nonché di aver promosso l'iniziativa del Manifesto "No all'equipollenza", concludendo che “La più "sconcertante" aggressione che una Professione intellettuale abbia mai dovuto subire nel nostro paese è stata respinta".

Che sia stata veramente eliminata un’anomalia, lo rende evidente anche il circolo virtuoso che si è creato successivamente con la pubblicazione, anche sulla sua testata, del recente documento finale elaborato dal tavolo tecnico ministeriale tra laureati in Fisioterapia e in Scienze Motorie. Tavolo, questo, insediato per stabilire le rispettive competenze. In realtà si è trattato di focalizzare quelle del laureato in SM perché, quelle del Laureato in Ft, sono definite, sotto ogni aspetto, da precise ed inequivocabili norme primarie che, nel testo, non vengono nemmeno citate, perchè date per scontate.

Quello che invece emerge con forza è che, finalmente, si è riusciti a fare chiarezza sulla linea di confine tra trattamenti terapeutico- riabilitativi, comprensivi di riacutizzazioni e aggravamenti, propri delle professioni sanitarie e l'attività fisica in fase di stabilizzazione.
Per capire la portata di quanto sto affermando, basti dire che nel testo si legge: ” Appare evidente che i programmi regionali di attività fisica adattata non possano comprendere le seguenti categorie di problemi:
-esiti di ictus cerebri entro l'anno dall'esordio
-malattia di Parkinson e parkinsonismi “instabili”; andranno utilizzati appositi strumenti di autonomia e specifici per il problema (FIM, Barthel, UPDRS) che costituiscano un cut-off specifico come criterio di esclusione
-malattie demienilizzanti
-esiti recenti (entro l'anno dall'intervento) di sostituzioni protesiche articolari (la specifica è necessaria al fine della gestione del rischio clinico)
-Esiti recenti ( entro 3 mesi dall'intervento) di qualsiasi intervento chirurgico, nel rispetto dei tempi biologici di riparazione dei tessuti, come da Linee guida scientifiche.

Certo non è stato facile arrivare a questi importanti risultati. Per capirlo dobbiamo ripercorrere, con la memoria, questi ultimi 10 anni.
E' passato un decennio dal primo convegno sulla materia tenutosi ad Udine, con il patrocinio dell'Università, nel dicembre 2003, ed intitolato:” Una scelta di campo tra comuni interessi”. I principi emersi allora sono diventati un importante punto di riferimento culturale, citati più volte anche nei documenti parlamentari che hanno portato proprio all'abrogazione dell'articolo 1 septies. Già allora vennero chiarite le competenze, i limiti e le eventuali collaborazioni tra i due professionisti e, la cosiddetta “Carta di Udine”, i cui contenuti sono sovrapponibili a quelli appena sottoscritti, è stata confermata, nei fatti, dal lavoro del tavolo ministeriale. Lavoro, questo, condiviso dalle istituzioni e dalle professioni interessate.

Avendo avuto modo di confrontarmi, per l'occasione con Gugliucciello, uno dei promotori del convegno di Udine ed ideatore del “Manifesto no all'equipollenza”, condiviso dalle Professioni Sanitarie, dai sindacati e dalle maggiori organizzazioni a tutela del cittadino, mi venivano confermate le difficoltà di questi due lustri nei quali abbiamo assistito all'estremo tentativo di far saltare tutte le regole. In primis provando ad inserire nella legge 43-06 il L. in S.M. tra le professioni sanitarie. Tentativo, questo, respinto all'unanimità da tutte le forze politiche. Successivamente con l'approvazione della famigerata equipollenza fra le due professioni ed ora abrogata.

Anche per Gugliucciello, vera memoria storica di questi anni, quanto emerse nel convegno del 2003 è diventato la premessa per poter giungere all'accordo odierno, siglato al tavolo ministeriale, che nulla toglie al laureato in Scienze Motorie perchè, dando a Cesare quello che è di Cesare, garantisce qualità all'attività fisica oggi alla mercé di molti operatori improvvisati, ma, nel contempo, lo esclude da qualsiasi attività sanitaria propriamente detta.

