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Disabili. Censis: “Tutto il peso ancora sulle famiglie. Il dramma della sclerosi e dell'autismo”
- da Luca il 08/02/2012 @ 10:19
I problemi legati alle disabilità appaiono sempre più invisibili nell’agenda istituzionale e continuano a gravare drammaticamente sulle famiglie, spesso lasciate sole nei compiti di cura. Ricerca del Censis-Fondazione Cesare Serono focalizzata su sclerosi multipla e autismo.
Il 62,8% delle persone con gravi forme di sclerosi multipla ricevono tutti i giorni aiuti solo dai propri familiari. Il 15,3% si è avvalso dell’aiuto di personale pubblico, solo il 3,3% lo riceve tutti i giorni. Sette pazienti su dieci chiedono il potenziamento dell’assistenza domiciliare. Sono ancora poco diffuse le visite mediche domiciliari e i ricoveri in Day hospital.
E ancora più difficile è percorso diagnostico e terapeutico delle persone affette da autismo e dei loro familiari. Il 45,9% degli autistici ha dovuto attendere tra 1 e 3 anni per avere la diagnosi, mentre il 13,5% ha aspettato addirittura più di 3 anni. L’autismo è poi un tema a proposito del quale i medici, specie nella gestione del percorso diagnostico con le famiglie con un basso livello di istruzione, sembrano muoversi con particolare difficoltà, e sul quale informazioni chiare non sono facilmente disponibili e accessibili,e ciò vale soprattutto per i medici di famiglia ed i pediatri di libera scelta. Il 30% degli adolescenti e adulti con autismo non fa nessuna terapia psicologica, pedagogica e sociale.
Nonostante progresso tecnologico e diffusione di procedure più accurate abbiano consentito di fare molti passi in avanti nella cura delle persone con disabilità, le carenze sono ancora troppe. Per questo le istituzioni devono rilanciare il proprio ruolo di supporto e sostegno solidale per far sì che la centralità della persona e della famiglia diventino il perno del nostro sistema.
A delineare i contorni del pianeta disabilità sono due indagini - realizzate dal Censis per la Fondazione Cesare Serono nell’ambito del progetto pluriennale “Centralità della persona e della famiglia: realtà o obiettivo da raggiungere?” - che hanno approfondito l’autismo e la sclerosi multipla.
Di seguito una sintesi dell’indagine Censis.
La sclerosi multipla
Il campione: più colpite le donne. L’indagine ha coinvolto un campione di 302 persone affette da questa patologia. Sclerosi Multipla distribuito in modo sostanzialmente omogeneo sul territorio nazionale. La maggioranza sono donne (il 63,8% contro il 36,2% degli uomini) e oltre i due terzi del totale sono in età compresa tra i 35 ed i 64 anni. Questo perché la malattia colpisce prevalentemente l’universo femminile ed esordisce generalmente tra i 14 ed i 40 anni di età (con un picco a ridosso dei 30 anni).
Tempi di diagnosi. Il 61,5% ha ricevuto una diagnosi nell’ultimo decennio, mentre il 24,9% l’ha ricevuta tra il 1991 ed il 1999. Un dato significativo che testimonia come grazie agli avanzamenti tecnologici dagli anni ‘90 in poi, sostanzialmente la Rmn , il percorso diagnostico sia diventato sempre meno complesso, almeno dal punto di vista tecnico (la SM specialmente nelle sue fasi iniziali, talvolta esordisce con sintomi aspecifici, affaticabilità, astenia, etc.). E così complessivamente il tempo intercorso tra l’insorgere dei primi sintomi e la diagnosi è di circa 2 anni e 8 mesi, ma il valore è sensibilmente più alto tra chi ha ricevuto la diagnosi nel 1990 o prima (poco meno di 4 anni), e tra chi oggi versa in condizioni di più grave disabilità (3,8 anni mediamente di intervallo tra i primi sintomi e la diagnosi per chi oggi definisce la propria disabilità grave o molto grave).
Ancora ostacoli. Comunque nonostante l’accelerazione dei tempi ci sono ancora molti ostacoli: sono significativamente frequenti i casi di differenti consulti medici (il 48,4% tra i neodiagnosticati contro la media del 48,7% e il dato del 53,5% dei diagnosticati prima del 1991); ci sono difficoltà a convincere il medico della realtà del proprio quadro sintomatologico (queste addirittura risultano più frequenti dopo il 2006 con il 42,1% rispetto alla media del 40,1%): trattamenti per una patologia erroneamente diagnosticata (30,9% dopo il 2006 contro il 39,0% prima del 1991).
Ci sono ancora difficoltà e ostacoli anche a livello del rapporto medico-paziente, il cui superamento (che richiederebbe un’opera di ulteriore sensibilizzazione soprattutto dei medici di medicina generale) potrebbe con ogni probabilità offrire un contributo importante in termini di accelerazione del percorso diagnostico.
Ambulatori e centri pubblici i più frequentati. Per quanto riguarda il trattamento terapeutico, il 78,1% dei rispondenti ha indicato di frequentare un ambulatorio neurologico o un Centro pubblico. Il 61,6% si rivolge a questo tipo di strutture per gestire il proprio intero percorso terapeutico con diversi professionisti, il 4,0% ha indicato di frequentarlo per ricevere la terapia quando ha un attacco (o recidiva), ed eventualmente per una terapia a lungo termine, mentre il 12,5% vi si rivolge esclusivamente per la terapia a lungo termine .
Servizi pubblici e socio assistenziali da rafforzare. I servizi sanitari considerati più utili sono i Centri clinici per la SM (52,7%), i farmaci gratuiti (31,1%) e le visite specialistiche ambulatoriali (29,4%). Solo il 14,6% dei pazienti ritiene che vada potenziata la distribuzione dei farmaci, ma sono numerosi i servizi sanitari che invece andrebbero rafforzati. Gli stessi centri clinici (che
spesso si limitano solo a fornire la terapia farmacologica) sono indicati in questo senso dal 30,4%, seguiti dalla specialistica ambulatoriale (27,1%) e anche dalle visite mediche domiciliari (25,1%), ancora poco diffuse, così come i ricoveri in day hospital, indicati dal 22,3%.
Ma la richiesta di miglioramento aumenta soprattutto per i servizi socio-assistenziali: il 77,5% pensa che l’assistenza domiciliare è un servizio tra i più utili ed il 72,4% a ritenerne necessario potenziala. Ma i malati chiedono anche aiuto economico e sgravi fiscali (tra i più utili secondo il 52,6% e da potenziare secondo il 47,7%). L’utilità del supporto psicologico è riconosciuta dal 37,0% del campione, che ne vorrebbe il potenziamento nel 25,8%.
Per un quarto degli intervistato le occasioni di incontro e confronto con altri pazienti è un servizio utile e da potenziare.
Terapie farmacologie e non. La terapia farmacologica rappresenta un elemento centrale nel trattamento della SM: consentono da un lato di contenere i sintomi e gli effetti legati alle ricadute (attraverso la terapia di attacco) e soprattutto, specie se il trattamento inizia tempestivamente, di rallentarne significativamente il decorso (attraverso la terapia specifica a lungo termine).
La ricerca sui farmaci contro la SM rimane peraltro molto attiva, e sono frequenti anche i casi di terapie a lungo termine sperimentali con farmaci di ultima generazione.
Il 16,9% dei pazienti ha aver ricevuto nell’ultimo anno la terapia per un attacco (che consiste sostanzialmente di farmaci antinfiammatori cortisonici), mentre la terapia specifica a lungo termine è stata ricevuta dal 62,5% del campione, il 7,0% ha invece seguito un protocollo terapeutico sperimentale. Un ruolo importante è ricoperto anche dalle terapie non farmacologiche (fisioterapia, riabilitazione, logopedistica ecc.), ma ad eccezione della fisioterapia (indicata dal 51,5%, soprattutto dai più anziani tra cui raggiunge il 70,2%) e parzialmente della terapia psicologica (18,0% più frequente tra i più giovani), è molto contenuto il numero delle persone che vi si sono sottoposte. Questo secondo il Censis testimonia che “l’accesso ai servizi, e in particolare a quelli riabilitativi, sia più spesso legato alle esigenze di offerta che agli effettivi bisogni dei pazienti”.
I bisogni dei pazienti e la centralità della famiglia. Il 48,5% degli intervistati ha dichiarato di aver bisogno di aiuto nella sua vita quotidiana, contro il 44,1% che ha dichiarato di non averne bisogno ed il 7,4% che ha indicato di vivere questo tipo di necessità solo nei momenti in cui è colpito da un attacco. E le risposte ai bisogni assistenziali arrivano pressoché solo dalla famiglia, e in particolare dal nucleo familiare. Il 38,1% ha ricevuto aiuto ed assistenza informale tutti i giorni da familiari conviventi, la quota aumenta con livelli di disabilità più elevati (62,8%). Un aiuto più modulato sulle esigenze del momento, e legato alla presenza di un attacco, è stato indicato dal 20,1% (in questo caso più spesso da persone con minori livelli di disabilità). Più raro l’aiuto da parte di parenti e amici non conviventi (8,1%), ma aumenta nel caso di bisogno specifico (24,1%) soprattutto se la richiesta arriva da persone sole in momenti di difficoltà estrema.