Gianni Melotti

QS


Il nuoto non fa così bene alla schiena - con Luca il 08/04/2013 @ 23:58
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Nuoto come toccasana per la schiena? In realtà le cose non stanno proprio così a dar retta all'ultimo studio sull'argomento effettuato dall'Istituto scientifico italiano colonna vertebrale (Isico). Lo studio, che verrà presentato nel corso del prossimo congresso della International Society for the Study of the Lumbar Spine (Issls) che si terrà a Chicago, mette in dubbio le presunte proprietà anti-scoliotiche della disciplina, come conferma a Repubblica Fabio Zaina, fisiatra dell' Isico e fra gli autori della ricerca: “il nuoto non cura la scoliosi, anzi in molti casi può rivelarsi negativo e rischia di indurre il mal di schiena".
L'analisi dei ricercatori italiani si è basata su un totale di 112 nuotatori a livello agonistico – ovvero di persone che praticavano nuoto 4-5 volte alla settimana – confrontati con un campione formato 217 studenti e studentesse di pari età, fra i quali c'era chi praticava lo sport in maniera amatoriale e chi non lo praticava. Gli scienziati hanno provveduto a misurare i gibbi, la lordosi e la cifosi, integrando queste analisi oggettive con un questionario somministrato ai ragazzi per verificare la frequenza dei mal di schiena avvertiti.
Dai risultati sono emersi dati sorprendenti, in particolare per chi pratica nuoto in forma agonistica. Fra i nuotatori, soprattutto fra le donne, si registravano delle asimmetrie del tronco e un' ipercifosi più evidenti, con conseguente maggior frequenza di mal di schiena e dorsi curvi.
"Dal punto di vista posturale, il nuoto induce a un collasso della schiena e allena soprattutto la muscolatura degli arti, essendo praticato in scarico, non la schiena”, spiega Zaina. “Quando si parla di agonismo poi, con carichi di lavoro di ore, il nuoto induce il mal di schiena. Per chi ha la scoliosi arriviamo a sconsigliare il nuoto, decisamente. Non c'è distinzione neanche tra i vari stili: la rana e il delfino possono aumentare il mal di schiena nei casi di spondilolistesi, nel caso cioè in cui le vertebre scivolino una sull'altra. Quindi il nuoto non solo non è terapeutico, ma a livello posturale si rivela anche dannoso. Se lo si pratica a livello amatoriale non crea problemi, ma come qualsiasi altro sport, praticato un paio di volte a settimana".
Se il nuoto perde la sua aura di sport perfetto per curare i malanni di schiena e articolazioni, a sorpresa il tennis sembra essere rivalutato dalla stessa ricerca. L'accusa tradizionalmente rivolta alla disciplina è la sua asimmetricità che favorirebbe appunto la scoliosi e problemi di vario tipo.
“Non è vero neanche questo”, spiega ancora Zaina. “La correlazione che c'è fra sport e mal di schiena è la quantità e interessa sia chi ne fa troppo sia chi ne pratica troppo poco. L'ideale è scegliere uno sport, tenendo presente che attività molto mobilizzanti della colonna (ginnastica artistica e ritmica, ad esempio) ci mettono più a rischio, soprattutto in casi di predisposizione naturale, mentre sport in carico (come la corsa) contribuiscono a rinforzarla perché ci costringono a vincere la forza di gravità".

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Sistema di impianto di ginocchio KineSpring®: un'opzione chirurgica di prima istanza

Il sistema KineSpring è stato concepito come opzione chirurgica di prima istanza per pazienti con osteoartrosi (OA) del ginocchio volta a trattare la sintomatologia algica e la perdita di funzionalità del ginocchio dovuti a OA del comparto mediale del ginocchio.