I dati confermano dunque l’assoluta, e per molti versi eccessiva, centralità della famiglia nell’assetto dell’assistenza. Complessivamente è il 15,3% ad essersi avvalso dell’aiuto di personale
pubblico, solo il 3,3% tutti i giorni, e il dato, pur aumentando, rimane ampiamente minoritario anche tra i più gravi. Solo l’8,1% può fare ricorso a personale privato. Residuale è
invece l’aiuto offerto dal volontariato (‘8,4% in tutto, 10,9% nei casi più gravi).
Impatto negativo sulla vita lavorativa, più vistoso per gli uomini. Per il 49,8% degli intervistati la malattia ha causato un cambiamento in negativo della loro vita lavorativa, soprattutto con l’aumentare dell’età (e dunque all’avanzare della malattia): si va dal 34,2% degli under35 al 60,2% degli over54). E con differenze tra uomini e donne: l’impatto negativo è più vistoso per i primi : sia in totale (55,8% contro il 45,8% femminile) che a parità di età (il 43,8% contro il 27,2% nella coorte più giovane). Importanti ricadute negative anche sulla vita sociale ed emotiva (interruzione delle attività del tempo libero (hobby, attività sportive, viaggi, volontariato), incomprensioni sul proprio stato di sofferenza da parte dei familiari ecc.
L'Autismo
L’identikit. L’indagine ha coinvolto un campione di 302 famiglie con persone affette da una forma di autismo in grande maggioranza di uomini (82,1% contro il 17,9% di femmine) in una fascia di età che va dai 3 ai 42 anni. E hanno forme di disabilità definite come gravi o molto gravi. La quasi totalità delle persone con autismo vive in casa con la propria famiglia (96,0%), il 4,0% in una istituzione residenziale.
Il 72,5% frequenta la scuola (la maggioranza è under 14), ma il dato scende al 67,1% tra i 14 ed i 20 anni e arriva al 6,7% tra chi ha 21 anni o più. Chi non va a scuola frequenta un centro diurno (13,2% complessivamente, il 50,0% tra gli over 21).
La compromissione della comunicazione verbale, non rappresenta complessivamente il disturbo più problematico da gestire (secondo il 34,7% delle famiglie), ma il dato risulta sensibilmente più alto
tra i casi più gravi (39,9%). Più difficile da gestire, nei casi più gravi, l’aggressività e l’autolesionismo, soprattutto negli over 14. Anche i comportamenti ripetitivi, ossessivi, compulsivi e auto stimolatori costituiscono una tipologia di disturbo fortemente problematico.
Percorso diagnostico complesso. Il 45,9% ha dovuto attendere tra 1 e 3 anni per avere la diagnosi, mentre il 13,5% ha aspettato più di 3 anni (in particolare le persone che oggi sono adolescenti e adulti). Il percorso per la diagnosi definitiva è complesso: sono 2,7 i centri e gli specialisti cui le famiglie si sono rivolte per la diagnosi, e il valore cresce nelle diagnosi tardive (5 centri o specialisti consultati nelle diagnosi dopo i 10 anni di età).
Tra le maggiori difficoltà segnalate: la scarsa competenza del pediatra di libera scelta o del medico di famiglia (40,4%); i pareri contrastanti ricevuti (il 30,8%); le richieste di approfondimenti specialistici 813,2); difficoltà di ottenere informazioni affidabili (E più è basso il livelli di istruzione delle famiglie più le percentuali di difficoltà crescono.
Trattamento e terapia, un aspetto complesso. Sotto il profilo delle conoscenze medico scientifiche, la causa dei disturbi del comportamento che caratterizzano l’autismo rimane sconosciuta, e dunque l’approccio terapeutico non può basarsi su una conoscenza puntuale dei meccanismi di azione della patologia.
I trattamenti psicologici, pedagogici e sociali, e in generale la terapia abilitativa e riabilitativa precoce, sono una delle poche strategie speso efficaci nel migliorare sintomi e disturbi e nel
ridurne il livello di disabilità. Ma se quasi tutti i bambini (soprattutto quelli più piccoli, ma anche quelli tra gli 8 e i 13 anni) ricevono qualche tipo di intervento abilitativo, tra gli adolescenti e gli adulti la quota di quanti non fanno nessuna terapia psicologica, pedagogica e sociale si attesta intorno al 30%.
Gli interventi cognitivo-comportamentali sono indicati come i più efficaci dal 49,3% del campione.
Ma solo il 20,5% degli intervistati (dato raggiunge il 30,9% tra i bambini più piccoli) ha indicato di aver ricevuto solo trattamenti di questo tipo (logopedia e/o psicomotricità e/o psicoterapia), ma nessun trattamento cognitivo-comportamentale. “Trattamenti che certamente non sono controindicati – rileva il Censis –, ma che trovano la loro ragion d’essere a supporto di un approccio terapeutico più sostanziale”.
Le tecniche cognitivo-comportamentali costituiscano un approccio decisamente più intensivo, laddove sono in media 5,2 le ore settimanali di trattamento ricevute. Di queste 5,2 ore, ben 3,2 sono state pagate privatamente dalle famiglie (pari al 62,0% di quanto ricevuto), contro le 2,0 erogate dal soggetto pubblico, dato particolarmente significativo alla luce dei costi assolutamente rilevanti che la terapia cognitivo-comportamentale comporta.
Psicomotricità, psicoterapia e fisioterapia, mediamente ricevute per circa un’ora e mezza alla settimana, risultano invece per la maggior parte erogate dal Ssn o comunque dal soggetto pubblico.
Sulle famiglie il carico assistenziale. Le ore di assistenza e sorveglianza dedicate in media alle persone con autismo sono 17,1 al giorno. In particolare, sono 9,7 al giorno in media le ore dedicate all’assistenza diretta, mentre le ore di sorveglianza sono in media 7,4. Le ore giornaliere di assistenza diretta per i bambini fino a 7 anni sono 11,6 e si riducono soltanto fino a 9,0 negli adulti, così come quelle di sorveglianza passano da 7,2 a 6,0 al giorno. Dati che indicano come “la cura e l’assistenza necessarie per le persone con autismo tenda a diminuire pochissimo nel passaggio dall’infanzia all’età adulta, e che dunque quel carico assistenziale che normalmente accomuna tutti i genitori di bambini piccoli sostanzialmente perduri per tutta la vita nel casi delle persone con autismo”.
Tirando le somme l’assetto dell’assistenza rimane nella grande maggioranza dei casi onere esclusivo della famiglia. Un carico assistenziale, unito alla difficoltà e in molti casi impossibilità di ottenere aiuto nella gestione della vita quotidiana, finisce per avere un impatto assolutamente rilevante non solo sulla qualità della vita quotidiana delle famiglie, ma anche sui progetti e le scelte di vita a lungo termine.
Così il 65,9% delle famiglie ha subito una modifica in negativo del lavoro di almeno uno dei genitori, e il dato si ferma al 61,3% tra i genitori delle persone la cui disabilità è definita meno grave, mentre arriva al 68,9% tra i genitori che hanno definito grave o molto grave il livello di disabilità della persona. Sono soprattutto le madri ad aver sperimentato questo tipo di peggioramenti del loro percorso professionale, e lo hanno indicato nel 62,6% dei casi, mentre ha riguardato i padri nel 25,5%.
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I problemi legati alle disabilità appaiono sempre più invisibili nell’agenda istituzionale e continuano a gravare drammaticamente sulle famiglie, spesso lasciate sole nei compiti di cura. Ricerca del Censis-Fondazione Cesare Serono focalizzata su sclerosi multipla e autismo.
Il 62,8% delle persone con gravi forme di sclerosi multipla ricevono tutti i giorni aiuti solo dai propri familiari. Il 15,3% si è avvalso dell’aiuto di personale pubblico, solo il 3,3% lo riceve tutti i giorni. Sette pazienti su dieci chiedono il potenziamento dell’assistenza domiciliare. Sono ancora poco diffuse le visite mediche domiciliari e i ricoveri in Day hospital.
E ancora più difficile è percorso diagnostico e terapeutico delle persone affette da autismo e dei loro familiari. Il 45,9% degli autistici ha dovuto attendere tra 1 e 3 anni per avere la diagnosi, mentre il 13,5% ha aspettato addirittura più di 3 anni. L’autismo è poi un tema a proposito del quale i medici, specie nella gestione del percorso diagnostico con le famiglie con un basso livello di istruzione, sembrano muoversi con particolare difficoltà, e sul quale informazioni chiare non sono facilmente disponibili e accessibili,e ciò vale soprattutto per i medici di famiglia ed i pediatri di libera scelta. Il 30% degli adolescenti e adulti con autismo non fa nessuna terapia psicologica, pedagogica e sociale.
Nonostante progresso tecnologico e diffusione di procedure più accurate abbiano consentito di fare molti passi in avanti nella cura delle persone con disabilità, le carenze sono ancora troppe. Per questo le istituzioni devono rilanciare il proprio ruolo di supporto e sostegno solidale per far sì che la centralità della persona e della famiglia diventino il perno del nostro sistema.