Il sistema KineSpring è un dispositivo di assorbimento parziale del carico che può ridurre il carico sull'articolazione del ginocchio fino a un massimo di 13 kg. Questo ammortizzatore viene impiantato nello spazio extracapsulare lungo il lato mediale dell'articolazione e scarica attivamente il ginocchio di parte del peso durante la fase di appoggio nella deambulazione. Ancor più importante è che il sistema KineSpring risparmia totalmente l'articolazione in quanto il dispositivo è extracapsulare ed extra-articolare e non prevede asportazione di osso, legamenti o cartilagine. Di conseguenza, la procedura è reversibile.

La base scientifica del sistema KineSpring

La cartilagine e le articolazioni sane sono esposte a carichi meccanici durante il movimento e l'attività quotidiani. Mentre il carico normale dell'articolazione salvaguarda i tessuti articolari, il sovraccarico dovuto a obesità, costituzione anatomica o traumi può avviare una sequela clinica che include microfratture subcondrali, ispessimento sclerotico dell'osso e degradazione della cartilagine. Molte terapie dell'OA riescono soltanto ad alleviare il dolore a breve termine o a riparare il danno cartilagineo focale. Tali soluzioni possono essere tuttavia inappropriate se il problema biomeccanico di base è di fatto il sovraccarico dell'articolazione. Qualora la biomeccanica patologica non venga trattata, la progressione artrosica continua e il paziente si sottopone spesso con scarso successo a una serie di dolorose terapie fino a divenire un possibile candidato a un intervento di artroplastica.

Il sistema KineSpring, invece, affronta specificamente l'aspetto del sovraccarico biomeccanico dell'articolazione.

Quanto scaricare?

È clinicamente dimostrato che, scaricando l'articolazione, si allevia il dolore.1-8 Le tecniche di scarico non invasive, quali perdita di peso, particolari tutori che diminuiscono il carico articolare e speciali ortesi, possono essere efficaci se utilizzate in modo appropriato. Tecniche di scarico più invasive, quali l'osteotomia tibiale alta (High Tibial Osteotomy, HTO) e la distrazione articolare si sono dimostrate utili per alleviare il dolore in alcuni pazienti.

Un esame della letteratura clinica rivela che raggiungendo una soglia minima di scarico si ottiene un sollievo dal dolore. Un parametro rilevato comunemente dello scarico è la riduzione del momento adduttorio del ginocchio (Knee Adduction Moment, KAM). A fronte di una riduzione del KAM compresa fra il 5 e il 19% è stata ottenuta una riduzione del dolore senza alcuna correlazione fra il peso del paziente e l'entità della riduzione.

Una cartilagine sana necessita di un carico e un movimento normali per mantenere l'omeostasi.9,10 Inoltre è noto che, scaricando la cartilagine osteoartrosica e mantenendo il movimento, si ottiene una riduzione dei sintomi dell'OA e della progressione del danno cartilagineo e una sua potenziale regressione. 10,11 Il sistema KineSpring è stato progettato combinando tutte queste variabili con la finalità di assorbire fino a 13 kg di carico mantenendo la normale cinematica.


 


 

1. Christensen, et al. Weight loss: the treatment of choice for knee osteoarthritis? A randomized trial. Osteoarthritis Cartilage 2005; 13(1): 20-7.
2. Messier, et al. Weight loss reduces knee-joint loads in overweight and obese older adults with knee osteoarthritis. Arthritis Rheum 2005; 52(7): 2026-32.
3. Messier, et al. Exercise and dietary weight loss in overweight and obese older adults with knee osteoarthritis: the Arthritis, Diet, and Activity Promotion Trial. Arthritis Rheum 2004; 50(5): 1501-10.
4. Flegal K, et al. Prevalence and trends in obesity among US adults, 1999-2000. JAMA 2002; 288:1723.
5. Draganich, et al. The Effectiveness of Self-Adjustable Custom and Off-the-Shelf Bracing in the Treatment of Varus Gonarthrosis. J Bone Joint Surg Am 2006; 88(12): 2645-52.
6. Lindenfeld, et al. Joint loading with valgus bracing in patients with varus gonarthrosis. Clin Orthop Relat Res 1997; (344): 290-7.
7. Pollo, et al. Reduction of medial compartment loads with valgus bracing of the osteoarthritic knee. Am J Sports Med 2002; 30(3): 414-21.
8. Lafeber, et al. Unloading joints to treat osteoarthritis, including joint distraction. Curr Opin Rheumatol 2006; 18(5): 519-25.
9. Crawford, D. Cartilage, Mechanical Load & Biology of Osteoarthritis. Joint Unloading for the Young Arthritic Patient: Rationale, Techniques, Practical Workshop. ESSKA 2012 Industry Symposium. Geneva, Switzerland.
10. Salzman, et al. Motion versus fixed distraction of the joint in the treatment of ankle osteoarthritis: A prospective randomized controlled trial. J Bone Joint Surg Am 2012; 94: 961-70. 