A delineare i contorni del pianeta disabilità sono due indagini - realizzate dal Censis per la Fondazione Cesare Serono nell’ambito del progetto pluriennale “Centralità della persona e della famiglia: realtà o obiettivo da raggiungere?” - che hanno approfondito l’autismo e la sclerosi multipla.
Di seguito una sintesi dell’indagine Censis.
La sclerosi multipla
Il campione: più colpite le donne. L’indagine ha coinvolto un campione di 302 persone affette da questa patologia. Sclerosi Multipla distribuito in modo sostanzialmente omogeneo sul territorio nazionale. La maggioranza sono donne (il 63,8% contro il 36,2% degli uomini) e oltre i due terzi del totale sono in età compresa tra i 35 ed i 64 anni. Questo perché la malattia colpisce prevalentemente l’universo femminile ed esordisce generalmente tra i 14 ed i 40 anni di età (con un picco a ridosso dei 30 anni).
Tempi di diagnosi. Il 61,5% ha ricevuto una diagnosi nell’ultimo decennio, mentre il 24,9% l’ha ricevuta tra il 1991 ed il 1999. Un dato significativo che testimonia come grazie agli avanzamenti tecnologici dagli anni ‘90 in poi, sostanzialmente la Rmn , il percorso diagnostico sia diventato sempre meno complesso, almeno dal punto di vista tecnico (la SM specialmente nelle sue fasi iniziali, talvolta esordisce con sintomi aspecifici, affaticabilità, astenia, etc.). E così complessivamente il tempo intercorso tra l’insorgere dei primi sintomi e la diagnosi è di circa 2 anni e 8 mesi, ma il valore è sensibilmente più alto tra chi ha ricevuto la diagnosi nel 1990 o prima (poco meno di 4 anni), e tra chi oggi versa in condizioni di più grave disabilità (3,8 anni mediamente di intervallo tra i primi sintomi e la diagnosi per chi oggi definisce la propria disabilità grave o molto grave).
Ancora ostacoli. Comunque nonostante l’accelerazione dei tempi ci sono ancora molti ostacoli: sono significativamente frequenti i casi di differenti consulti medici (il 48,4% tra i neodiagnosticati contro la media del 48,7% e il dato del 53,5% dei diagnosticati prima del 1991); ci sono difficoltà a convincere il medico della realtà del proprio quadro sintomatologico (queste addirittura risultano più frequenti dopo il 2006 con il 42,1% rispetto alla media del 40,1%): trattamenti per una patologia erroneamente diagnosticata (30,9% dopo il 2006 contro il 39,0% prima del 1991).
Ci sono ancora difficoltà e ostacoli anche a livello del rapporto medico-paziente, il cui superamento (che richiederebbe un’opera di ulteriore sensibilizzazione soprattutto dei medici di medicina generale) potrebbe con ogni probabilità offrire un contributo importante in termini di accelerazione del percorso diagnostico.
Ambulatori e centri pubblici i più frequentati. Per quanto riguarda il trattamento terapeutico, il 78,1% dei rispondenti ha indicato di frequentare un ambulatorio neurologico o un Centro pubblico. Il 61,6% si rivolge a questo tipo di strutture per gestire il proprio intero percorso terapeutico con diversi professionisti, il 4,0% ha indicato di frequentarlo per ricevere la terapia quando ha un attacco (o recidiva), ed eventualmente per una terapia a lungo termine, mentre il 12,5% vi si rivolge esclusivamente per la terapia a lungo termine .
Servizi pubblici e socio assistenziali da rafforzare. I servizi sanitari considerati più utili sono i Centri clinici per la SM (52,7%), i farmaci gratuiti (31,1%) e le visite specialistiche ambulatoriali (29,4%). Solo il 14,6% dei pazienti ritiene che vada potenziata la distribuzione dei farmaci, ma sono numerosi i servizi sanitari che invece andrebbero rafforzati. Gli stessi centri clinici (che
spesso si limitano solo a fornire la terapia farmacologica) sono indicati in questo senso dal 30,4%, seguiti dalla specialistica ambulatoriale (27,1%) e anche dalle visite mediche domiciliari (25,1%), ancora poco diffuse, così come i ricoveri in day hospital, indicati dal 22,3%.
Ma la richiesta di miglioramento aumenta soprattutto per i servizi socio-assistenziali: il 77,5% pensa che l’assistenza domiciliare è un servizio tra i più utili ed il 72,4% a ritenerne necessario potenziala. Ma i malati chiedono anche aiuto economico e sgravi fiscali (tra i più utili secondo il 52,6% e da potenziare secondo il 47,7%). L’utilità del supporto psicologico è riconosciuta dal 37,0% del campione, che ne vorrebbe il potenziamento nel 25,8%.
Per un quarto degli intervistato le occasioni di incontro e confronto con altri pazienti è un servizio utile e da potenziare.
Terapie farmacologie e non. La terapia farmacologica rappresenta un elemento centrale nel trattamento della SM: consentono da un lato di contenere i sintomi e gli effetti legati alle ricadute (attraverso la terapia di attacco) e soprattutto, specie se il trattamento inizia tempestivamente, di rallentarne significativamente il decorso (attraverso la terapia specifica a lungo termine).
La ricerca sui farmaci contro la SM rimane peraltro molto attiva, e sono frequenti anche i casi di terapie a lungo termine sperimentali con farmaci di ultima generazione.
Il 16,9% dei pazienti ha aver ricevuto nell’ultimo anno la terapia per un attacco (che consiste sostanzialmente di farmaci antinfiammatori cortisonici), mentre la terapia specifica a lungo termine è stata ricevuta dal 62,5% del campione, il 7,0% ha invece seguito un protocollo terapeutico sperimentale. Un ruolo importante è ricoperto anche dalle terapie non farmacologiche (fisioterapia, riabilitazione, logopedistica ecc.), ma ad eccezione della fisioterapia (indicata dal 51,5%, soprattutto dai più anziani tra cui raggiunge il 70,2%) e parzialmente della terapia psicologica (18,0% più frequente tra i più giovani), è molto contenuto il numero delle persone che vi si sono sottoposte. Questo secondo il Censis testimonia che “l’accesso ai servizi, e in particolare a quelli riabilitativi, sia più spesso legato alle esigenze di offerta che agli effettivi bisogni dei pazienti”.
I bisogni dei pazienti e la centralità della famiglia. Il 48,5% degli intervistati ha dichiarato di aver bisogno di aiuto nella sua vita quotidiana, contro il 44,1% che ha dichiarato di non averne bisogno ed il 7,4% che ha indicato di vivere questo tipo di necessità solo nei momenti in cui è colpito da un attacco. E le risposte ai bisogni assistenziali arrivano pressoché solo dalla famiglia, e in particolare dal nucleo familiare. Il 38,1% ha ricevuto aiuto ed assistenza informale tutti i giorni da familiari conviventi, la quota aumenta con livelli di disabilità più elevati (62,8%). Un aiuto più modulato sulle esigenze del momento, e legato alla presenza di un attacco, è stato indicato dal 20,1% (in questo caso più spesso da persone con minori livelli di disabilità). Più raro l’aiuto da parte di parenti e amici non conviventi (8,1%), ma aumenta nel caso di bisogno specifico (24,1%) soprattutto se la richiesta arriva da persone sole in momenti di difficoltà estrema.
I dati confermano dunque l’assoluta, e per molti versi eccessiva, centralità della famiglia nell’assetto dell’assistenza. Complessivamente è il 15,3% ad essersi avvalso dell’aiuto di personale
pubblico, solo il 3,3% tutti i giorni, e il dato, pur aumentando, rimane ampiamente minoritario anche tra i più gravi. Solo l’8,1% può fare ricorso a personale privato. Residuale è
invece l’aiuto offerto dal volontariato (‘8,4% in tutto, 10,9% nei casi più gravi).
Impatto negativo sulla vita lavorativa, più vistoso per gli uomini. Per il 49,8% degli intervistati la malattia ha causato un cambiamento in negativo della loro vita lavorativa, soprattutto con l’aumentare dell’età (e dunque all’avanzare della malattia): si va dal 34,2% degli under35 al 60,2% degli over54). E con differenze tra uomini e donne: l’impatto negativo è più vistoso per i primi : sia in totale (55,8% contro il 45,8% femminile) che a parità di età (il 43,8% contro il 27,2% nella coorte più giovane). Importanti ricadute negative anche sulla vita sociale ed emotiva (interruzione delle attività del tempo libero (hobby, attività sportive, viaggi, volontariato), incomprensioni sul proprio stato di sofferenza da parte dei familiari ecc.
L'Autismo
L’identikit. L’indagine ha coinvolto un campione di 302 famiglie con persone affette da una forma di autismo in grande maggioranza di uomini (82,1% contro il 17,9% di femmine) in una fascia di età che va dai 3 ai 42 anni. E hanno forme di disabilità definite come gravi o molto gravi. La quasi totalità delle persone con autismo vive in casa con la propria famiglia (96,0%), il 4,0% in una istituzione residenziale.
Il 72,5% frequenta la scuola (la maggioranza è under 14), ma il dato scende al 67,1% tra i 14 ed i 20 anni e arriva al 6,7% tra chi ha 21 anni o più. Chi non va a scuola frequenta un centro diurno (13,2% complessivamente, il 50,0% tra gli over 21).
La compromissione della comunicazione verbale, non rappresenta complessivamente il disturbo più problematico da gestire (secondo il 34,7% delle famiglie), ma il dato risulta sensibilmente più alto
tra i casi più gravi (39,9%). Più difficile da gestire, nei casi più gravi, l’aggressività e l’autolesionismo, soprattutto negli over 14. Anche i comportamenti ripetitivi, ossessivi, compulsivi e auto stimolatori costituiscono una tipologia di disturbo fortemente problematico.
Percorso diagnostico complesso. Il 45,9% ha dovuto attendere tra 1 e 3 anni per avere la diagnosi, mentre il 13,5% ha aspettato più di 3 anni (in particolare le persone che oggi sono adolescenti e adulti). Il percorso per la diagnosi definitiva è complesso: sono 2,7 i centri e gli specialisti cui le famiglie si sono rivolte per la diagnosi, e il valore cresce nelle diagnosi tardive (5 centri o specialisti consultati nelle diagnosi dopo i 10 anni di età).
Tra le maggiori difficoltà segnalate: la scarsa competenza del pediatra di libera scelta o del medico di famiglia (40,4%); i pareri contrastanti ricevuti (il 30,8%); le richieste di approfondimenti specialistici 813,2); difficoltà di ottenere informazioni affidabili (E più è basso il livelli di istruzione delle famiglie più le percentuali di difficoltà crescono.
Trattamento e terapia, un aspetto complesso. Sotto il profilo delle conoscenze medico scientifiche, la causa dei disturbi del comportamento che caratterizzano l’autismo rimane sconosciuta, e dunque l’approccio terapeutico non può basarsi su una conoscenza puntuale dei meccanismi di azione della patologia.
I trattamenti psicologici, pedagogici e sociali, e in generale la terapia abilitativa e riabilitativa precoce, sono una delle poche strategie speso efficaci nel migliorare sintomi e disturbi e nel
ridurne il livello di disabilità. Ma se quasi tutti i bambini (soprattutto quelli più piccoli, ma anche quelli tra gli 8 e i 13 anni) ricevono qualche tipo di intervento abilitativo, tra gli adolescenti e gli adulti la quota di quanti non fanno nessuna terapia psicologica, pedagogica e sociale si attesta intorno al 30%.
Gli interventi cognitivo-comportamentali sono indicati come i più efficaci dal 49,3% del campione.
Ma solo il 20,5% degli intervistati (dato raggiunge il 30,9% tra i bambini più piccoli) ha indicato di aver ricevuto solo trattamenti di questo tipo (logopedia e/o psicomotricità e/o psicoterapia), ma nessun trattamento cognitivo-comportamentale. “Trattamenti che certamente non sono controindicati – rileva il Censis –, ma che trovano la loro ragion d’essere a supporto di un approccio terapeutico più sostanziale”.
Le tecniche cognitivo-comportamentali costituiscano un approccio decisamente più intensivo, laddove sono in media 5,2 le ore settimanali di trattamento ricevute. Di queste 5,2 ore, ben 3,2 sono state pagate privatamente dalle famiglie (pari al 62,0% di quanto ricevuto), contro le 2,0 erogate dal soggetto pubblico, dato particolarmente significativo alla luce dei costi assolutamente rilevanti che la terapia cognitivo-comportamentale comporta.
Psicomotricità, psicoterapia e fisioterapia, mediamente ricevute per circa un’ora e mezza alla settimana, risultano invece per la maggior parte erogate dal Ssn o comunque dal soggetto pubblico.
Sulle famiglie il carico assistenziale. Le ore di assistenza e sorveglianza dedicate in media alle persone con autismo sono 17,1 al giorno. In particolare, sono 9,7 al giorno in media le ore dedicate all’assistenza diretta, mentre le ore di sorveglianza sono in media 7,4. Le ore giornaliere di assistenza diretta per i bambini fino a 7 anni sono 11,6 e si riducono soltanto fino a 9,0 negli adulti, così come quelle di sorveglianza passano da 7,2 a 6,0 al giorno. Dati che indicano come “la cura e l’assistenza necessarie per le persone con autismo tenda a diminuire pochissimo nel passaggio dall’infanzia all’età adulta, e che dunque quel carico assistenziale che normalmente accomuna tutti i genitori di bambini piccoli sostanzialmente perduri per tutta la vita nel casi delle persone con autismo”.
Tirando le somme l’assetto dell’assistenza rimane nella grande maggioranza dei casi onere esclusivo della famiglia. Un carico assistenziale, unito alla difficoltà e in molti casi impossibilità di ottenere aiuto nella gestione della vita quotidiana, finisce per avere un impatto assolutamente rilevante non solo sulla qualità della vita quotidiana delle famiglie, ma anche sui progetti e le scelte di vita a lungo termine.
Così il 65,9% delle famiglie ha subito una modifica in negativo del lavoro di almeno uno dei genitori, e il dato si ferma al 61,3% tra i genitori delle persone la cui disabilità è definita meno grave, mentre arriva al 68,9% tra i genitori che hanno definito grave o molto grave il livello di disabilità della persona. Sono soprattutto le madri ad aver sperimentato questo tipo di peggioramenti del loro percorso professionale, e lo hanno indicato nel 62,6% dei casi, mentre ha riguardato i padri nel 25,5%.

"Eccellenze a confronto per la fisioterapia del futuro"
- da Luca il 07/02/2012 @ 17:02
"Eccellenze a confronto per la fisioterapia del futuro"
Che si terrà il 21/4/2012 presso l'istituto CSS-Mendel, viale Regina Margherita 261, 00198 ROMA.
L'evento avrà inizio alle ore 9.00 e termine alle ore 18.00.
Evento Gratuito
Il convegno sarà trasmesso anche in diretta sulla piattaforma di www.conferenzeonline.net
CLICCA QUI PER INFORMAZIONI
SCARICA LA LOCANDINA 
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"Eccellenze a confronto per la fisioterapia del futuro"
Che si terrà il 21/4/2012 presso l'istituto CSS-Mendel, viale Regina Margherita 261, 00198 ROMA.
L'evento avrà inizio alle ore 9.00 e termine alle ore 18.00.
Evento Gratuito
Il convegno sarà trasmesso anche in diretta sulla piattaforma di www.conferenzeonline.net
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SPIF
- da Luca il 03/02/2012 @ 17:25
| La voce dello SPIF NR. 33 |
| RAGGIUNTO L'ACCORDO DI CONVENZIONE TRA LO SPIF E IL PATRONATO 50&PIU' ENASCO |
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Oggi la nostra Offerta sindacale incontra la tua Domanda
Lo SPIF ha raggiunto un altro obiettivo importante in favore della categoria dei Fisioterapisti iscritti al Sindacato. Raggiunto l’accordo e stipulata la convenzione a carattere nazionale, con l’Istituto di Patronato e di Assistenza Sociale 50&PIU’ ENASCO. Ancora più serenità nel migliorare la nostra offerta di assistenza verso le esigenze della nostra categoria professionale impegnata nel mondo del lavoro e non. La serenità viene estesa anche ai familiari dei soci iscritti allo SPIF. Mai più felici!!!
La Redazione
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| LA FORMAZIONE IN PUGLIA-MOLFETTA, PARTNER SPIF, I° SEMINARIO E CORSO DI FORMAZIONE ECM INTEGRATO DI "RIABILITAZIONE IN ACQUA E PSICOMOTRICITA' IN ACQUA", |
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LA FORMAZIONE IN PUGLIA-MOLFETTA, PARTNER SPIF, I° SEMINARIO E CORSO DI FORMAZIONE ECM INTEGRATO DI “RIABILITAZIONE IN ACQUA E PSICOMOTRICITA’ IN ACQUA”, nuove date:
Il Corso formativo ECM in Acqua si terrà a Molfetta il 26-29 Aprile 2012 e il 24-27 Maggio 2012, presso la Lega del Filo d’Oro
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| CONFUSIONE TRA FISIOTERAPISTI E TECNICI ORTOPEDICI SULLA RIABILITAZIONE DELLA MANO |
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CONFUSIONE TRA FISIOTERAPISTI E TECNICI ORTOPEDICI SULLA RIABILITAZIONE DELLA MANO
L’Ufficio Libera Professione del sindacato SPIF interviene per spiegare che non di abuso professionale si tratta, nei confronti dei Tecnici Ortopedici, quando il Fisioterapista è chiamato ogni giorno ad intervenire, trattando” la mano” del paziente, a confezionare uno Splint bisognevole di adattamento funzionale.
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| LA FATTURA DEL FISIOTERAPISTA PUO' ESSERE DETRATTA COME SPESA SANITARIA |
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LA FATTURA DEL FISIOTERAPISTA PUO’ ESSERE DETRATTA COME SPESA SANITARIA
Continuano ad arrivare agli Uffici dello SPIF da parte dei colleghi numerose telefonate ed mail, con richieste di chiarimenti, riguardo la Libera Professione e gli aspetti fiscali che la possono interessare.
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| FISIOTERAPISTI: ELEZIONI RSU - ULTIMO APPELLO |
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La parola al Presidente…
Singolare e affascinante la disponibilità alla candidatura nelle RSU data da diverse colleghe e colleghi nella maggior delle regioni. Un alto senso di rappresentatività della Professione che, qualora giunga vincente fino in fondo, farà capire ai più scettici quanto siamo ancora a discutere sul sesso degli angeli mentre la “concorrenza” ci mangia sulla testa ogni giorno come e quanto vuole.