Il sistema KineSpring rappresenta una nuova classe terapeutica che nell'ambito del trattamento dell'osteoartrosi (OA) del ginocchio va a riempire il vuoto fra trattamento conservativo e procedure chirurgiche di modifica dell'articolazione. La procedura di conservazione dell'articolazione, completamente reversibile, è extra-articolare ed extracapsulare e non prevede asportazione di osso, legamenti o cartilagine.

 

I pazienti più giovani, o più attivi, spesso non sono dei buoni candidati per l'approccio chirurgico tradizionale, e questo rende la procedura di conservazione dell'articolazione KineSpring una prima opzione chirurgica particolarmente interessante per i soggetti che sperano di evitare o ritardare un intervento chirurgico di modifica dell'articolazione.

Il sistema KineSpring viene impiantato nel corso di una normale procedura ortopedica affiancandolo all'articolazione attraverso due incisioni praticate in prossimità del condilo femorale mediale e del piatto tibiale mediale. Delle viti ossee ancorano le basi alla corticale femorale e tibiale secondo una tecnica chirurgica standard. Questa semplice procedura dura di norma meno di un'ora.

Il breve periodo di riabilitazione e recupero postoperatorio può essere un'ulteriore attrattiva per i pazienti nel contesto di un confronto con procedure di modifica dell'articolazione. Nell'ambito degli studi clinici sul sistema KineSpring non sono state prescritte sessioni formali di fisioterapia, ma spesso i pazienti recuperavano secondo una tabella di marcia simile a quella riportata più oltre. Idealmente i chirurghi stabiliranno un piano postoperatorio specifico per ciascun paziente.

Protocollo postoperatorio

Fase I (settimane 0-2): Focalizzazione sulla guarigione della ferita

  • Incoraggiare una cura regolare della ferita per garantire una buona guarigione
  • Fornire antidolorifici
  • Istruire il paziente a tenere sollevata la gamba operata e applicare compresse fredde per ridurre il più possibile il gonfiore
  • Prescrivere l'utilizzo di stampelle per limitare l'attività - allenamento alla deambulazione secondo necessità
  • Definire le aspettative: il dolore osteoartrosico (articolare) dovrebbe recedere dopo l'intervento, ma molti pazienti lamentano un aumento temporaneo del dolore a carico del tessuto molle durante il processo di guarigione delle ferite e delle incisioni

 

Fase II (settimane 3-6): Aumento della flessione e ritorno all'attività .

  • Il paziente può abbandonare le stampelle dopo 2 settimane in base alle sue capacità
  • Concentrarsi sul ritorno all'intera escursione articolare e alle attività quotidiane normali
  • Inserire l'uso della cyclette senza resistenza per l'esecuzione dell'intera gamma di movimenti
  • Iniziare esercizi di equilibrio/rinforzo (camminata tallone-punta, esercizio assistito di equilibrio su una sola gamba, camminata da lenta a normale)
  • Inserire man mano esercizi funzionali e di stabilizzazione del baricentro in base alle possibilità del paziente
  • Iniziare esercizi di rinforzo del quadricipite (sollevamento della gamba tesa)

 

Fase III (dopo 6 settimane): Aumento della forza e ritorno all'attività sportiva

  • Aumentare l'intensità degli esercizi funzionali e iniziare un allenamento specifico per l'attività sportiva
  • Limitare l'attività fisica intensa (sci, corsa, tennis) per un periodo da 6 settimane a svariati mesi, a seconda dell'attività

http://moxemed.com/

 

 

 

 


cortedistrasburgo.png


Numero chiuso si o no? In attesa del pronunciamento della Consulta arriva dall'Ue un parere favorevole alle norme italiane. Per la Corte di Strasburgo, come si apprende da alcuni organi di stampa, infatti, esso non viola il diritto allo studio. Questo hanno stabilito i giudici Ue in una sentenza emessa oggi nei confronti dell’Italia
Per la Corte, che per la prima volta si è trovata a dover stabilire se il numero chiuso è compatibile con il rispetto al diritto allo studio sancito dalla convenzione europea dei diritti umani, la soluzione trovata dal legislatore italiano per regolare l’accesso all’università è ragionevole.
Inoltre, i giudici hanno evidenziato che il numero chiuso non eccede l’ampio margine di discrezione che gli Stati hanno in questo ambito.

Il caso.
A presentare il ricorso di fronte alla Corte di Strasburgo erano stati 8 cittadini italiani. Una di loro aveva fallito per 3 volte l’esame per accedere alla facoltà di medicina di Palermo. Altri 6 ricorrenti, invece, non avevano superato quello per entrare ad odontoiatria nonostante l’esperienza professionale acquisita come tecnici odontoiatrici o igienisti. L’ultimo ricorrente infine pur avendo superato il test d’accesso è stato escluso dalla facoltà di odontoiatria dopo 8 anni che non dava esami.

QS 

Gentile direttore,
ha suscitato vivo interesse, in chi cercava un suo accreditamento nel mondo sanitario, l’approvazione della
legge n. 4/13 nella quale si dettano le norme per il riconoscimento delle professioni non organizzate.

Ma chi incominciava ad intravedere, in questa norma, una facile scorciatoia per accreditarsi competenze in campo sanitario, ha dovuto ricredersi.
E’ arrivato, infatti, puntuale il
pronunciamento della Conferenza Stato Regioni, che, nella lettura rigorosa del testo, ha chiarito come qualsiasi attività sanitaria non abbia nulla a che fare con questo provvedimento e deve essere svolta esclusivamente da professioni sanitarie che hanno acquisito le specifiche competenze stabilite da norme di rango primario e sempre sotto la vigilanza dal ministero della Salute.

Ragion per cui, non è poi così difficile arrivare alla conclusione che non solo le attività sanitarie oggi esistenti e riconosciute alle professioni sanitarie sono escluse dalla 4/13, ma anche le eventuali duplicazioni o camuffamenti delle stesse non possono vantare nessuna possibilità di vedersi accreditare in campo sanitario.

Ma c’è di più, perché anche eventuali atti terapeutici, degni di tale nome, che si presentassero in un prossimo futuro, non potrebbero essere svolti in altra maniera, se non attribuendoli ad una delle professioni sanitarie esistenti o se necessario, creando un nuovo profilo sanitario atto a soddisfare eventuali nuove esigenze dei cittadini.

In ogni caso, comunque le attività, sia quelle oggi conosciute, che quelle che potrebbero presentarsi in futuro, saranno soggette a vigilanza ed escluse dalla legge 4/13 che non è certo una facile scorciatoia per accreditarsi in campo sanitario.