Gli eroici del caso non sono sicuramente numericamente alla pari dei “sindacati big” ma sono così entusiasti di partecipare alle elezioni che stanno convincendo anche i più scettici.
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| La voce dello SPIF NR. 33 |
| RAGGIUNTO L'ACCORDO DI CONVENZIONE TRA LO SPIF E IL PATRONATO 50&PIU' ENASCO |
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Oggi la nostra Offerta sindacale incontra la tua Domanda
Lo SPIF ha raggiunto un altro obiettivo importante in favore della categoria dei Fisioterapisti iscritti al Sindacato. Raggiunto l’accordo e stipulata la convenzione a carattere nazionale, con l’Istituto di Patronato e di Assistenza Sociale 50&PIU’ ENASCO. Ancora più serenità nel migliorare la nostra offerta di assistenza verso le esigenze della nostra categoria professionale impegnata nel mondo del lavoro e non. La serenità viene estesa anche ai familiari dei soci iscritti allo SPIF. Mai più felici!!!
La Redazione
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| LA FORMAZIONE IN PUGLIA-MOLFETTA, PARTNER SPIF, I° SEMINARIO E CORSO DI FORMAZIONE ECM INTEGRATO DI "RIABILITAZIONE IN ACQUA E PSICOMOTRICITA' IN ACQUA", |
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LA FORMAZIONE IN PUGLIA-MOLFETTA, PARTNER SPIF, I° SEMINARIO E CORSO DI FORMAZIONE ECM INTEGRATO DI “RIABILITAZIONE IN ACQUA E PSICOMOTRICITA’ IN ACQUA”, nuove date:
Il Corso formativo ECM in Acqua si terrà a Molfetta il 26-29 Aprile 2012 e il 24-27 Maggio 2012, presso la Lega del Filo d’Oro
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| CONFUSIONE TRA FISIOTERAPISTI E TECNICI ORTOPEDICI SULLA RIABILITAZIONE DELLA MANO |
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CONFUSIONE TRA FISIOTERAPISTI E TECNICI ORTOPEDICI SULLA RIABILITAZIONE DELLA MANO
L’Ufficio Libera Professione del sindacato SPIF interviene per spiegare che non di abuso professionale si tratta, nei confronti dei Tecnici Ortopedici, quando il Fisioterapista è chiamato ogni giorno ad intervenire, trattando” la mano” del paziente, a confezionare uno Splint bisognevole di adattamento funzionale.
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| LA FATTURA DEL FISIOTERAPISTA PUO' ESSERE DETRATTA COME SPESA SANITARIA |
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LA FATTURA DEL FISIOTERAPISTA PUO’ ESSERE DETRATTA COME SPESA SANITARIA
Continuano ad arrivare agli Uffici dello SPIF da parte dei colleghi numerose telefonate ed mail, con richieste di chiarimenti, riguardo la Libera Professione e gli aspetti fiscali che la possono interessare.
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| FISIOTERAPISTI: ELEZIONI RSU - ULTIMO APPELLO |
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La parola al Presidente…
Singolare e affascinante la disponibilità alla candidatura nelle RSU data da diverse colleghe e colleghi nella maggior delle regioni. Un alto senso di rappresentatività della Professione che, qualora giunga vincente fino in fondo, farà capire ai più scettici quanto siamo ancora a discutere sul sesso degli angeli mentre la “concorrenza” ci mangia sulla testa ogni giorno come e quanto vuole.
Gli eroici del caso non sono sicuramente numericamente alla pari dei “sindacati big” ma sono così entusiasti di partecipare alle elezioni che stanno convincendo anche i più scettici.
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Procedura riconoscimento equivalenza sul BURL
- da Luca il 01/02/2012 @ 19:08
http://www.fisiokinesiterapia.biz/download/burlequivalenza.pdf
Serie Ordinaria n. 5 - Martedì 31 gennaio 2012– 6 – Bollettino UfficialeD.g.r. 25 gennaio 2012 - n. IX/2934
Disposizioni in merito al procedimento per il riconoscimento dell’equivalenza ai diplomi universitari dell’area sanitaria dei titoli del pregresso ordinamento

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http://www.fisiokinesiterapia.biz/download/burlequivalenza.pdf
Serie Ordinaria n. 5 - Martedì 31 gennaio 2012– 6 – Bollettino UfficialeD.g.r. 25 gennaio 2012 - n. IX/2934
Disposizioni in merito al procedimento per il riconoscimento dell’equivalenza ai diplomi universitari dell’area sanitaria dei titoli del pregresso ordinamento


GIMBE
- da Luca il 01/02/2012 @ 18:28
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7a Conferenza Nazionale GIMBE
Evidence & Governance per la sostenibilità della sanità pubblica
Bologna, 17 febbraio 2012
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Iscrizione
Gratuita
Contatti
051 5883920
info@gimbe.org
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Pregiatissimo...,
è online il programma definitivo della Conferenza Nazionale GIMBE realizzato grazie ai contributi inviati da professionisti e organizzazioni sanitarie italiane.
Il filo conduttore dell'evento è la sostenibilità del servizio sanitario: oggi, non avendo risorse sufficienti per "dare tutto a tutti", solo criteri di appropriatezza clinica e organizzativa possono identificare quali interventi sanitari efficaci e sicuri rimborsare con il denaro pubblico. L'integrazione delle migliori evidenze scientifiche in tutte le decisioni (professionali, manageriali e politiche) e l'approccio di sistema al governo clinico costituiscono strumenti indispensabili per raggiungere questo irrinunciabile obiettivo.
In occasione dell'evento sarà lanciato il progetto GIMBE for Young, destinato a studenti e professionisti sanitari fino ai 30 anni di età.
L’iscrizione è gratuita e può essere effettuata esclusivamente online.
Vi aspettiamo a Bologna
Nino Cartabellotta
Presidente
Fondazione GIMBE
Via Amendola, 2 - 40121 Bologna
Tel 051 5883920 - Fax 051 3372195
www.gimbe.org
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7a Conferenza Nazionale GIMBE
Evidence & Governance per la sostenibilità della sanità pubblica
Bologna, 17 febbraio 2012
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Iscrizione
Gratuita
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051 5883920
info@gimbe.org
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Pregiatissimo...,
è online il programma definitivo della Conferenza Nazionale GIMBE realizzato grazie ai contributi inviati da professionisti e organizzazioni sanitarie italiane.
Il filo conduttore dell'evento è la sostenibilità del servizio sanitario: oggi, non avendo risorse sufficienti per "dare tutto a tutti", solo criteri di appropriatezza clinica e organizzativa possono identificare quali interventi sanitari efficaci e sicuri rimborsare con il denaro pubblico. L'integrazione delle migliori evidenze scientifiche in tutte le decisioni (professionali, manageriali e politiche) e l'approccio di sistema al governo clinico costituiscono strumenti indispensabili per raggiungere questo irrinunciabile obiettivo.
In occasione dell'evento sarà lanciato il progetto GIMBE for Young, destinato a studenti e professionisti sanitari fino ai 30 anni di età.
L’iscrizione è gratuita e può essere effettuata esclusivamente online.
Vi aspettiamo a Bologna
Nino Cartabellotta
Presidente
Fondazione GIMBE
Via Amendola, 2 - 40121 Bologna
Tel 051 5883920 - Fax 051 3372195
www.gimbe.org
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Ancora falsi fisioterapisti
- da Luca il 01/02/2012 @ 10:41
Malasanità in Calabria: Cosenza. Truffe ai danni del Ssn. Denunciate 16 persone, tra cui 6 medici e 2 falsi fisioterapisti
Rimborsi falsati, terapie erogate in assenza di requisiti, persone ricoverate non per ricevere cure ma per stare accanto a un familiare ricoverato e prestazioni di fisioterapia svolte da personale non abilitato. Lo hanno scoperto i Nas di Cosenza in 4 case di cura.
Cosenza, 1 feb. (LaPresse) - I Nas di Cosenza hanno svolto una serie di controlli presso strutture sanitarie private accreditate accertando la commissione di una serie di truffe da parte di 4 case di cura ubicate in 3 comuni della costa tirrenica. In particolare, sono stati accertati casi di: prestazioni diagnostiche rimborsate nonostante non fossero previste nella convezione; interventi odontoiatrici eseguiti presso un centro dentistico in regime di day-hospital, registrati e rimborsati come ricoveri ordinari della durata di più giorni; terapie per il trattamento di patologie urinarie (litotrissia) e per la cura dell’infertilità nella coppia, erogate sebbene la struttura non riunisse i requisiti strutturali ed organizzativi previsti dalla normativa; registrazione, da parte di una casa di cura, di numerosi ricoveri effettuati in urgenza che urgenti non erano.
In totale sono state denunciate alla Procura della Repubblica di Paola (CS) 16 persone: i legali rappresentanti ed i Direttori Sanitari delle 4 case di cura e 6 medici operanti presso il pronto soccorso di una delle strutture sanitarie, reputati responsabili di truffa ai danni del Ssn, nonché altri 2 soggetti per aver esercitato abusivamente la professione sanitaria di fisioterapista. Quando capiranno che l'unico titolo abilitante la professione è la laurea in fisioterapia?