Gianni Melotti

QS         

Distrofia di Duchenne - con Luca il 31/03/2013 @ 09:41
Descritta da Duchenne nel 1861,è la forma più grave di distrofia muscolare progressiva,facente parte delle cosiddette “malattie neuromuscolari”. E’ una malattia genetica, la cui trasmissione è recessiva legata al cromosoma X, quindi la malattia si manifesta solo nei maschi, mentre le femmine sono portatrici “sane”. La malattia ha esordio precoce. La maggior parte dei bambini presenta un ritardo nello sviluppo motorio con inizio della deambulazione dopo i 18 mesi. Si osserva spesso già a questa età una pseudoipertrofia dei gastrocnemi (polpacci). I deficit motori diventano evidenti all’età di 2-3 anni con difficoltà nella deambulazione e nel salire le scale e facilità alle cadute. La degenerazione muscolare è evidente ai cingoli scapolo-omerale (spalla) e pelvico (anca) con riduzione della forza muscolare e atrofia, con classica deambulazione anserina. Il decorso è progressivo; in parallelo all’atrofia muscolare compaiono scoliosi, retrazioni tendinee con blocchi articolari, fino alla perdita della capacità di deambulare. La malattia interessa anche i muscoli respiratori , con progressiva insufficienza respiratoria,e il cuore, con cardiomiopatia dilatativa. Un tempo il decesso avveniva intorno ai 20 anni per broncopolmonite o per scompenso cardiaco. Attualmente il miglioramento della terapia di supporto cardiaca e respiratoria permette una sopravvivenza media che arriva ormai alla quarta decade. La diagnosi viene formulata sulla base di caratteristiche clinico-anamnesiche, sulla determinazione degli enzimi muscolari (soprattutto CPK) e sulla biopsia muscolare. Infine l’analisi genetico-molecolare del DNA definisce il difetto genetico. La terapia si basa attualmente sull’uso di steroidi a lungo termine che sembrano migliorare la prestazione muscolare e rallentare il decorso. La terapia principale è quella di supporto multidisciplinare con assistenza ventilatoria e fisioterapica.

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TRATTAMENTO RIABILITATIVO
Il trattamento riabilitativo deve essere personalizzato in base al tipo di paziente e controllato nel corso della sua applicazione. E’ di estrema importanza coinvolgere la famiglia e motivare il paziente per ottenere una volontaria collaborazione. L’obiettivo del trattamento fisiokinesiterapico è quello di: 1) mantenere il più a lungo possibile la funzione muscolare; 2) prevenire le retrazioni tendinee e le conseguenti strutturazioni delle deformazioni osteoarticolari; 3) evitare l’atrofia da non uso delle fibre muscolari integre. Si cerca, quindi, di sfruttare il potenziale funzionale residuo del paziente. Nella fase iniziale della malattia, quando il bambino può ancora camminare, è necessario porre in atto degli accorgimenti preventivi per contrastare l’ipostenia(mancanza di forza), le limitazioni articolari e l’affaticabilità. Tali provvedimenti consistono in :
- mantenimento di posture corrette, eventualmente controllate da ortesi che devono essere leggere, di facile impiego e sicure per il paziente;
- esercizi per il controllo posturale, ponendo particolare attenzione alla correzione delle asimmetrie;
- frequenti cambiamenti di posizione;
- movimenti finalizzati alle attività funzionali;
- mobilizzazioni passive per preservare l’escursione articolare e di stretching muscolare dei distretti critici degli arti inferiori.
Un recente studio dimostra un effetto positivo di rallentamento delle retrazioni del tendine di Achille ad opera della combinazione di stretching-docce AFO (ankle-foot ortosis ) di posizione per uso notturno. Utile è anche l’idrokinesiterapia , specialmente sotto forma di bagni caldi, attiva il circolo periferico e contrasta i problemi trofici e i dolori muscolari.

http://www.mazaranews.blogspot.it/

Quando la rotula esce dalla sua sede si ha quella che in termini medici viene chiamata lussazione. «La rotula, un piccolo osso situato nella parte anteriore dell'articolazione del ginocchio, può spostarsi dalla sua sede completamente o parzialmente (sublussazione)», spiega Domenico Brocchetta , primario di ortopedia al Policlinico di Monza. «Il cedimento avviene di solito lateralmente: così, per fare un esempio, la rotula sinistra esce dal suo binario e si sposta completamente all'esterno, verso sinistra».