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Malasanità in Calabria: Cosenza. Truffe ai danni del Ssn. Denunciate 16 persone, tra cui 6 medici e 2 falsi fisioterapisti
Rimborsi falsati, terapie erogate in assenza di requisiti, persone ricoverate non per ricevere cure ma per stare accanto a un familiare ricoverato e prestazioni di fisioterapia svolte da personale non abilitato. Lo hanno scoperto i Nas di Cosenza in 4 case di cura.
Cosenza, 1 feb. (LaPresse) - I Nas di Cosenza hanno svolto una serie di controlli presso strutture sanitarie private accreditate accertando la commissione di una serie di truffe da parte di 4 case di cura ubicate in 3 comuni della costa tirrenica. In particolare, sono stati accertati casi di: prestazioni diagnostiche rimborsate nonostante non fossero previste nella convezione; interventi odontoiatrici eseguiti presso un centro dentistico in regime di day-hospital, registrati e rimborsati come ricoveri ordinari della durata di più giorni; terapie per il trattamento di patologie urinarie (litotrissia) e per la cura dell’infertilità nella coppia, erogate sebbene la struttura non riunisse i requisiti strutturali ed organizzativi previsti dalla normativa; registrazione, da parte di una casa di cura, di numerosi ricoveri effettuati in urgenza che urgenti non erano.
In totale sono state denunciate alla Procura della Repubblica di Paola (CS) 16 persone: i legali rappresentanti ed i Direttori Sanitari delle 4 case di cura e 6 medici operanti presso il pronto soccorso di una delle strutture sanitarie, reputati responsabili di truffa ai danni del Ssn, nonché altri 2 soggetti per aver esercitato abusivamente la professione sanitaria di fisioterapista. Quando capiranno che l'unico titolo abilitante la professione è la laurea in fisioterapia?

Università "G. D'Annunzio" Chieti-Pescara
- da Luca il 30/01/2012 @ 09:24
Comunicazione Magnifico Rettore
Gentili Studenti/Laureati,
a far data dal 2 gennaio 2012 questa Università risulta iscritta nell'Albo Informatico delle Agenzie per il Lavoro del Ministero del Lavoro e quindi abilitata allo svolgimento di attività di intermediazione. La nuova funzione che l'Ateneo d'Annunzio ha deciso di assumere muove dalla volontà di ampliare i servizi resi a favore dei propri studenti e neolaureati e di fornire un supporto quanto più possibile concreto al loro inserimento lavorativo. In ottemperanza alla recente normativa intervenuta in materia, è stato predisposto un nuovo strumento informatico tramite il quale effettuare la pubblicazione, ad accessibilità gratuita dei curricula di tutti gli studenti, dalla data di immatricolazione e fino ad almeno dodici mesi successivi alla data del conseguimento del titolo di studio (cfr. art. 29 Legge 15 luglio 2011 n.111).
Cliccando su questo link è possibile scaricare la Comunicazione del Magnifico Rettore rivolta a studenti e neolaureati in merito all'avvio, da parte dell'Ateneo, di attività di intermediazione.
L'Applicativo web CURRICULA, tramite il quale si da seguito ai recenti obblighi di legge, sarà a breve disponibile a partire dall'indirizzo: http://www.unich.it.
Tramite questo link è disponibile anche il modello di documento in formato elettronico "Manifestazione di diniego al trattamento dei dati personali", già inserita nella informativa rettorale. Ricordiamo che, nella eventualità si decidesse di non rendere disponibili i propri dati per gli utilizzi previsti dalla Legge n.183/2010 - Collegato Lavoro e Legge n.111/2011 è possibile trasmettere anche a mezzo posta elettronica il modello di documento "Manifestazione di diniego al trattamento dei dati personali" purché stampato, firmato, scansionato e accompagnato da scansione completa e leggibile del proprio Documento di Identità in corso di validità.
I file possono essere inviati all'indirizzo e_mail: curricula@unich.it.
Cordiali saluti.
Università degli Studi "G. d'Annunzio"
Divisione Orientamento Studi e Lavoro
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Comunicazione Magnifico Rettore
Gentili Studenti/Laureati,
a far data dal 2 gennaio 2012 questa Università risulta iscritta nell'Albo Informatico delle Agenzie per il Lavoro del Ministero del Lavoro e quindi abilitata allo svolgimento di attività di intermediazione. La nuova funzione che l'Ateneo d'Annunzio ha deciso di assumere muove dalla volontà di ampliare i servizi resi a favore dei propri studenti e neolaureati e di fornire un supporto quanto più possibile concreto al loro inserimento lavorativo. In ottemperanza alla recente normativa intervenuta in materia, è stato predisposto un nuovo strumento informatico tramite il quale effettuare la pubblicazione, ad accessibilità gratuita dei curricula di tutti gli studenti, dalla data di immatricolazione e fino ad almeno dodici mesi successivi alla data del conseguimento del titolo di studio (cfr. art. 29 Legge 15 luglio 2011 n.111).
Cliccando su questo link è possibile scaricare la Comunicazione del Magnifico Rettore rivolta a studenti e neolaureati in merito all'avvio, da parte dell'Ateneo, di attività di intermediazione.
L'Applicativo web CURRICULA, tramite il quale si da seguito ai recenti obblighi di legge, sarà a breve disponibile a partire dall'indirizzo: http://www.unich.it.
Tramite questo link è disponibile anche il modello di documento in formato elettronico "Manifestazione di diniego al trattamento dei dati personali", già inserita nella informativa rettorale. Ricordiamo che, nella eventualità si decidesse di non rendere disponibili i propri dati per gli utilizzi previsti dalla Legge n.183/2010 - Collegato Lavoro e Legge n.111/2011 è possibile trasmettere anche a mezzo posta elettronica il modello di documento "Manifestazione di diniego al trattamento dei dati personali" purché stampato, firmato, scansionato e accompagnato da scansione completa e leggibile del proprio Documento di Identità in corso di validità.
I file possono essere inviati all'indirizzo e_mail: curricula@unich.it.
Cordiali saluti.
Università degli Studi "G. d'Annunzio"
Divisione Orientamento Studi e Lavoro 
Ecm: le Asl non sono tenute a organizzarli
- da Luca il 30/01/2012 @ 09:14
Il fatto
Il Tribunale di Asti ha accolto parzialmente la domanda proposta da un dirigente medico e dichiarato l'inadempimento della Asl per non avergli consentito di accedere alla formazione obbligatoria per legge condannando l’Ente a pagare a titolo di risarcimento del danno, la somma di 14.520 euro, oltre interessi. Il medico ha adito il Tribunale esponendo di non aver conseguito alcuna progressione in carriera e che ciò era da imputarsi all'assenza di corsi di aggiornamento e/o di formazione che l'avevano penalizzato nei concorsi banditi per l'accesso alla qualifica superiore. Ha dedotto che la Asl non aveva adempiuto allo specifico obbligo di provvedere al suo aggiornamento professionale. La Corte d’Appello di Torino ha riletto la vicende in termini sfavorevoli al medico che, conseguetemente, ha adito la Corte di Cassazione.
Il diritto
In ragione del D.Lgs 502 del 1992, la disciplina del sistema della formazione continua degli operatori della sanità vede interagire lo Stato e le Regioni, ma non attribuisce direttamente alle Asl alcuna autonoma titolarità, autoreferenziale, in ordine alla promozione di iniziative idonee a essere ricomprese nella suddetta formazione, partecipando, invece le stesse, che costituiscono strumento attraverso il quale la Regione provvede all'erogazione dei servizi sanitari nell'esercizio della competenza in materia di tutela della salute a essa attribuita dalla Costituzione, di un più articolato percorso procedimentale che coinvolge, a diverso titolo, una pluralità di enti e organismi. Correttamente la Corte d'Appello di Torino ha, dunque, ritenuto impossibile configurare l'esistenza a carico di ogni singola Asl di un obbligo di predisporre e organizzare specifici e determinati corsi di aggiornamento e/o formazione per i propri medici e, correlativamente, un ben definito diritto di questi di ottenere direttamente dall'Asl di appartenenza la promozione e organizzazione di iniziative formative e/o di aggiornamento professionale.
Esito del giudizio
La Suprema corte ha confermato il provvedimento d’Appello.
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Il fatto
Il Tribunale di Asti ha accolto parzialmente la domanda proposta da un dirigente medico e dichiarato l'inadempimento della Asl per non avergli consentito di accedere alla formazione obbligatoria per legge condannando l’Ente a pagare a titolo di risarcimento del danno, la somma di 14.520 euro, oltre interessi. Il medico ha adito il Tribunale esponendo di non aver conseguito alcuna progressione in carriera e che ciò era da imputarsi all'assenza di corsi di aggiornamento e/o di formazione che l'avevano penalizzato nei concorsi banditi per l'accesso alla qualifica superiore. Ha dedotto che la Asl non aveva adempiuto allo specifico obbligo di provvedere al suo aggiornamento professionale. La Corte d’Appello di Torino ha riletto la vicende in termini sfavorevoli al medico che, conseguetemente, ha adito la Corte di Cassazione.