Le cause. La lussazione può avvenire in seguito a un trauma, come uno sforzo o una botta, ma anche in particolari situazioni anatomiche come in presenza di ginocchio valgo o di una displasia del condilo femorale, soprattutto negli adolescenti.

Cosa fare. «Quando esce la rotula, bisognerebbe avere il sangue freddo di rimetterla al suo posto, con un gesto deciso», dice Brocchetta. A quel punto, è necessario mettere del ghiaccio per attenuare il gonfiore che inevitabilmente si formerà, e si possono assumere degli antidolorifici per via orale. In ogni caso, è consigliabile recarsi al pronto soccorso, dove potrà essere prescritto un tutore rotuleo, da tenere per 15-20 giorni al massimo, giorno e notte. Il tutore, che impedisce al ginocchio di piegarsi, aiuta la cicatrizzazione del lehamento alare.

La visita dallo specialista. Non è per forza necessario recarsi da un ortopedico in seguito a una lussazione della rotula. La visita specialistica è consigliata qualora i dolori persistano dopo il trattamento con il tutore o se la lussazione è recidivante, cioè si ripete. La diagnosi si fa grazie a un'anamnesi accurata da parte dello specialista, con alcune manovre che l'ortopedico effettua sul ginocchio e spesso con una risonanza magnetica, che evidenzierà un'eventuale rottura del legamento alare.

La fisioterapia. Consigliata in caso il ginocchio non ritrovi la sua naturale mobilità e il dolore persista. Di solito si fa dopo il trattamento con il tutore e in genere consiste in esercizi attivi per la mobilità articolare, mentre si possono associare anche tens e ultrasuoni.

L'intervento. Non è consigliato intervenire con il bisturi sul ginocchio dopo una sola lussazione. La chirurgia è prevista soltanto nel caso in cui gli episodi di lussazione si ripetano con frequenza.


Colpo della strega è un modo colorito, ma efficace, per descrivere una violenta contrattura muscolare, che somiglia a una bastonata diretta alla parte bassa della schiena.

CAUSE. «Generalmente si verifica in seguito a uno sforzo eccessivo, a un piegamento veloce, a una torsione del busto, magari dopo avere mantenuto per ore la stessa posizione», spiega Arturo Guarino , ortopedico e direttore della struttura di traumatologia dello sport al Gaetano Pini di Milano. «Le terminazioni nervose vicine alle giunzioni vertebrali lombari sono irritate dal movimento e determinano un'intensa contrattura dei muscoli paravertebrali: da qui il blocco».

CHE COSA FARE. È sconsigliato tentare di rimettersi subito in piedi: meglio raggiungere il letto per distendersi.

CURA. Per il colpo dell strega vale la regola aurea che riguarda anche altri tipi di mal di schiena: rimanere sdraiati per almeno 24-48 ore. Il riposo assoluto, abbinato a farmaci miorilassanti e antidolorifici prescritti dal medico di base, è sufficiente per eliminare il dolore. Utili anche i cerotti: sonoantinfiammatori a lento rilascio per uso topico. Il pernaton è un prodotto omeopatico che deriva da molluschi marini la cui efficacia non è provata.

FISIOTERAPIA. Una volta in piedi, è utile sottoporsi a sedute di fisioterapia (tens e tecarterapia), per decontrarre i muscoli.

LA PREVENZIONE. In caso di recidive o quando il proprio lavoro costringe a posizioni innaturali, è utile sottoporsi a sedute di ginnastica specifica, seguiti da un fisioterapista, per la tonificazione della muscolatura dorso-addominale, associata a stretching degli arti inferiori e della colonna vertebrale. Consigliate cure termali (fanghi-idrokinesiterapia) in autunno e primavera. Utile anche accertare con una radiografia qual è lo stadio di usura (artrosi) delle faccette articolari vertebrali lombo-sacrali.


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Testo da meditare :  
Il mio percorso di vita e il mio modo di essere attirano i nemici. Mi piace attizzare le opposizioni e accendere la miccia del pensiero appassionato; mi dà soddisfazione sfondare le teste dure.
  
J.Hillman