Il diritto
In ragione del D.Lgs 502 del 1992, la disciplina del sistema della formazione continua degli operatori della sanità vede interagire lo Stato e le Regioni, ma non attribuisce direttamente alle Asl alcuna autonoma titolarità, autoreferenziale, in ordine alla promozione di iniziative idonee a essere ricomprese nella suddetta formazione, partecipando, invece le stesse, che costituiscono strumento attraverso il quale la Regione provvede all'erogazione dei servizi sanitari nell'esercizio della competenza in materia di tutela della salute a essa attribuita dalla Costituzione, di un più articolato percorso procedimentale che coinvolge, a diverso titolo, una pluralità di enti e organismi. Correttamente la Corte d'Appello di Torino ha, dunque, ritenuto impossibile configurare l'esistenza a carico di ogni singola Asl di un obbligo di predisporre e organizzare specifici e determinati corsi di aggiornamento e/o formazione per i propri medici e, correlativamente, un ben definito diritto di questi di ottenere direttamente dall'Asl di appartenenza la promozione e organizzazione di iniziative formative e/o di aggiornamento professionale.
Esito del giudizio
La Suprema corte ha confermato il provvedimento d’Appello.

Riab news
- da Luca il 29/01/2012 @ 10:42
UNA DIETA RICCA DI MAGNESIO RIDUCE IL RISCHIO ICTUS
Secondo una analisi internazionale che ha coinvolto circa 250mila persone, mangiare molti cibi ricchi di magnesio come verdure, noci e fagioli diminuisce il rischio di incorrere in un ictus. Gli autori dello studio promosso dall'Istituto Karolinska a Stoccolma, in Svezia, e pubblicato sull'American Journal of Clinical Nutrition, non raccomandano di assumere un supplemento giornaliero di magnesio, ma di assumerlo direttamente dagli alimenti. "L'assunzione di magnesio nella dieta e' inversamente associata al rischio di ictus, in particolare di ictus ischemico", ha scritto Susanna Larsson, professore all'Istituto Karolinska e principale responsabile dell'indagine. Larsson e i suoi colleghi hanno 'setacciato' un database di ricerca e recuperato informazioni che abbracciano una finestra temporale di 45 anni. In sette studi pubblicati negli ultimi 14 anni, circa 250mila persone negli Stati Uniti, in Europa e in Asia sono state seguite per una media di 11,5 anni. Circa 6.500 di questi, il tre per cento, ha avuto un ictus nel tempo. Per ogni 100 milligrammi di magnesio al giorno assunti da una persona, il rischio di un ictus ischemico - il tipo piu' comune, solitamente causato da un coagulo di sangue - e' apparso diminuire del nove per cento. La raccomandazione del team di ricercatori e' per gli uomini e le donne che hanno superato i 31 anni di mangiare rispettivamente 420 e 320 milligrammi di magnesio al giorno.
IL CONSUMO DI CAFFE' ASSOCIATO AL RISCHIO DIABETE
Bere diverse tazze di caffe' ogni giorno riduce i rischi di diabete di tipo 2 perche' inibisce una sostanza legata alla malattia. Studi effettuati in passato hanno evidenziato che i bevitori di caffe' hanno un rischio minore di sviluppare diabete di tipo 2; i ricercatori cinesi della Huazhong University of Science and Technology di Wuhan, hanno scoperto che ogni tazza in piu' di caffe' diminuisce di un ulteriore 7% questo rischio. Gli scienziati si sono concentrati sul ruolo di una sostanza, la amiloide islet polipeptide, il cui incremento e' da sempre considerato un processo patogeno legato al diabete di tipo 2. Lo studio, pubblicato un paio di mesi fa sul Journal of Agricultural & Food Chemistry, ha identificato due categorie di composti presenti nel caffe' che inibiscono significativamente la amiloide islet polipeptide. La scoperta suggerisce che, dunque, sarebbe questa la spiegazione del benefico effetto protettivo nei confronti del diabete esercitato dal caffe'. "Un effetto che pero' si esercita soprattutto quando si consuma questa bevanda con regolarita'", ha spiegato Ling Zheng, uno dei curatori dello studio.
I MEDICI USA NON ESCLUDONO L’ATTIVITA’ SESSUALE PER I CARDIOPATICI
L'attività sessuale fa bene anche a chi soffre di cuore, purché la malattia sia sotto controllo. A tranquillizzare i sopravvissuti a un infarto o a un ictus sono i cardiologi dell'Aha, American Heart Association, che pubblicano le loro raccomandazioni in materia su Circulation, rivista della società scientifica Usa. Se la cardiopatia si è stabilizzata - spiegano gli esperti - è molto probabile che i pazienti possano fare sesso senza temere attacchi potenzialmente fatali. La parola d'ordine è discuterne con il medico che valuterà la situazione caso per caso. Solo in questo modo, infatti, è possibile evitare inutili 'astinenze' in pazienti che potrebbero tranquillamente abbandonarsi alla passione e, viceversa, prevenire pericolosi incidenti nei malati che non rinunciano a far sesso anche quando dovrebbero 'andarci piano'. "L'attività sessuale è un fattore chiave per la qualità di vita degli uomini e delle donne con malattie cardiovascolari, e per i loro partner", osserva Glenn N. Levine, docente di medicina al Baylor College of Medicine di Houston, capo dell'Unità cardiaca del Michael E. DeBakay Medical Center della città texana e autore principale del documento Aha su cuore e amore. "Sfortunatamente, però, è raro che in un contesto clinico si affronti la questione". Col risultato che spesso i pazienti decidono di rinunciare ai rapporti intimi anche quando non ce ne sarebbe bisogno, aggiungendo alla propria condizione anche ansia, depressione e magari problemi di coppia. In realtà il tasso assoluto di eventi cardiovascolari (dolori al petto o attacchi di cuore) che insorgono durante l'attività sessuale è bassissimo, precisano i cardiologi statunitensi, proprio perché il rapporto sessuale comporta uno 'sforzo' di breve durata. Dopo una diagnosi di malattia cardiovascolare - sottolineano gli esperti della Societa' americana di cardiologica - è ragionevole che i pazienti vengano valutati dal medico prima di riprendere l'attività sessuale. La riabilitazione cardiaca e l'esercizio fisica regolare - si legge ancora nelle raccomandazioni - possono ridurre il rischio di complicazioni collegate all'attività sessuale in chi ha avuto un attacco di cuore o un problema di insufficienza cardiaca. Ai cardiopatici gravi che manifestano sintomi al minimo sforzo fisico, o addirittura a riposo, si consiglia invece di 'sospendere' i rapporti col partner fino a che i disturbi non vengano stabilizzati con una terapia opportuna. Sul fronte farmaci - continuano gli specialisti Usa - i medicinali per il cuore non dovrebbero essere sospesi per il timore che possano avere un impatto negativo sulla sfera sessuale. Quanto poi alle pillole dell'amore per il trattamento della disfunzione erettile, in genere sono sicure per gli uomini che hanno una patologia cardiovascolare stabilizzata. Questi medicinali non dovrebbero invece essere assunti nei pazienti in terapia con nitrati, e questi ultimi non dovrebbero essere somministrati nelle 24-48 ore successive all'eventuale assunzione di farmaci anti-impotenza. Per quanto riguarda in particolare le donne, le pazienti con problemi cardiovascolari dovrebbero discutere con il medico delle tecniche contraccettive più sicure e dei rischi in gravidanza. Inoltre, le pazienti in post-menopausa possono utilizzare estrogeni ad uso locale. In generale, i cardiologi americani ricordano infine a chi presenta problemi sessuali di verificare eventuali legami tra questi disturbi e malattia vascolare o cardiaca, ansia, depressione o altri fattori.
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UNA DIETA RICCA DI MAGNESIO RIDUCE IL RISCHIO ICTUS
Secondo una analisi internazionale che ha coinvolto circa 250mila persone, mangiare molti cibi ricchi di magnesio come verdure, noci e fagioli diminuisce il rischio di incorrere in un ictus. Gli autori dello studio promosso dall'Istituto Karolinska a Stoccolma, in Svezia, e pubblicato sull'American Journal of Clinical Nutrition, non raccomandano di assumere un supplemento giornaliero di magnesio, ma di assumerlo direttamente dagli alimenti. "L'assunzione di magnesio nella dieta e' inversamente associata al rischio di ictus, in particolare di ictus ischemico", ha scritto Susanna Larsson, professore all'Istituto Karolinska e principale responsabile dell'indagine. Larsson e i suoi colleghi hanno 'setacciato' un database di ricerca e recuperato informazioni che abbracciano una finestra temporale di 45 anni. In sette studi pubblicati negli ultimi 14 anni, circa 250mila persone negli Stati Uniti, in Europa e in Asia sono state seguite per una media di 11,5 anni. Circa 6.500 di questi, il tre per cento, ha avuto un ictus nel tempo. Per ogni 100 milligrammi di magnesio al giorno assunti da una persona, il rischio di un ictus ischemico - il tipo piu' comune, solitamente causato da un coagulo di sangue - e' apparso diminuire del nove per cento. La raccomandazione del team di ricercatori e' per gli uomini e le donne che hanno superato i 31 anni di mangiare rispettivamente 420 e 320 milligrammi di magnesio al giorno.
IL CONSUMO DI CAFFE' ASSOCIATO AL RISCHIO DIABETE
Bere diverse tazze di caffe' ogni giorno riduce i rischi di diabete di tipo 2 perche' inibisce una sostanza legata alla malattia. Studi effettuati in passato hanno evidenziato che i bevitori di caffe' hanno un rischio minore di sviluppare diabete di tipo 2; i ricercatori cinesi della Huazhong University of Science and Technology di Wuhan, hanno scoperto che ogni tazza in piu' di caffe' diminuisce di un ulteriore 7% questo rischio. Gli scienziati si sono concentrati sul ruolo di una sostanza, la amiloide islet polipeptide, il cui incremento e' da sempre considerato un processo patogeno legato al diabete di tipo 2. Lo studio, pubblicato un paio di mesi fa sul Journal of Agricultural & Food Chemistry, ha identificato due categorie di composti presenti nel caffe' che inibiscono significativamente la amiloide islet polipeptide. La scoperta suggerisce che, dunque, sarebbe questa la spiegazione del benefico effetto protettivo nei confronti del diabete esercitato dal caffe'. "Un effetto che pero' si esercita soprattutto quando si consuma questa bevanda con regolarita'", ha spiegato Ling Zheng, uno dei curatori dello studio.
I MEDICI USA NON ESCLUDONO L’ATTIVITA’ SESSUALE PER I CARDIOPATICI
L'attività sessuale fa bene anche a chi soffre di cuore, purché la malattia sia sotto controllo. A tranquillizzare i sopravvissuti a un infarto o a un ictus sono i cardiologi dell'Aha, American Heart Association, che pubblicano le loro raccomandazioni in materia su Circulation, rivista della società scientifica Usa. Se la cardiopatia si è stabilizzata - spiegano gli esperti - è molto probabile che i pazienti possano fare sesso senza temere attacchi potenzialmente fatali. La parola d'ordine è discuterne con il medico che valuterà la situazione caso per caso. Solo in questo modo, infatti, è possibile evitare inutili 'astinenze' in pazienti che potrebbero tranquillamente abbandonarsi alla passione e, viceversa, prevenire pericolosi incidenti nei malati che non rinunciano a far sesso anche quando dovrebbero 'andarci piano'. "L'attività sessuale è un fattore chiave per la qualità di vita degli uomini e delle donne con malattie cardiovascolari, e per i loro partner", osserva Glenn N. Levine, docente di medicina al Baylor College of Medicine di Houston, capo dell'Unità cardiaca del Michael E. DeBakay Medical Center della città texana e autore principale del documento Aha su cuore e amore. "Sfortunatamente, però, è raro che in un contesto clinico si affronti la questione". Col risultato che spesso i pazienti decidono di rinunciare ai rapporti intimi anche quando non ce ne sarebbe bisogno, aggiungendo alla propria condizione anche ansia, depressione e magari problemi di coppia. In realtà il tasso assoluto di eventi cardiovascolari (dolori al petto o attacchi di cuore) che insorgono durante l'attività sessuale è bassissimo, precisano i cardiologi statunitensi, proprio perché il rapporto sessuale comporta uno 'sforzo' di breve durata. Dopo una diagnosi di malattia cardiovascolare - sottolineano gli esperti della Societa' americana di cardiologica - è ragionevole che i pazienti vengano valutati dal medico prima di riprendere l'attività sessuale. La riabilitazione cardiaca e l'esercizio fisica regolare - si legge ancora nelle raccomandazioni - possono ridurre il rischio di complicazioni collegate all'attività sessuale in chi ha avuto un attacco di cuore o un problema di insufficienza cardiaca. Ai cardiopatici gravi che manifestano sintomi al minimo sforzo fisico, o addirittura a riposo, si consiglia invece di 'sospendere' i rapporti col partner fino a che i disturbi non vengano stabilizzati con una terapia opportuna. Sul fronte farmaci - continuano gli specialisti Usa - i medicinali per il cuore non dovrebbero essere sospesi per il timore che possano avere un impatto negativo sulla sfera sessuale. Quanto poi alle pillole dell'amore per il trattamento della disfunzione erettile, in genere sono sicure per gli uomini che hanno una patologia cardiovascolare stabilizzata. Questi medicinali non dovrebbero invece essere assunti nei pazienti in terapia con nitrati, e questi ultimi non dovrebbero essere somministrati nelle 24-48 ore successive all'eventuale assunzione di farmaci anti-impotenza. Per quanto riguarda in particolare le donne, le pazienti con problemi cardiovascolari dovrebbero discutere con il medico delle tecniche contraccettive più sicure e dei rischi in gravidanza. Inoltre, le pazienti in post-menopausa possono utilizzare estrogeni ad uso locale. In generale, i cardiologi americani ricordano infine a chi presenta problemi sessuali di verificare eventuali legami tra questi disturbi e malattia vascolare o cardiaca, ansia, depressione o altri fattori. 
SPIF
- da Luca il 27/01/2012 @ 12:02
| La voce dello SPIF NR. 32 |
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Ricominciamo la programmazione della Newsletter dopo la pausa natalizia.
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| RSU SANITA' PUBBLICA, LO SPIF SCRIVE ALL'AIFI E ALLE ASSOCIAZIONI AITO-ANUPI - AITNE - FLI - ANEP - AMPI - AITRP, A DOMANDA . RISPOSTA |
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Il Sindacato Professionale Italiano dei Fisioterapisti, crede nell’occasione storica data ai professionisti della riabilitazione, nel loro coinvolgimento attivo nelle elezioni delle RSU riguardanti le aziende e gli enti del SSN del 5-7 marzo 2012.
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| CAMPANIA, ASSISTENZA SANITARIA PRECARIA, SANITA' PRIVATA CONVENZIONATA A RISCHIO DI IMPLOSIONE, TAGLI AL LAVORO |
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Un lucido spaccato della Sanità campana, una fotografia attenta che mette in risalto il settore della Riabilitazione del Pubblico e del Privato convenzionato. L’autore è un collega, un Fisioterapista partenopeo, che permette a molti di noi di confrontarsi, immedesimarsi, comprendere il mondo in cui lavoriamo, dove i diritti sono un ricordo e la paura è il camice che ogni giorno viene messo addosso. Non perdetevi l’occasione di leggere l’articolo, gustatelo con calma, troverete molte assonanze con le vostre situazioni lavorative. I colleghi della Campania sono invitati a mettersi in contatto con il Presidente SPIF regionale, a condivi! dere la lotta verso i propri Diritti. La Redazione è a vostra disposizione, a raccogliere le vostre denunce.
La Redazione SPIF
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| DALLA FORMAZIONE UNIVERSITARIA ALLA REALTA' PER MOLTI SCONOSCIUTA |
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E’ ormai una costante, purtroppo, che i giovani colleghi neolaureati si approccino con sempre maggior difficoltà al mondo del lavoro. Una realtà dove l'illusione di un lavoro dipendente è sempre più una chimera. Giovani colleghi sempre meno preparati all'impatto e scarsamente formati sotto il profilo tecnico e professionale. Giovani colleghi impacciati e quasi incapaci di prendere in carico un paziente, se non per cose banali.
La Redazione SPIF
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| RACCOMANDAZIONE DEL MINISTERO DELLA SALUTE |
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LE CADUTE DEI PAZIENTI NELLE STRUTTURE SANITARIE POSSONO CAUSARE GRAVI DANNI E IN ALCUNI CASI, PROCURARE LA MORTE
I Fisioterapisti che quotidianamente operano in tutti i tipi di strutture sanitarie di riabilitazione, nel pubblico, privato convenzionato, ospedali, RSA, case di riposo, ambulatori, a domicilio del paziente, ecc., sono decine di migliaia ed è alto il rischio percentuale che il paziente possa avere una caduta durante la gestione della sua salute.
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| SULL'ISTITUZIONE DELLE UNITA' OPERATIVE DELLE PROFESSIONI SANITARIE |
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Riceviamo gentilmente quest’articolo dal collega Gianni Melotti, che scrive sulle pagine di “Riabilitazione Oggi” e volentieri pubblichiamo. I contributi di chi si batte in prima linea per la Professione, esponendosi in prima persona, rappresentano le luci che hanno saputo illuminare negli anni il cammino professionale di tante generazioni di Fisioterapisti. Ai lottatori per la Professione va estesa la nostra gratitudine e alle generazioni di oggi e di domani vanno presentati.
La Redazione SPIF
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Un lucido spaccato della Sanità campana, una fotografia attenta che mette in risalto il settore della Riabilitazione del Pubblico e del Privato convenzionato. L’autore è un collega, un Fisioterapista partenopeo, che permette a molti di noi di confrontarsi, immedesimarsi, comprendere il mondo in cui lavoriamo, dove i diritti sono un ricordo e la paura è il camice che ogni giorno viene messo addosso. Non perdetevi l’occasione di leggere l’articolo, gustatelo con calma, troverete molte assonanze con le vostre situazioni lavorative. I colleghi della Campania sono invitati a mettersi in contatto con il Presidente SPIF regionale, a condivi! dere la lotta verso i propri Diritti. La Redazione è a vostra disposizione, a raccogliere le vostre denunce.
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